The Center Within

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The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.

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Buona lettura.

The Center Within
Tutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
13 agosto, nel giorno in cui qualcuno ricordò una parte di me

Oggi qualcuno mi ha ricordato una cosa che avevo dimenticato di me.

Stavamo parlando d’altro.

Una conversazione senza importanza, di quelle destinate a consumarsi nello stesso giorno in cui avvengono.

Poi, quasi per caso, disse:

«Tu facevi sempre così.»

Rimasi fermo.

Non per ciò che aveva detto.

Per quel sempre.

Vi era dentro un tempo che non possedevo più.

Gli domandai cosa intendesse.

Me lo raccontò.

Era un gesto minuscolo.

Pare che, molti anni fa, quando qualcuno parlava e gli altri cominciavano a interromperlo, io continuassi a guardarlo.

Soltanto questo.

Rimanevo con gli occhi su di lui finché non aveva terminato.

Non ricordavo di averlo mai fatto.

Eppure qualcuno lo aveva conservato.

Questa cosa mi turbò dolcemente.

Pensiamo di lasciare traccia attraverso ciò che diciamo.

Attraverso le imprese.

Le decisioni importanti.

I giorni che noi stessi abbiamo stabilito essere memorabili.

E invece qualcuno potrebbe ricordarci per il modo in cui gli abbiamo lasciato finire una frase.

Forse non sappiamo quasi nulla della nostra presenza nella vita degli altri.

Esistono parti di noi che non abitano più in noi. Le custodisce qualcuno che ci ha incontrati e, senza saperlo, è diventato memoria al posto nostro.

Da quel momento ho cominciato a domandarmi quante versioni di me esistano sparse nel mondo.

Devono essere moltissime.

C’è il me che qualcuno ha conosciuto da bambino.

Quello che rideva diversamente.

Quello che aveva ancora paura di certe cose e non conosceva quelle di cui avrebbe avuto paura dopo.

Esiste il me incontrato per pochi minuti da uno sconosciuto.

Quello rimasto nella memoria di una persona amata.

Quello ricordato da chi non vedo da anni.

Ognuno possiede un frammento.

Nessuno l’intero.

Nemmeno io.

Questa fu la scoperta più strana.

Avevo sempre creduto che almeno la mia storia appartenesse completamente a me.

Non è vero.

Vi sono giornate della mia esistenza che altri ricordano meglio di quanto sappia fare io.

Frasi che ho pronunciato e dimenticato.

Gentilezze delle quali non possiedo memoria.

Forse anche crudeltà che per me durarono un istante e in qualcun altro rimasero anni.

Questo pensiero mi tolse ogni indulgenza.

Perché significa che non siamo padroni delle conseguenze della nostra presenza.

Possiamo dimenticare una parola.

Chi l’ha ricevuta, no.

Possiamo non ricordare una carezza.

Il giorno in cui arrivò potrebbe essere stato precisamente quello in cui qualcuno ne aveva bisogno.

Forse una persona, da qualche parte, conserva ancora qualcosa di noi che non sapremo mai di averle donato.

Mi sembra una responsabilità immensa.

E insieme una meraviglia.

Perché significa che una vita non termina ai confini della persona che la vive.

Trabocca.

Passa negli altri.

Si deposita senza chiedere permesso.

Un’espressione imparata da qualcuno.

Una maniera di preparare il caffè.

Un consiglio che un giorno verrà ripetuto a un figlio senza ricordare più chi lo pronunciò per primo.

Una premura ricevuta che diventerà, molti anni dopo, premura offerta a un perfetto sconosciuto.

Forse gli esseri umani continuano gli uni negli altri molto più di quanto immaginiamo.

Non per eternità.

Per contagio.

Ci trasmettiamo gesti.

Modi di amare.

Perfino silenzi.

E qualcosa che apparteneva a una persona finisce per vivere in mani che quella persona non incontrerà mai.

Pensai nuovamente a quel mio vecchio gesto.

Guardare qualcuno finché avesse terminato di parlare.

Mi domandai se lo facessi ancora.

Non ne fui certo.

E questa incertezza mi fece male.

Perché può accadere anche questo.

Possiamo diventare migliori in molte cose e perdere, lungo il cammino, una piccola virtù che nessuno ci aveva insegnato.

Cresciamo.

Impariamo a difenderci.

Diventiamo più rapidi, più prudenti, forse persino più saggi.

Ma non tutto ciò che perdiamo durante il viaggio era qualcosa da lasciare indietro.

Vi sono ingenuità che erano bontà.

Lentezze che erano attenzione.

Fragilità che ci rendevano capaci di riconoscere quella altrui.

Forse maturare non dovrebbe significare soltanto aggiungere.

Dovremmo, qualche volta, tornare a cercare ciò che il tempo ci ha sottratto senza averne diritto.

Questa sera ho fatto una prova.

Durante una conversazione ho aspettato.

Avevo già pronta la risposta.

Non l’ho pronunciata.

Ho lasciato che l’altro terminasse.

Poi ancora qualche secondo.

E in quel breve spazio è accaduto qualcosa.

Ha aggiunto una frase.

Una frase che probabilmente non avrebbe detto se io avessi parlato subito.

Era la frase importante.

Tutto ciò che aveva detto prima sembrava essere servito soltanto per trovare il coraggio di arrivare lì.

Ed io stavo quasi per interromperlo un istante prima.

Ho pensato allora a quell’uomo che ero stato.

Quello che continuava a guardare.

Forse non era scomparso.

Aveva soltanto bisogno che qualcuno me lo restituisse.

Ed è una cosa bellissima, questa.

Scoprire che talvolta gli altri non conservano soltanto il ricordo di chi siamo stati.

Custodiscono per noi la strada del ritorno.

Ora depongo la penna. Questa sera penso alle parti di me che vivono in memorie che non posso visitare. Alcune saranno belle, altre forse meritano il mio rimorso. Ma una, oggi, mi è stata riconsegnata. E domani proverò a guardare un poco più a lungo chi mi parla, perché potrebbe esserci ancora qualcuno, dentro di lui, che sta cercando il coraggio di pronunciare la frase per la quale aveva cominciato a parlare.

F.

2 risposte a “The Center Within”

  1. A restare sono più i modi, i gesti, le espressioni del viso… Le parole invece spesso le porta via il vento. Certo, ci sono frasi che restano, ma la maggioranza vola via. E questa tua esperienza ne è una prova. Bellissimo davvero… Perché tornare a quella presenza e consapevolezza di sé non ha eguali

    1. È vero…dei momenti importanti spesso non ricordiamo le parole esatte. Restano un gesto, un’espressione, il modo in cui qualcuno ci ha guardati, persino un silenzio.

      Credo però che le parole non scompaiano completamente…dimentichiamo la loro forma, ma qualche volta rimane ciò che hanno mosso dentro di noi.

      Ed è proprio questo che mi ha colpito ripensando a quell’esperienza…non ricordare tutto ciò che è stato detto, ma riconoscere perfettamente ciò che mi ha lasciato.

      Tornare a quella presenza e consapevolezza di sé, come dici tu, significa anche questo…ritrovare qualcosa che non ricordavamo più di avere.

      E accorgersi che, in realtà, non se n’era mai andato.

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