Ci sono luoghi che continuano ad aspettarci, anche quando siamo convinti di averli lasciati.
Me lo ricordavo più lungo.
Molto più lungo.
Da una parte c’era la mia stanza.
Dall’altra tutto il resto del mondo.
In mezzo, quel corridoio.
Da bambino lo attraversavo correndo, spesso con i piedi nudi, qualche volta sfiorando il muro con una mano come se servisse a mantenere l’equilibrio.
Cinque, sei passi.
Nella mia memoria erano almeno cento.
L’infanzia possiede un modo di archiviare tutto sua.
Non misura le distanze in metri. Le misura in meraviglia.
C’erano angoli che sembravano lontanissimi.
Una porta raggiunta soltanto quando avevo bisogno di qualcosa.
Una stanza nella quale entravo più piano.
Un punto preciso dal quale riuscivo a sentire ciò che accadeva senza essere visto.
Non servivano grandi spazi.
Quando sei piccolo basta pochissimo perché un luogo diventi universo.
Poi cresci.
E l’universo cambia dimensione.
…
Anni dopo mi sono ritrovato davanti a un corridoio che ricordavo enorme.
Ho guardato da un’estremità all’altra.
Era corto.
Quasi incredibilmente corto.
Avrei potuto attraversarlo in pochi passi.
Rimasi fermo con una sensazione difficile da nominare.
Non era delusione.
Non era tristezza.
Era come scoprire che qualcosa aveva mentito per tutta la vita e, nello stesso istante, capire che quella menzogna era stata bellissima.
Feci un passo.
Poi un altro.
La parete arrivò troppo presto.
Le case dell’infanzia non diventano piccole.
Siamo noi che, crescendo, smettiamo di avere bisogno di tanto spazio per contenere un sogno.
Sorrisi.
Perché improvvisamente ricordai quante vite avevo fatto stare lì dentro.
Quante corse.
Quante paure sconfitte prima di raggiungere una stanza illuminata.
Quante volte avevo percorso quella distanza soltanto per cercare qualcuno.
Adesso sarebbe bastato chiamare.
Allora bisognava andare.
Ed era forse proprio quell’andare a rendere tutto così grande.
…
Oggi attraverso altri corridoi.
Non li misuro più.
So già dove conducono.
Conosco le stanze, le distanze, perfino quanti passi servono per raggiungerle.
Poi vedo qualcuno molto più piccolo di me attraversarne uno correndo.
Lo vedo sparire dietro un angolo.
Ricomparire.
Tornare indietro perché ha dimenticato qualcosa.
E improvvisamente quel corridoio cambia.
Diventa enorme.
Non per me.
Per lui.
Allora capisco.
Una casa non ha mai una sola grandezza.
Ne possiede tante quante sono le età di chi la abita.
Forse crescere significa anche perdere lentamente le misure con cui guardavamo il mondo.
E amare qualcuno significa avere il privilegio di vederle nascere di nuovo.
Resto a osservare quella corsa ancora per qualche secondo.
Non dico nulla.
Non voglio spiegargli che un giorno quel corridoio gli sembrerà più corto.
Che alcune porte diventeranno semplicemente porte.
Che gli angoli perderanno i loro misteri.
Avrà tutto il tempo per scoprirlo.
Adesso no.
Adesso quella casa è immensa.
E mentre lo guardo scomparire ancora una volta dietro una parete, per qualche istante…
lo diventa di nuovo anche la mia.
Into the Home
Home cambia misura insieme a noi. Prima è abbastanza grande da contenere il mondo; poi, crescendo, scopriamo quanto fosse piccolo quel mondo. Ma basta guardarlo ancora una volta attraverso gli occhi di qualcuno che sta cominciando a viverlo perché ogni distanza torni, meravigliosamente, infinita.

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