The Center Within

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The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.

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Buona lettura.

The Center Within
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
11 agosto, nell’ora in cui decisi di non conservare nulla

Oggi avrei potuto scattare una fotografia.

Avevo persino il telefono fra le mani.

Davanti a me vi era una scena che, secondo le abitudini del nostro tempo, meritava d’essere trattenuta.

La luce cadeva bene.

I volti erano sereni.

Qualcuno rideva senza sapere d’essere bello proprio in quell’istante, e tutt’intorno vi era quella breve armonia che talvolta visita le giornate senza aver ricevuto alcun invito.

Portai il telefono all’altezza degli occhi.

Poi lo abbassai.

Non so perché.

Forse ebbi paura che, tentando di conservare quel momento, avrei smesso di viverlo.

Rimasi a guardare.

Soltanto questo.

E mi parve un gesto antico.

Quasi ribelle.

Noi apparteniamo a un’epoca che teme terribilmente che qualcosa accada senza lasciare prova della propria esistenza.

Fotografiamo ciò che mangiamo, i luoghi che attraversiamo, i cieli, gli incontri, persino le lacrime quando possiedono una luce abbastanza bella.

Come se vivere non bastasse più.

Come se ogni felicità dovesse avere un testimone esterno per essere vera.

Eppure quella scena, proprio perché non la catturai, cominciò immediatamente a diventare mia.

Non di una memoria elettronica.

Mia.

Osservai il modo in cui una mano si posava sulla spalla di qualcuno.

Una ciocca di capelli spostata dal vento.

Il piccolo solco che il sorriso scavava accanto a una bocca.

Udii una risata interrompersi e riprendere subito dopo, più forte.

Sentii persino un profumo che non saprei nominare.

Nulla di ciò sarebbe comparso interamente in una fotografia.

Perché le immagini custodiscono la forma.

Ma vi sono momenti la cui verità abita altrove.

Forse ricordiamo davvero soltanto ciò che abbiamo accettato di perdere. Il resto lo conserviamo così bene da non avere più bisogno di portarlo dentro.

Questo pensiero mi inquietò.

Quante cose abbiamo affidato a un’immagine perché avevamo paura che il cuore non fosse abbastanza capace di trattenerle?

E quante volte, anni dopo, abbiamo riguardato quella stessa fotografia senza riuscire a ricordare ciò che esisteva appena fuori dal suo bordo?

Chi parlava.

Che giorno fosse davvero.

Il motivo per cui avevamo riso.

La temperatura dell’aria.

La persona che sedeva accanto a noi e che, forse, non avremmo mai immaginato di poter perdere.

Una fotografia dice: questo è accaduto.

La memoria, invece, dice: questo mi è accaduto.

E vi è un abisso fra le due cose.

La prima conserva il mondo.

La seconda conserva ciò che il mondo ha fatto di noi.

Continuai a osservare quella scena.

Nessuno sapeva che la stavo imprimendo da qualche parte.

Forse nemmeno io.

Ma avvertii il desiderio quasi infantile di non distrarmi.

Di esserci interamente.

Senza preparare il ricordo mentre la vita stava ancora accadendo.

Questo facciamo spesso.

Viviamo già pensando a come ricorderemo.

Durante un viaggio immaginiamo il racconto che ne faremo.

Nel mezzo di una felicità ci sorprende il pensiero che un giorno ci mancherà.

Persino mentre baciamo qualcuno possiamo avere, per una frazione imperdonabile di secondo, coscienza del fatto che quel bacio diventerà passato.

E così il futuro viene a derubarci del presente prima ancora che il tempo abbia potuto farlo.

Oggi non gliel’ho permesso.

Non ho pensato a domani.

Non ho immaginato cosa sarebbe rimasto.

Ho guardato.

Ed è accaduta una cosa che avevo quasi dimenticato.

Il tempo si è fatto largo.

Non più lento.

Più profondo.

Un minuto possiede una misura diversa quando non tentiamo di fuggirne.

Dentro sessanta secondi possono abitare una voce, tre respiri, una mano che si avvicina a un’altra, il passaggio d’una nuvola, un pensiero che non tornerà mai nella medesima forma.

Forse non è il tempo a essere breve.

Siamo noi ad attraversarlo troppo superficialmente.

Poco dopo tutto finì.

Qualcuno si alzò.

Una voce disse che era tardi.

Le persone cominciarono a disperdersi con la naturalezza con cui terminano le cose che, mentre accadono, crediamo dureranno ancora un poco.

Guardai il telefono.

Non vi era nulla.

Nessuna immagine.

Nessuna prova.

Eppure avrei potuto ricostruire ogni cosa chiudendo gli occhi.

Compresi allora che alcune memorie hanno bisogno di non possedere un corpo per poter continuare a vivere.

Se avessi avuto quella fotografia, forse un giorno avrei guardato lei.

Invece dovrò tornare dentro di me.

Cercare.

Aprire.

Lasciare che il ricordo venga incontro con le sue imperfezioni, portando ogni volta qualcosa di diverso.

Forse dimenticherò un colore.

Forse un volto perderà lentamente i propri contorni.

Forse persino quella risata, un giorno, diverrà soltanto la sensazione d’averla udita.

Ma sarà ancora mia.

E forse amare il tempo significa anche questo: non pretendere di salvarlo tutto.

Lasciargli il diritto di consumare i bordi.

Di scolorire.

Di trasformare ciò che abbiamo vissuto in qualcosa che nessun altro potrà vedere esattamente come noi.

Ora depongo la penna. Di ciò che è accaduto oggi non possiedo neppure una fotografia, e questa sera ne sono stranamente felice. Perché se un giorno vorrò rivederlo non potrò cercarlo sopra uno schermo: dovrò chiudere gli occhi, scendere lentamente dentro di me e raggiungere il luogo in cui quella breve felicità continua a esistere senza essere stata costretta, nemmeno una volta, a mettersi in posa.

F.

2 risposte a “The Center Within”

  1. Sei riuscito a spiegare qualcosa che io non sono mai riuscita a spiegare così minuziosamente e chiaramente… Donandoli sempre quella tua poetica impronta. Una differenza tra la presenza viva e quella che si ferma alla superficie

    1. Forse perché certe presenze non hanno bisogno di occupare spazio per essere immense. Ci sono persone che ci stanno accanto e altre che, senza quasi accorgercene, ci accadono dentro. È quella la differenza che cercavo di raccontare…la superficie trattiene una presenza, la profondità la trasforma in qualcosa che continua a vivere anche quando non la stiamo più guardando.

      E sapere che tu abbia riconosciuto proprio questo, tra tutte quelle parole, significa che in qualche modo ci siamo incontrati nello stesso punto. Aggiungo come succede spesso.Grazie davvero.

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