The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Oggi qualcuno mi ha domandato se stessi bene.
Risposi di sì.
Lo feci con tale naturalezza che, per qualche istante, credetti persino alla mia voce.
È sorprendente la maestria con cui impariamo certe menzogne.
Non abbiamo bisogno di prepararle. Non abbassiamo gli occhi. Non esitiamo.
Bene.
Una parola soltanto, e l’altro può proseguire tranquillo verso il resto della propria giornata.
Io, invece, me la portai dietro.
Per qualche ragione quella risposta non volle lasciarmi.
Mi seguì mentre attraversavo la strada, mentre sistemavo alcune cose, mentre compivo tutti quei piccoli uffici mediante i quali riempiamo le ore affinché non abbiano troppo spazio per interrogarci.
Sto bene.
Tornava.
E ogni volta suonava un poco meno vera.
Fino a quando, nel tardo pomeriggio, mi accorsi che non sapevo più cosa significasse davvero quella parola.
Bene rispetto a cosa?
Al dolore?
Alla paura?
Alla vita che avevo immaginato?
O soltanto abbastanza bene da non preoccupare nessuno?
Forse abbiamo fatto di quella risposta una specie di vestito della buona creanza.
Lo indossiamo prima di uscire.
Copre ciò che non desideriamo mostrare, cade abbastanza bene sulle nostre fragilità e permette al mondo di guardarci senza sentirsi obbligato a fermarsi.
Nessuno ci ha insegnato a farlo.
Eppure quasi tutti ne conosciamo la foggia.
Questa sera ho provato a rivolgere la medesima domanda a me stesso.
Senza fretta.
Senza nessuno davanti da rassicurare.
Come stai?
Rimasi in silenzio.
Non trovai una risposta.
E fu allora che compresi una cosa che mi turbò più di quanto avrei voluto.
Conoscevo perfettamente ciò che dovevo fare domani.
Sapevo dove sarei dovuto andare, quali impegni rispettare, a chi rispondere, cosa terminare.
Avrei saputo indicare persino ciò che desideravo per i mesi a venire.
Ma non sapevo dire come stavo.
Possedevo la mappa dei miei doveri e avevo smarrito quella del mio cuore.
Forse accade lentamente.
All’inizio rinunciamo a una piccola necessità.
Non importa, diciamo.
Poi rimandiamo una stanchezza.
Domani riposerò.
Poi una tristezza.
Passerà.
Poi un desiderio.
Non è il momento.
E così, rinuncia dopo rinuncia, costruiamo una vita perfettamente abitabile per tutti tranne che per noi.
Continuiamo a esserci.
Ma sempre un poco più lontani.
Come persone che accendono ogni sera le finestre di una casa nella quale non entrano più.
Ho pensato alle volte in cui il corpo aveva cercato di parlarmi.
Una stanchezza improvvisa.
Un respiro più corto.
Quell’inspiegabile desiderio di sottrarmi per qualche minuto a tutti, senza possedere una ragione abbastanza importante da poterla giustificare.
Li avevo chiamati capricci.
Forse erano lettere.
Messaggi spediti dalla parte più trascurata di me a un destinatario che continuava a rimandarne la lettura.
Quanta pazienza deve avere l’anima.
Noi la ignoriamo per settimane, talvolta per anni, eppure ella continua a tentare.
Cambia linguaggio.
Prima sussurra.
Poi inquieta.
Infine, quando non possiede più alcun altro mezzo, ci sottrae la pace.
E noi la chiamiamo crisi.
Come se fosse giunta all’improvviso.
Come se non ci avesse cercati cento volte prima.
Ho lasciato trascorrere qualche minuto senza fare nulla.
È stato difficile.
Vi era sempre qualcosa che avrei potuto prendere in mano, sistemare, leggere, controllare.
Ma non l’ho fatto.
Sono rimasto.
E nel principio non accadde niente.
Poi arrivò una stanchezza che avevo tenuto fuori per troppo tempo.
Dopo venne una tristezza senza avvenimento.
Non potevo attribuirla a nessuno.
Era semplicemente lì.
E, stranamente, nel momento in cui smisi di pretendere che avesse una spiegazione, divenne più lieve.
Forse non tutto ciò che sentiamo deve essere processato come un colpevole.
Alcune emozioni chiedono soltanto una sedia.
Un poco d’acqua.
E qualcuno che non domandi loro immediatamente quando intendano andarsene.
Così rimasi accanto a me.
Non cercai di aggiustarmi.
Questa parola, stasera, mi parve quasi offensiva.
Non ero guasto.
Ero stanco di essere sempre colui che doveva riuscire a stare bene.
Vi è una differenza enorme.
Pensai allora alla domanda di stamattina.
Se qualcuno me la rivolgesse adesso, forse risponderei diversamente.
Direi:
non lo so.
E non mi vergognerei.
Perché vi sono giorni nei quali non sapere come stiamo è la risposta più sincera che possediamo.
E forse anche la prima strada per tornare.
Ora depongo la penna. Domani, se qualcuno mi domanderà ancora come sto, probabilmente sorriderò. Ma prima di rispondere vorrei concedermi un istante, uno soltanto, per domandare alla parte di me che non parla quasi mai se desidera davvero dire “bene”. Perché sarebbe triste attraversare un’intera esistenza sapendo ascoltare tutti, e arrivare alla fine senza aver mai imparato la voce con cui il nostro stesso cuore cercava di chiamarci.

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