Labirinto liquido
Come mi sentivo?
Il vento mi passava sulla pelle con una delicatezza che non meritavo.
Arrivava da oltre gli alberi, attraversava l’erba piegandola appena, sollevava la parte più leggera delle foglie e infine raggiungeva me.
Mi accarezzava.
Ma i brividi non venivano da lì.
Nascevano molto più dentro.
In un punto del corpo che non saprei indicare nemmeno adesso.
Una concentrazione d’energia senza disciplina, incapace di trovare un’uscita. Girava. Tornava. Riprendeva velocità. Si disperdeva nelle braccia e poi risaliva, ostinata, come se ogni parte di me avesse ricevuto lo stesso ordine senza sapere cosa farne.
Ero disordine.
Un magnifico, spaventoso disordine.
Mi sentivo come uno stelo quando il vento decide di insistere.
Non cade.
Si piega.
Ritorna.
Si lascia portare quasi fino al punto di spezzarsi e invece scopre che esiste una forma di resistenza che assomiglia terribilmente all’abbandono.
Forse ero così.
Stavo resistendo a qualcosa a cui desideravo disperatamente arrendermi.
Lei era vicina.
Abbastanza perché il suo profumo arrivasse prima di qualsiasi altra cosa.
Non saprei descriverlo.
Era un profumo amnesico.
Lo respiravo e immediatamente lo perdevo.
Così tornavo a cercarlo.
Ancora.
Come quando ci svegliamo nel mezzo di un sogno meraviglioso e restiamo immobili, con gli occhi chiusi, sperando che nessun pensiero faccia rumore.
Una ciocca dei suoi capelli si mosse.
Soltanto una.
Il vento la portò davanti al viso. Lei la raccolse con due dita e come se avesse dipinto il mondo
Un secondo.
Io lo vidi durare un’eternità.
Fu allora che compresi, senza ancora comprenderlo, che il tempo possiede una debolezza:
davanti a certe emozioni dimentica di essere tempo.
Una foglia si staccò sopra di noi.
La vidi cadere.
Non precipitò.
Sembrò scegliere.
Oscillò verso destra, ruotò, si capovolse. Per un istante il sole le attraversò le nervature rendendole visibili, piccole strade dentro una cosa destinata a morire.
Poi riprese a scendere.
Avrei potuto allungare una mano.
Non lo feci.
Non volevo salvare niente.
Volevo soltanto sapere dove sarei finito io.
Perché dentro stavo precipitando molto più velocemente di lei.
Il cuore aveva perso ogni logica.
Era pesante.
E leggero.
Mi teneva ancorato al corpo e contemporaneamente sembrava volerlo abbandonare. Lo sentivo nel petto, nella gola, dietro le tempie, quasi nelle dita.
Come se il sangue avesse scoperto qualcosa prima di me e corresse dappertutto a portarne la notizia.
Lei disse qualcosa.
Non ricordo cosa.
Ricordo la sua bocca mentre lo diceva.
Questo sì.
È terribile ciò che la memoria decide di conservare.
Sacrifica le parole e salva il movimento con cui sono state pronunciate.
Il labbro superiore.
Una piccola esitazione all’angolo.
Il modo in cui la luce si fermava appena sulla pelle.
E improvvisamente ebbi sete.
Non di acqua.
Una sete sconosciuta.
Una di quelle che arrivano senza averci mai insegnato dove bere.
Abbassai gli occhi.
Li rialzai.
Lei era ancora lì.
Avevo bisogno di verificarlo.
Che non fosse sparita.
Che non l’avessi immaginata.
C’era.
E mi guardava.
Allora il mondo cominciò a perdere i margini.
Gli alberi smisero di essere alberi.
Le voci lontane diventarono frequenze.
Persino il terreno sotto i piedi perse qualcosa della propria certezza.
E vidi il mare.
Non c’era nessun mare.
Ma io lo vidi.
Immenso.
Scuro in profondità e quasi bianco dove la luce riusciva a ferirlo.
Mi vidi sul bordo di qualcosa che non aveva nome.
Davanti, nessun ponte.
Nessuna promessa di atterraggio.
Soltanto il vuoto.
E dall’altra parte lei.
Pensai che avrei potuto cadere.
La cosa incredibile fu scoprire che non mi importava.
No.
Peggio.
Lo desideravo.
Volevo conoscere la caduta.
Quel punto in cui la ragione smette di proteggerci e ci consegna finalmente a qualcosa di più grande.
Mi immaginai precipitare.
Il vento contro il viso.
Il cielo capovolto.
Le mani aperte.
Nessun appiglio.
E sotto, invece della terra, il tenero verso del suo cuore.
Come una poesia che non termina sull’ultima parola perché continua a succedere in chi l’ha letta.
Forse il desiderio è questo.
Non volere qualcosa.
Volerci finire dentro.
Le mie mani erano diventate impazienti.
Non volgari.
Non affamate.
Curiose.
Smaniose di conoscere.
Come se la pelle possedesse una propria intelligenza e avesse intuito un linguaggio che la mente ancora ignorava.
C’era qualcosa di feroce in quella dolcezza.
Nessuna pigrizia.
Nessuna esitazione costruita dopo, quando rendiamo eleganti i ricordi perché abbiamo paura della loro verità.
Il desiderio era diretto.
Definito.
Aveva la precisione inquietante di un colpo calibrato a lungo senza che sapessi di essere contemporaneamente il tiratore e il bersaglio.
Il mirino era fermo.
Io no.
Io tremavo.
Lei si avvicinò.
Forse mezzo passo.
Forse meno.
Ma esistono distanze che non si misurano in metri.
Ci sono centimetri che contengono continenti.
Millimetri nei quali un’intera certezza può terminare.
Sentii nuovamente il suo profumo.
Più vicino.
Guardai i suoi occhi.
E accadde qualcosa che non avevo previsto.
Non vidi sicurezza.
Vidi me.
La stessa incredulità.
La stessa paura travestita da coraggio.
Lo stesso desiderio di attraversare quella distanza e la stessa segreta speranza che fosse l’altro a farlo per primo.
Eravamo due esseri umani immobili davanti a pochi centimetri.
Eppure sembrava che l’universo intero stesse aspettando la nostra decisione.
Il vento tornò.
Quella volta non sentii freddo.
Una seconda foglia si mosse sul ramo.
Non cadde.
Rimase lì.
Pensai che fosse fortunata.
Lei poteva ancora scegliere.
Io avevo già scelto.
Mi avvicinai.
Il mondo non fece silenzio.
Continuò.
Una motocicletta passò lontano.
Qualcuno chiamò un nome.
Un cane abbaiò due volte.
Le foglie continuarono a sfregarsi tra loro.
La Terra continuò a girare alla stessa velocità.
Fu soltanto il mio universo a fermarsi.
Restava pochissimo spazio.
Abbastanza per sentire il suo respiro mescolarsi al mio senza sapere più quale appartenesse a chi.
Abbastanza per vedere ciò che da lontano non esisteva.
Una minima imperfezione della pelle.
Il tremore quasi invisibile delle ciglia.
La bocca.
Quella bocca.
Mi attraversò un pensiero:
dopo non sarà più come prima.
Non esisteva ancora un dopo.
C’era soltanto quel punto esatto dell’esistenza in cui qualcosa non è ancora accaduto ma è già troppo tardi perché possa non accadere.
Lei chiuse gli occhi.
Io rimasi a guardarla ancora un istante.
Forse volevo conservare l’ultima immagine del mondo prima.
Poi li chiusi anch’io.
Il cuore diede un colpo.
Uno soltanto.
Violento.
Poi
il sapore.
Non dolce.
Non salato.
Un sapore che cancellava la propria definizione mentre nasceva.
Amnesico anche quello.
Un labirinto liquido.
Entravi per trovare un’uscita e dopo pochi istanti dimenticavi persino perché avresti dovuto cercarla.
Il tempo non rallentò più.
Scomparve.
Non c’erano secondi.
Non c’era prima.
Non c’era ancora dopo.
Soltanto quella vertigine tenerissima e feroce nella quale due persone, per un istante, non sanno più esattamente dove finisca il proprio confine.
Poi ci separammo.
Pochissimo.
Aprii gli occhi.
Lei fece lo stesso.
E sorrise.
Un sorriso brevissimo.
Quasi colpevole.
Come se avessimo appena rubato qualcosa all’universo e temessimo che qualcuno potesse venire a reclamarlo.
Guardai intorno.
Gli alberi erano ancora alberi.
Il cielo era tornato al proprio posto.
La seconda foglia resisteva ancora al ramo.
Tutto sembrava identico.
Fu questo a sconvolgermi.
Com’era possibile che niente fosse cambiato?
Avevo ancora le stesse mani.
Lo stesso nome.
Lo stesso corpo.
Eppure non ero più esattamente quello di pochi istanti prima.
Mi passai involontariamente la lingua sulle labbra.
E lì compresi.
Fino a quel momento avevano saputo parlare.
Sorridere.
Bere.
Pronunciare il suo nome.
Ma non avevano mai avuto niente da ricordare.
Adesso sì.
Era la prima volta che le mie labbra avevano una memoria.

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