Memorie

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La piazza

Mio nonno diceva che, una volta, per sapere come stava un paese bisognava andare in piazza.

Non leggere il giornale.

Non chiedere.

Andare.

Sedersi qualche minuto e guardare.

Da bambino quella frase mi sembrava strana.

Una piazza era una piazza.

Panchine.

Un bar.

Qualche bicicletta appoggiata a un muro.

Persone che sembravano avere sempre qualcosa da dirsi.

Ho impiegato molti anni per capire che mio nonno non stava parlando di un luogo.

Stava parlando di un modo di appartenersi.

Nelle piazze italiane è passato quasi tutto.

Le notizie della guerra quando ancora facevano paura.

I primi comizi di un Paese che doveva imparare nuovamente a scegliere.

Gli operai usciti dalle fabbriche.

Le donne che chiedevano che la loro voce non fosse più considerata una concessione.

Gli studenti.

Le proteste.

Le processioni.

Le feste patronali.

I funerali.

Le vittorie ai Mondiali.

Persino le sconfitte, quando stare insieme sembrava renderle un po’ meno amare.

La Storia arrivava lì senza annunciare il proprio nome.

Si sedeva accanto agli uomini.

Entrava nelle discussioni.

Passava di bocca in bocca.

Qualche volta divideva.

Qualche volta univa.

Ma costringeva tutti a guardarsi negli occhi.

Ed è forse questa la cosa che mi colpisce di più.

Perché una piazza non garantiva che le persone fossero d’accordo.

Garantiva soltanto che avrebbero dovuto continuare a incontrarsi.

Il giorno dopo.

E quello successivo.

Potevi discutere con qualcuno la sera e ritrovarlo al mattino mentre comprava il pane.

La differenza aveva un volto.

Un nome.

Una famiglia.

Forse per questo era più difficile trasformare completamente l’altro in un nemico.

Poi abbiamo costruito una piazza immensamente più grande.

Non ha pietre.

Non ha panchine.

Non conosce distanze.

Possiamo entrarci senza uscire di casa e parlare con qualcuno che vive dall’altra parte del mondo.

È una conquista straordinaria.

Abbiamo dato una voce a milioni di persone che prima avrebbero avuto soltanto il proprio angolo di strada.

Eppure, qualche volta, mi domando cosa abbiamo lasciato sulla vecchia panchina.

Perché oggi possiamo discutere con qualcuno senza sapere nulla di lui.

Possiamo ferirlo senza vedere il momento in cui abbassa gli occhi.

Possiamo andarcene senza incontrarlo domani davanti al forno.

Forse il progresso non ha cancellato la piazza.

L’ha resa infinita.

E proprio per questo ci chiede qualcosa che i nostri nonni imparavano semplicemente vivendo:

ricordarci che dietro ogni opinione continua a esserci una persona.

Quando attraverso una vecchia piazza e vedo qualche anziano seduto a parlare, rallento sempre un poco.

Non so cosa si stiano dicendo.

Forse politica.

Forse calcio.

Forse stanno semplicemente contando gli anni trascorsi.

Ma mi piace osservare la distanza tra le loro sedie.

È piccola.

Abbastanza da potersi contraddire.

Abbastanza da potersi ascoltare.

E allora penso che forse il futuro non avrà bisogno di recuperare le piazze del passato.

Avrà bisogno di ricordare ciò che quelle piazze avevano capito molto prima di noi.

Che una comunità non nasce quando tutti pensano allo stesso modo.

Nasce quando, nonostante tutto ciò che li divide, gli uomini continuano a lasciare abbastanza spazio sulla panchina perché qualcun altro possa sedersi.

2 risposte a “Memorie”

  1. La lettura delle tue Memorie si unisce alle memorie di molti lettori in maniera così diretta da sembrare parte di una stessa memoria (forse è un po’ intricato ma spero si capisca)

    1. Eccome se non si capisce…quello che mi dici è molto importante perché significa che pur parlando di cose vissute non sono solo mie ma di tutti…

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