Il posto accanto
Che cosa eravamo?
Ogni volta che torno a quei giorni è questa la domanda che mi mette in difficoltà.
Perché oggi sarebbe facile.
Oggi conosco ciò che accadde dopo.
Potrei prendere quella memoria e darle un nome, sistemarla ordinatamente dentro la storia, indicare il punto esatto in cui tutto cominciò.
Ma allora no.
Allora non eravamo niente.
Ed era proprio quel niente a contenere una quantità spaventosa di possibilità.
Ci eravamo già visti.
Avevamo parlato abbastanza da conoscere alcune cose e troppo poco per conoscere quelle importanti.
Sapevo come inclinava leggermente il capo quando ascoltava davvero.
Sapevo che prima di ridere cercava inutilmente di trattenersi.
Sapevo alcune parole che usava più delle altre.
Dettagli.
Soltanto dettagli.
Eppure avevo cominciato a raccoglierli.
Non volontariamente.
Questo è ciò che ancora mi sorprende.
La mia memoria aveva iniziato a sceglierla prima che io decidessi di farlo.
Ricordavo cose che non avevo nessun motivo di ricordare.
Una frase pronunciata giorni prima.
Il colore che indossava.
Un’espressione comparsa sul suo volto mentre qualcun altro parlava.
Il modo in cui aveva detto ciao andando via.
Quante volte avevo sentito quella parola?
Migliaia.
Eppure il suo ciao continuava a rimanere qualche secondo oltre la sua voce.
Mi accorsi che la cercavo.
Non fisicamente.
Era peggio.
Entravo in un luogo e, prima ancora di averne coscienza, qualcosa dentro di me aveva già controllato se ci fosse.
Gli occhi facevano il loro mestiere con una rapidità quasi clandestina.
Una stanza.
Tre persone.
Una finestra.
Una giacca appoggiata.
Lei.
Eccola.
Solo allora tutto tornava ad avere proporzioni normali.
Non chiamavo ancora quella cosa desiderio.
Forse perché darle un nome avrebbe significato ammetterne l’esistenza.
Così continuavo a comportarmi come se niente stesse accadendo.
Parlavo con tutti.
Ridevo.
Facevo le cose che avevo sempre fatto.
Poi lei diceva qualcosa dall’altra parte della stanza
e la mia attenzione cambiava proprietario.
Era irritante.
Meraviglioso.
Irritante soprattutto perché non riuscivo a comandarlo.
Avevo sempre creduto che interessarsi a qualcuno fosse un movimento volontario.
Ti piace.
Ti avvicini.
Decidi.
Che ingenuità.
A volte qualcuno entra nella tua attenzione molto prima di entrare nella tua vita.
E quando te ne accorgi è già tardi.
Una sera eravamo seduti insieme.
Non soli.
Questo lo ricordo bene.
C’erano altre voci intorno.
Piatti.
Bicchieri.
Una posata cadde a terra poco distante e qualcuno si chinò a raccoglierla.
Da una cucina arrivava periodicamente uno sbuffo d’aria calda carico di aromi che non saprei più riconoscere.
Sopra di noi una lampada oscillava appena.
Talmente poco che forse nessun altro la stava guardando.
Io sì.
Ogni volta la luce si spostava sul tavolo di pochi millimetri.
Andava.
Tornava.
Andava.
Tornava.
E noi parlavamo.
A un certo punto lei raccontò qualcosa.
Non ricordo cosa.
Ricordo che tutti risero.
Io la guardai ridere.
E lì accadde una cosa che allora non compresi.
Per qualche secondo smisi di ascoltare la conversazione.
Non sentii più gli altri.
Guardavo soltanto il modo in cui quella risata le attraversava il volto.
Pensai:
vorrei essere io a farla ridere così.
Il pensiero arrivò intero.
Senza chiedere permesso.
Mi spaventò.
Abbassai lo sguardo sul tavolo.
C’era una briciola vicino al mio bicchiere.
La schiacciai con l’indice.
La divisi in due.
Poi in quattro.
Come se improvvisamente fosse diventata una faccenda di enorme importanza.
Perché avevo bisogno di occuparmi di qualcosa che non fosse lei.
Non funzionò.
Lei rimase lì.
Dentro la testa.
Dentro il rumore.
Dentro persino quella stupida briciola che continuavo a frantumare.
Fu forse allora che cominciai a capire.
Non stavo più aspettando di rivederla.
Avevo cominciato ad aspettare me stesso quando ero con lei.
Era diverso.
Con lei diventavo più attento.
Più presente.
Le cose acquistavano contorni che normalmente avrei ignorato.
Persino il tempo sembrava avere due velocità contraddittorie.
Prima di incontrarla rallentava.
Quando arrivava accelerava.
E quando se ne andava tornava improvvisamente ad avere troppo spazio.
Che razza di meccanismo era?
Non lo sapevo.
Così iniziai a fare quello che facciamo quando qualcosa ci sta coinvolgendo più di quanto vogliamo ammettere.
Negai.
A me stesso, naturalmente.
Mi piace parlare con lei.
Tutto qui.
Sto bene.
Nient’altro.
È interessante.
Certo.
Costruivo definizioni innocue per contenere qualcosa che innocuo stava smettendo di essere.
Poi arrivavano i giorni in cui non la vedevo.
Ed erano perfettamente normali.
Questo era il problema.
Il caffè aveva lo stesso sapore.
Le strade conducevano negli stessi posti.
Le persone dicevano le stesse cose.
Io facevo tutto quello che dovevo fare.
Eppure mancava una specie di accento.
Non tristezza.
Non nostalgia.
Una sottrazione.
Come una canzone ascoltata da sempre alla quale qualcuno abbia tolto uno strumento.
La riconosci.
È ancora lei.
Ma continui a percepire il punto in cui dovrebbe esserci qualcosa.
Poi la rivedevo.
E naturalmente non accadeva niente.
Un saluto.
Una frase.
Magari nemmeno ci sedevamo vicini.
Ma quel qualcosa tornava al proprio posto.
Senza rumore.
Senza annunciarsi.
E io cominciavo a sospettare la verità.
Non volevo ancora guardarla direttamente.
Ci giravo intorno.
Come si gira intorno a una parola che sappiamo pronunciare ma di cui temiamo le conseguenze.
Una volta arrivai prima di lei.
C’era una sedia vuota accanto alla mia.
La guardai.
Poi guardai le altre.
Erano identiche.
Stesso legno.
Stessa altezza.
Stesso schienale.
Eppure quella accanto a me aveva smesso di essere una sedia.
Era diventata un’ipotesi.
Ogni volta che sentivo qualcuno arrivare voltavo appena la testa.
Non abbastanza da sembrare in attesa.
Abbastanza per controllare.
Non era lei.
Ancora.
Non era lei.
Poi sentii la sua voce prima di vederla.
E il corpo fece quella cosa assurda che il corpo sa fare quando vuole tradirci.
Il cuore anticipò un colpo.
La schiena cambiò posizione.
Il viso tentò disperatamente di assumere un’espressione casuale.
Io rimasi fermo.
Dentro, niente lo era.
Lei arrivò.
Vide il posto.
«È libero?»
Avrei potuto rispondere semplicemente sì.
Dissi:
«Certo.»
Come un idiota.
Come se quella sedia non fosse stata libera per tutti
e riservata a lei soltanto dentro di me.
Si sedette.
Il suo braccio rimase vicino al mio.
Non ci toccavamo.
C’era uno spazio sottile fra le nostre maniche.
Pochissimo.
Quella distanza aveva già una memoria.
Sapevo cosa significava sfiorarla.
Sapevo cosa significava avere la sua mano nella mia.
Eppure quella sera non cercai niente.
Mi bastava che fosse lì.
Questo è il dettaglio che oggi mi commuove.
Non desideravo ancora possederne un istante.
Desideravo prolungarne la presenza.
Parlammo.
Di cose importanti.
Di sciocchezze.
Non saprei più separarle.
A un certo punto qualcuno propose di andare via.
Sentii una resistenza immediata dentro.
Non volevo.
Non perché avessi ancora qualcosa da fare.
Perché andarsene significava interrompere quella specie di parentesi nella quale lei era abbastanza vicina da modificare la giornata.
Poi uscimmo.
L’aria fuori aveva un’altra temperatura.
Lei camminava accanto a me.
Non ci tenevamo per mano.
Non eravamo niente.
Eppure ormai quel niente aveva iniziato a pretendere spazio.
Camminammo lentamente.
Forse entrambi stavamo allungando la strada senza confessarlo.
Arrivò il momento di salutarci.
Ci fermammo.
E lì comparve quella distanza.
La conosco ancora.
Potrei misurarla a memoria.
Troppo vicini per un saluto distratto.
Troppo lontani per qualunque altra cosa.
Lei mi guardò.
Io guardai lei.
Poi la sua bocca.
Fu rapidissimo.
Abbastanza perché me ne vergognassi.
Tornai immediatamente ai suoi occhi.
Non so se se ne accorse.
Spero di sì.
Spero di no.
Ancora oggi non riesco a decidere.
Sentii il desiderio arrivare con una chiarezza quasi dolorosa.
Avrei potuto avvicinarmi.
Forse anche lei lo avrebbe fatto.
Ma non successe.
E oggi sono felice che non sia successo.
Perché esisteva ancora qualcosa che avremmo perso per sempre pochi giorni dopo.
La possibilità.
Quel territorio meraviglioso nel quale niente è accaduto e quindi tutto può ancora accadere.
Dove una bocca non è ancora un ricordo.
Un abbraccio può durare un secondo più del necessario e occuparti un’intera notte.
Un messaggio può essere scritto, cancellato, riscritto dieci volte soltanto per fingere che non ti importi.
Dove non sai ancora se puoi chiamarla noi.
Ma hai già smesso di sentirti completamente io.
Ci salutammo.
La vidi allontanarsi.
Quella volta non provai tristezza.
Provai qualcosa di peggiore.
Attesa.
Perché sapevo che l’avrei rivista.
E improvvisamente tutti i giorni che mi separavano da quel momento diventarono materiale da attraversare.
Fu tornando a casa che finalmente compresi cosa mi stava succedendo.
Non eravamo una coppia.
Non ci eravamo promessi niente.
Non avevamo pronunciato nessuna parola capace di cambiare ufficialmente la nostra storia.
Eravamo ancora liberi di non diventare nulla.
Eppure qualcosa aveva già scelto.
Non lei.
Non io.
La direzione.
Tutto convergeva lentamente verso la stessa persona.
La voglia di raccontare.
L’attesa.
Gli occhi entrando in una stanza.
Il posto accanto.
Il tempo che volevo prolungare.
Persino ciò che ancora non osavo desiderare.
Tutto aveva cominciato ad avere il suo nome senza che io lo pronunciassi.
E forse è questa la parte più pura dell’innamorarsi.
Quella che dura pochissimo.
Quella che dopo non potremo mai ricreare.
Quando non siamo ancora niente,
ma dentro di noi abbiamo già cominciato a diventare qualcosa.
Era la prima volta che aspettavo un bacio che non c’era ancora stato, e avevo già nostalgia di tutto ciò che sarebbe esistito prima che arrivasse.

Rispondi