Da che parte stai?
C’è una domanda che sento sempre più spesso.
«Da che parte stai?»
Non
cosa ne pensi?
Non
cosa hai capito?
Nemmeno
ne sai abbastanza per avere un’opinione?
Da che parte stai.
Sembra una differenza insignificante.
Non lo è.
Perché chiedermi cosa penso presuppone che da qualche parte, dentro di me, debba avvenire un lavoro.
Devo ascoltare.
Capire.
Dubitarne.
Cambiare idea, se serve.
Persino ammettere di non sapere.
Chiedermi da che parte sto è molto più semplice.
Devo scegliere un posto.
E una volta entrato, succede qualcosa che osservo sempre più spesso.
Cominciamo a difenderlo.
Anche quando sbaglia.
Soprattutto quando dall’altra parte c’è qualcuno che non sopportiamo.
Lo vedo nelle discussioni.
Basta un argomento.
Politica.
Una guerra.
Un fatto di cronaca.
Un personaggio pubblico.
Una scelta educativa.
Perfino una partita.
Prima ancora di conoscere bene ciò che è accaduto, sappiamo già chi avrà ragione.
Questa cosa mi impressiona.
Abbiamo opinioni così personali che spesso posso prevederle conoscendo soltanto il gruppo al quale apparteniamo.
C’è qualcosa che non torna.
Se mi dici dove prendi le tue informazioni, chi segui, quale comunità frequenti, a volte posso anticipare ciò che penserai di un fatto che non è ancora accaduto.
E noi continuiamo a chiamarla opinione.
Io compreso.
Perché anch’io conosco quella sensazione.
Leggo qualcosa che conferma ciò che penso e abbasso immediatamente la guardia.
Mi piace.
Mi sembra intelligente.
Finalmente qualcuno che ragiona.
Poi incontro un’argomentazione contraria.
E improvvisamente divento bravissimo a trovare difetti.
Controllo la fonte.
Cerco la contraddizione.
Pretendo prove.
È curioso.
Il rigore che chiediamo alle idee degli altri raramente lo pretendiamo dalle nostre.
Potrei dare la colpa agli algoritmi.
Lo fanno certamente meglio di noi.
Hanno imparato che mostrarci continuamente ciò che ci somiglia ci trattiene più a lungo.
Ma un algoritmo può servirmi la conferma.
Non può obbligarmi a mangiarla.
Quella parte rimane mia.
Ed è qui che la faccenda diventa scomoda.
Perché appartenere è piacevole.
Sapere che qualcuno la pensa come me mi rassicura.
Essere riconosciuto dal mio gruppo mi protegge.
Cambiare opinione, invece, ha un costo.
A volte significa deludere qualcuno.
Altre perdere una certezza.
Qualche volta pronunciare tre parole che sembrano diventate umilianti:
mi sono sbagliato.
E allora facciamo una cosa più semplice.
Restiamo coerenti.
Non con la verità.
Con noi stessi.
O, peggio ancora, con l’immagine di noi stessi che abbiamo consegnato agli altri.
È qui che comincio a preoccuparmi.
Non quando due persone hanno idee uguali.
Sarebbe assurdo.
Mi preoccupo quando smettiamo di concedere alla nostra mente il diritto di arrivare da sola da qualche parte.
Quando un fatto non modifica più l’opinione.
È l’opinione a modificare il fatto finché riesce a entrarci dentro.
A quel punto non stiamo più pensando.
Stiamo facendo manutenzione alla nostra appartenenza.
E allora provo a cambiare la domanda.
Non
da che parte sto?
Ma
se nessuno sapesse cosa ho pensato fino a ieri, cosa penserei oggi?
Nessun pubblico.
Nessun gruppo da tradire.
Nessuna vecchia frase da difendere.
Nessun bisogno di vincere.
Soltanto io davanti a ciò che so.
E soprattutto davanti a ciò che non so.
Non garantisce che avrò ragione.
Ma almeno, se sbaglierò, l’errore sarà arrivato attraverso di me.
Perché possediamo una mente che non è la replica esatta di nessun’altra.
Ha attraversato esperienze, ricordi, paure, incontri e conoscenze in una combinazione che non si ripeterà.
E sarebbe paradossale attraversare un’intera esistenza con qualcosa di così irripetibile dentro la testa…
soltanto per usarla per decidere
da quale parte copiare la risposta.

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