The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Questa notte ho scritto un messaggio che non invierò.
Le parole apparivano una dopo l’altra sul piccolo lume dello schermo, docili e tremanti, come pellegrine giunte infine alla dimora che avevano cercato per anni.
Nessuna di esse era nuova.
Le avevo portate con me a lungo.
Avevano attraversato stagioni, mutato abito, perduto impeto. Alcune erano nate come rimprovero e, col trascorrere del tempo, erano diventate misericordia. Altre avevano avuto la forma dell’orgoglio e ora non erano che una stanca domanda.
Le disposi con cautela.
Non volevo ferire.
Non desideravo neppure essere compreso.
Vi sono confessioni che giungono troppo tardi per cambiare qualcosa e troppo presto per essere dimenticate.
Restano sospese fra due vite.
Non appartengono più a chi le ha taciute, né possono ancora raggiungere colui al quale erano destinate.
Sono lettere prive di strada.
Preghiere senza altare.
Battiti che nessun petto saprà riconoscere come propri.
Scrissi che mi era mancato il modo in cui pronunciava il mio nome.
Non il suono.
La cura.
Vi era, nella sua voce, un luogo in cui per un istante non dovevo difendermi da nulla. Il mondo poteva anche continuare a domandarmi coraggio, presenza, compostezza. In quelle poche sillabe io tornavo a essere qualcuno che meritava d’essere atteso.
Non glielo dissi mai.
Noi siamo avari proprio delle verità che potrebbero salvare qualcosa.
Le tratteniamo per pudore, per timore, per quella sciocca dignità con cui mascheriamo il terrore di non essere ricambiati.
Poi il tempo compie il proprio ufficio.
Allontana i corpi, spegne le consuetudini, rende estranei i luoghi che un tempo conoscevano ogni nostro ritorno.
E solo allora troviamo il coraggio.
Quando non serve più.
Continuai a scrivere.
Dissi che non avevo dimenticato quella sera in cui restammo vicini senza toccarci. Il silenzio fra noi non era vuoto: custodiva tutto ciò che nessuno dei due seppe pronunciare.
Ricordavo le mani immobili.
Lo sguardo abbassato.
Il breve indugio con cui entrambi attendemmo che fosse l’altro a infrangere la distanza.
Nessuno lo fece.
Da allora ho pensato molte volte che la vita non cambi soltanto per ciò che accade.
Talvolta viene decisa da quanto rimane incompiuto.
Una mano non cercata.
Una porta non oltrepassata.
Una frase fermata un istante prima di diventare destino.
Sono questi gli avvenimenti che non possiedono data.
Nessun calendario li ricorda, e nondimeno continuano a spartire la nostra esistenza in un prima e in un dopo.
Scrissi ancora.
Confessai che per lungo tempo avevo creduto di aver superato quell’assenza.
Avevo ripreso a ridere.
Avevo abitato nuove giornate, stretto altre mani, appreso il nome di felicità diverse.
Eppure vi sono legami che non chiedono di essere vissuti per continuare a esistere.
Si ritirano in una regione profonda, dove non disturbano più il presente ma nemmeno gli appartengono.
Lì non sono amore.
Non sono rimpianto.
Sono una misura.
Il modo segreto con cui riconosciamo ciò che ci sfiora davvero e ciò che, pur restando accanto, non giungerà mai sino a noi.
Rilessi il messaggio dall’inizio.
Ogni frase mi parve troppo nuda.
Non perché contenesse vergogna, ma perché mostrava la parte di me che avevo custodito più a lungo: quella che non domandava un ritorno, una spiegazione, neppure perdono.
Desiderava soltanto essere stata vera.
Il cursore attendeva.
Sul fondo dello schermo vi era il piccolo segno dell’invio.
Sarebbe bastato sfiorarlo.
Un gesto minimo, e tutti quegli anni avrebbero attraversato la notte per comparire fra le mani di qualcuno che, con ogni probabilità, non li attendeva più.
Rimasi immobile.
Compresi allora che non tutto ciò che finalmente sappiamo dire deve essere consegnato.
Alcune verità non vengono alla luce per raggiungere gli altri.
Vengono per liberarci dal luogo in cui le avevamo sepolte.
Cancellai il destinatario.
Non il messaggio.
Lo lasciai lì, sospeso, come una lettera appoggiata sopra una tomba senza nome.
Non sarebbe partito.
Eppure aveva già compiuto il proprio viaggio.
Aveva attraversato me.
Aveva trovato il punto in cui il dolore aveva smesso di chiedere una risposta e desiderava soltanto essere riconosciuto.
Spensi lo schermo.
Nella stanza tornò il buio, ma non era più lo stesso.
Vi era dentro una quiete nuova, simile a quella che segue una confessione pronunciata in una chiesa vuota: nessuno l’ha udita, e tuttavia il cuore sa di non essere più solo nel custodirla.
Ora depongo la penna. Questa notte ho compreso che certe parole non attendono qualcuno che le riceva. Attendono noi, nel giorno remoto in cui saremo finalmente abbastanza sinceri da scriverle e abbastanza liberi da non doverle più inviare.

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