La geografia delle mani
Come si ricorda il momento preciso in cui qualcuno smette di essere soltanto qualcuno?
Ci provo ancora.
Tolgo gli anni uno alla volta.
Le conseguenze.
Quello che è venuto dopo.
Persino il nome che oggi darei a quella sera.
La memoria, però, bara.
Conosce il finale e torna indietro a disseminare indizi, come se tutto fosse stato evidente fin dall’inizio.
Io invece vorrei tornarci senza sapere.
Vorrei essere di nuovo quello che non aveva ancora capito.
C’era odore di pioggia.
Non pioveva più da parecchio, ma la città continuava a trattenerla nelle sue piccole imperfezioni… nelle fughe dei marciapiedi, lungo i bordi delle strade, dentro pozzanghere sottilissime che brillavano e la strada sembrava una lunga lingua di diamanti.
Camminavamo.
Senza una destinazione vera.
Forse certe sere riescono a diventare importanti proprio perché nessuno ha avuto il tempo di prepararle.
Lei parlava.
Io ascoltavo.
E intanto contavo.
Non le parole.
La distanza.
Il suo braccio avanzava mentre il mio tornava indietro.
Poi il contrario.
Cinque centimetri.
Tre.
Sette.
Di nuovo tre.
Era diventata una specie di geometria assurda, l’unica matematica che il mio corpo sembrasse disposto a comprendere.
Ogni tanto le nostre maniche si sfioravano.
Tessuto contro tessuto.
Niente pelle.
Eppure quel niente arrivava dappertutto.
Continuavo a risponderle normalmente.
Almeno credo.
Non ho mai capito come faccia la voce a mantenere un tono ragionevole mentre dentro di noi stanno evacuando intere città.
Passammo davanti a una lavanderia.
Dietro il vetro, gli oblò giravano.
In uno compariva una camicia bianca.
Spariva.
Tornava.
Veniva inghiottita dagli altri vestiti e, qualche secondo dopo, riappariva capovolta.
La fissai più del necessario.
Lei continuava a raccontare qualcosa.
Io continuavo a perdere l’alto.
La memoria ha cancellato quasi tutte le parole di quella conversazione.
La camicia, no.
Lei rideva ogni tanto.
Prima abbassava appena il mento, come se volesse impedirselo.
Poi qualcosa cedeva.
E il sorriso vinceva.
Avevo visto sorridere migliaia di volte.
Quella sera scoprii una cosa diversa.
Esistono sorrisi che guardiamo.
E poi ce ne sono alcuni che ci accadono.
Arrivammo a un attraversamento pedonale.
Rosso.
Ci fermammo.
Un’automobile attraversò una pozzanghera e il riflesso di un’insegna si frantumò sotto le ruote.
Rimasero pezzi di colore sparsi sull’acqua.
Poi il tremore diminuì.
I frammenti tornarono lentamente a cercarsi.
Non so perché rimasi a guardarli.
Il corpo riconosce certe cose molto prima di noi.
Scattò il verde.
Lei partì.
Io rimasi fermo mezzo secondo di troppo.
Si voltò appena.
«Vieni?»
Una parola.
Nient’altro.
Eppure quel vieni aveva qualcosa che non avevo mai sentito.
Come se da qualche parte, accanto a lei, fosse comparso uno spazio della mia misura.
La raggiunsi.
Fu allora che le mie mani diventarono improvvisamente un problema.
Tasche?
Sembrava una fuga.
Lungo i fianchi?
Troppo studiato.
Gesticolare?
Avrei potuto dirigere il traffico.
Così le lasciai semplicemente esistere.
Fu difficilissimo.
La sua era lì.
Nuda dal polso in giù.
Le dita appena raccolte durante il passo.
Sul lato dell’indice aveva una piccola traccia blu.
Inchiostro.
Pensai di chiederle da dove venisse.
Non lo feci.
Ci sono istanti nei quali persino una domanda innocente sembra troppo rumorosa.
Attraversammo una strada stretta.
Arrivava un’auto.
Lei accelerò.
Io con lei.
E accadde.
Non saprei dire chi cominciò.
Forse nessuno.
Le dita si incontrarono lateralmente.
Quasi niente.
Ma questa volta non c’era stoffa.
Pelle.
Avremmo potuto continuare.
Lasciare che quel contatto diventasse un errore del passo.
Invece un dito rimase.
Un altro lo cercò.
Poi un altro ancora.
Finché le nostre mani trovarono da sole una posizione che nessuno aveva insegnato loro.
Guardai davanti.
Lei fece lo stesso.
Ed è forse questo il dettaglio che amo di più.
Nessuno dei due ebbe il coraggio di guardare le nostre mani.
Come se bastasse abbassare gli occhi per farle vergognare e separarle.
Continuammo a camminare.
La città non si accorse di niente.
Le automobili trascinavano luce sull’asfalto bagnato.
Da una finestra arrivava odore di qualcosa che friggeva.
Un uomo abbassò una saracinesca.
Due ragazzi ci superarono discutendo.
Un autobus si fermò poco più avanti.
Il mondo continuava con una normalità quasi offensiva.
E dentro la mia mano c’era la sua.
Calda.
Viva.
Reale in un modo che fino a pochi secondi prima non conoscevo.
Cominciai a sentirne ogni dettaglio.
La pressione delle dita.
La morbidezza del palmo.
Il punto esatto nel quale il suo pollice riposava sopra il mio.
E senza rendermene conto iniziai a impararla.
Dove stringeva.
Dove cedeva.
Dove diventava fragile.
Dove finiva lei e cominciavo io.
Come se un giorno avessi dovuto riconoscerla nel buio.
Poi ebbi un pensiero semplicissimo.
Potevo lasciarla.
Sarebbe bastato aprire le dita.
Un gesto impossibile.
Mezzo secondo.
Provai quasi a immaginarlo.
Non ci riuscii.
Non perché lei mi stesse trattenendo.
Era peggio.
Ero io che volevo esserlo.
Fino a quella sera avevo creduto che la libertà avesse qualcosa a che fare con le mani vuote.
Non sapevo ancora che qualcuno avrebbe potuto riempirne una senza portarmi via niente.
Non ricordo quanto camminammo così.
Dieci minuti.
Quaranta.
La memoria non conserva il tempo quando smette di servirle.
Ricordo però quando arrivò il momento di separarci.
Le dita non si aprirono tutte insieme.
Prima il mignolo.
Poi l’anulare.
Il medio.
L’indice rimase per ultimo.
Scivolò lentamente lungo il suo.
Un centimetro.
Poi meno.
Poi niente.
E all’improvviso ebbi freddo.
Soltanto in una mano.
La guardai.
Era identica all’altra.
Cinque dita.
Le stesse linee.
La stessa pelle.
Eppure non era più la stessa mano.
La infilai in tasca.
Non per scaldarla.
Per non disperdere qualcosa.
Tornai a casa tenendola quasi chiusa, con l’assurda convinzione che il calore potesse restare imprigionato tra il palmo e le dita.
Molto tempo dopo avrei stretto quella stessa mano in altri modi.
Per desiderio.
Per paura.
Per chiedere scusa.
Per dire non andar via senza avere il coraggio di pronunciarlo.
Per attraversare giorni nei quali uno dei due avrebbe avuto bisogno che l’altro stringesse un po’ più forte.
Ma quella sera non sapevo niente di tutto questo.
Non conoscevo ancora le strade che avremmo percorso.
Le distanze.
I ritorni.
I punti nei quali ci saremmo persi.
Sapevo soltanto che cinque dita ne avevano trovate altre cinque e, per qualche minuto, il mio corpo aveva smesso di chiedersi dove andare.
Anni dopo avrei capito perché.
Quella sera credevo di stare imparando la forma della sua mano.
Il palmo.
Le dita.
Le piccole pressioni.
I confini della sua pelle.
Mi sbagliavo.
Stavo imparando una geografia, la geografia delle dita.
La prima nella quale non esistevano nord, sud, strade o coordinate.
Esisteva soltanto un punto preciso nel mondo in cui desideravo rimanere.
E per la prima volta,
quel punto era qualcuno.

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