The Center Within è una rubrica concepita come un diario manoscritto. Ogni pagina nasce con un’impaginazione e una veste grafica che fanno parte dell’opera stessa.
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Per attraversare queste pagine così come sono state immaginate, puoi leggerle sul mio sito:
Buona lettura.
“`htmlTutti cercano un posto nel mondo. Pochi cercano il mondo dentro un posto.
Oggi non ho occupato la sedia accanto alla mia.
Avrei potuto posarvi la borsa.
Lo facciamo spesso.
Appena ci sediamo, allarghiamo silenziosamente i confini della nostra presenza.
Una giacca.
Un telefono.
Un giornale.
Qualunque cosa dica agli altri: qui non c’è posto.
Questa mattina stavo per farlo.
Poi non so cosa mi abbia trattenuto.
Ho lasciato la sedia com’era.
Vuota.
Attorno vi era agosto.
Quell’agosto rumoroso che sembra avere paura di trascorrere inosservato.
Voci lontane.
Bicchieri.
Tavoli occupati.
Bambini che correvano come se il giorno non dovesse mai conoscere sera.
Qualcuno chiamava qualcuno.
Qualcuno rideva prima ancora che una frase fosse terminata.
Io rimasi lì.
Con una sedia libera accanto.
E mi accorsi che continuavo a guardarla.
Non aspettavo nessuno.
Questa è la cosa strana.
Nessuno doveva arrivare.
Non vi era appuntamento.
Nessun ritardo.
Nessun nome da cercare fra i volti.
Eppure quella sedia mi parve contenere qualcosa.
Una possibilità.
Avevo dimenticato quanto fosse bella questa parola.
Possibilità.
Non promessa.
Non certezza.
Soltanto uno spazio nel quale qualcosa, se vorrà, potrà accadere.
Pensai a quanto sono diventato bravo a riempire.
Le giornate.
Le attese.
I silenzi.
Perfino quei pochi minuti nei quali nulla reclama la mia attenzione.
Prendo qualcosa.
Guardo.
Leggo.
Controllo.
Cerco.
Come se il nulla fosse una creatura pericolosa dalla quale occorre difendersi.
Abbiamo quasi abolito l’attesa.
E non sono certo che sia stata una conquista.
Un tempo si aspettava qualcuno davanti a una stazione.
Non si poteva sapere dove fosse.
Se avesse perso il treno.
Se sarebbe comparso fra cento persone o soltanto dopo che la banchina si fosse svuotata.
Si aspettava.
E nell’attesa accadeva qualcosa a noi.
Il desiderio cresceva.
La paura inventava storie.
Il cuore imparava quanto contasse davvero ciò che stava aspettando.
Ora sappiamo quasi tutto.
Dove sei.
Quanto manca.
Quando arriverai.
E forse, insieme all’incertezza, abbiamo perduto una piccola parte della meraviglia.
Perché la meraviglia ha bisogno di una porta che non sappiamo quando si aprirà.
Guardai ancora quella sedia.
Una donna passò accanto al tavolo.
Per un istante pensai che volesse chiedermi se fosse libera.
Proseguì.
Poco dopo arrivò un ragazzo.
Si fermò.
«È occupato?»
Quella domanda mi fece sorridere.
Guardai la sedia.
Poi lui.
«No.»
La prese.
Ringraziò e la portò a un altro tavolo.
Tutto qui.
La possibilità che avevo contemplato per tanto tempo se ne andò sulle braccia di uno sconosciuto.
E stranamente non provai dispiacere.
Perché avevo capito che non era la sedia ciò che doveva rimanere libero.
Ero io.
Una parte di me.
Una piccola regione non già assegnata a ciò che conosco.
Mi domandai quando avessi cominciato a organizzare perfino il futuro come una stanza già arredata.
Qui il lavoro.
Qui gli affetti.
Qui ciò che desidero.
Qui ciò che temo.
Ogni cosa al proprio posto.
Nessuna sedia libera.
E allora dove dovrebbe sedersi ciò che non avevo previsto?
Dove metterò un sogno che ancora non conosco?
Una persona che non pensavo d’incontrare?
Un’idea capace di contraddire ciò che credevo?
Una versione di me che oggi non saprei nemmeno immaginare?
Forse diventiamo vecchi molto prima delle rughe.
Accade quando smettiamo di lasciare posto a qualcosa che possa sorprenderci.
Quando ogni risposta è già pronta.
Ogni persona classificata.
Ogni desiderio giudicato possibile oppure sciocco prima ancora di averlo ascoltato.
Ci difendiamo dall’imprevisto.
E senza accorgercene ci difendiamo anche da una parte della vita.
Poco più tardi il ragazzo riportò la sedia.
«Grazie.»
La rimise esattamente dov’era.
Accanto a me.
Questa volta non la guardai più come prima.
Non mi sembrava vuota.
Mi sembrava disponibile.
Ed esiste una distanza immensa fra queste due parole.
Vuoto è ciò che manca.
Disponibile è ciò che può ancora accogliere.
Forse ho confuso le due cose molte volte.
Ho avuto paura dei miei spazi liberi perché li credevo mancanze.
Li ho riempiti troppo in fretta.
Di persone.
Di rumore.
Di risposte.
Di qualunque cosa mi impedisse di sentire che qualcosa non era ancora arrivato.
Oggi, invece, quell’assenza di forma mi è sembrata quasi una ricchezza.
Non sapere tutto.
Non avere deciso tutto.
Non essere ancora diventato interamente colui che sarò.
Che sollievo.
Significa che la vita possiede ancora qualcosa che non mi ha raccontato.
E io, almeno questa sera, non voglio costringerla a farlo.
Ora depongo la penna. Fuori agosto continua a celebrare se stesso e da qualche parte vi saranno tavole alle quali non rimane neppure una sedia. Io, invece, vorrei conservarne una dentro di me. Non per chi è andato via, né per qualcuno che debba necessariamente arrivare. Una sedia senza nome, lasciata semplicemente libera. Perché se la vita dovesse presentarsi un giorno con qualcosa che non avevo previsto, non vorrei doverle dire che non c’è posto.

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