Ci sono luoghi che continuano ad aspettarci, anche quando siamo convinti di averli lasciati.
Di notte sentivo tutto.
Il tubo dell’acqua dentro il muro.
Un mobile che sembrava assestarsi proprio quando la casa decideva di dormire.
Il frigorifero che improvvisamente interrompeva il proprio ronzio e lasciava dietro di sé un silenzio enorme.
Poi c’erano gli altri rumori.
Quelli che conoscevo.
Un cassetto aperto in cucina.
La televisione abbassata fino a diventare un bisbiglio.
Due parole pronunciate da qualche parte oltre la mia stanza.
Non capivo cosa dicessero.
Non mi serviva.
Mi bastava sentirle.
Da bambini esistono suoni che non ascoltiamo.
Ci assicurano semplicemente che il mondo è ancora al suo posto.
Mi giravo nel letto.
Tiravo il lenzuolo più vicino al viso.
Chiudevo gli occhi.
Qualcuno era ancora sveglio.
Quella era l’unica informazione di cui avevo bisogno.
Poi, a un certo punto, non sentivo più niente.
Dovevo essermi addormentato prima io.
Per anni ho creduto che fosse così che finissero tutte le sere.
…
Adesso accade il contrario.
La casa lentamente si spegne e io resto sveglio qualche minuto in più.
Un rubinetto viene chiuso.
Una porta trova piano il proprio stipite.
Da una stanza arriva ancora qualche parola.
Poi più nulla.
Aspetto.
Non so nemmeno cosa.
Forse soltanto quel momento preciso in cui capisco che tutti stanno bene.
Allora posso andare a dormire anch’io.
Ci sono gesti d’amore che nessuno ci insegna.
Li comprendiamo soltanto quando arriva il nostro turno di compierli.
Qualche sera rimango ancora un po’.
Non accendo niente.
Ascolto.
Ed è allora che succede.
Dentro il rumore sommesso della casa di oggi ne riconosco un altro.
Lontanissimo.
Un cassetto.
Una televisione quasi muta.
Due voci che non riesco più a distinguere.
Per qualche secondo ho di nuovo gli occhi chiusi sotto un lenzuolo.
Non vedo nessuno.
Non ne ho bisogno.
Sono lì.
È sufficiente.
Mi sorprende pensare a quante volte mi sia addormentato senza sapere che qualcuno stava vegliando sulla mia tranquillità.
A quante sere abbia ricevuto amore senza accorgermi che aveva persino un suono.
Il tempo non ci restituisce le voci.
Ci insegna ad ascoltare ciò che, quando le avevamo accanto, non sapevamo ancora sentire.
Resto immobile ancora qualche istante.
Poi anche l’ultimo rumore scompare.
Questa volta sono io quello rimasto sveglio.
Sorrido nel buio.
E finalmente capisco perché, tanti anni fa, riuscivo ad addormentarmi senza avere paura.
Into the Home
Home è anche il rumore lieve di qualcuno che rimane sveglio mentre noi possiamo dormire. Da piccoli lo chiamiamo semplicemente casa. Soltanto molti anni dopo scopriamo che aveva un altro nome: sentirsi al sicuro.

Rispondi