Moon

16 agosto 2026
Luna calante

Stanotte vorrei partire da qualcosa che la Luna fa da sempre e che, visto dalla Terra, possiede quasi la forma di un paradosso.

Ci mostra quasi sempre la stessa faccia.

Non perché l’altra non esista.

La Luna ruota su se stessa. Ma impiega, all’incirca, lo stesso tempo che le occorre per compiere un’orbita intorno alla Terra. È quella che chiamiamo rotazione sincrona.

Così, mentre viaggia, gira.

E mentre gira, continua a rivolgerci quasi lo stesso emisfero.

Per secoli l’umanità ha osservato la Luna senza conoscere davvero ciò che esisteva dall’altra parte.

Quella parte non era buia.

Non era vuota.

Non era incompleta.

Era semplicemente invisibile da qui.

E forse non esiste immagine più vicina a ciò che siamo.

Perché trascorriamo una quantità enorme della nostra vita conoscendo le persone attraverso la parte che riescono a rivolgerci.

Un sorriso.

Un carattere.

Un modo di parlare.

La sicurezza.

L’ironia.

La gentilezza.

Perfino la durezza.

Poi crediamo di conoscerle.

Diciamo:

È fatto così.

Lei è sempre stata così.

Lo conosco bene.

Sono frasi enormi.

Forse troppo grandi per essere pronunciate davanti a un essere umano.

Perché nessuno coincide completamente con la parte che riesce a mostrarci.

Dietro una persona allegra potrebbe esistere una regione esausta.

Dietro chi parla continuamente, un silenzio che nessuno ha ancora saputo raggiungere.

Dietro una persona difficile, una paura antica che ha imparato a difendersi prima ancora di essere minacciata.

Non significa giustificare tutto.

Significa ricordare che vedere non equivale a conoscere.

La Luna ce lo dimostra ogni notte.

Per moltissimo tempo abbiamo osservato montagne, pianure, crateri.

Abbiamo disegnato mappe.

Le abbiamo dato nomi.

Eppure metà di quella storia continuava a viaggiare davanti a noi senza poter essere vista.

Quanto facilmente facciamo lo stesso con le persone.

Conosciamo una pagina e crediamo di avere letto il libro.

Assistiamo a una reazione e inventiamo la causa.

Riceviamo un silenzio e decidiamo che sia indifferenza.

Vediamo qualcuno allontanarsi e lo chiamiamo disamore.

Forse dovremmo diventare più prudenti con le conclusioni.

Più generosi con ciò che non sappiamo.

Esiste una forma di intelligenza che consiste nel comprendere.

Ma ne esiste una ancora più rara:

sapere quando non abbiamo abbastanza elementi per farlo.

Stanotte la Luna mi insegna proprio questo.

Lasciare una parte dell’altro senza definizione.

Non riempirla immediatamente con le mie supposizioni.

Accettare che persino dopo anni accanto a qualcuno possano esistere territori che non conosco.

E non viverli come un’esclusione.

Viverli come mistero.

Perché forse amare davvero una persona significa anche rinunciare alla presunzione di averla capita completamente.

Continuare a guardarla sapendo che, dietro ciò che vediamo, esiste ancora un continente.

E avere abbastanza delicatezza da non colonizzarlo con le nostre interpretazioni.

La Luna possiede un’altra faccia.

Anche noi.

E forse la cosa più bella che qualcuno possa dirci non è:

«Ti conosco.»

Ma:

«So che esiste ancora molto di te che non conosco. E sono ancora qui.»



Non spiegarmi tutto di te.

Lasciami qualcosa
che non sappia raggiungere.

Una riva senza nome,
una stanza ancora chiusa,
un pensiero che non mi appartenga.

Non avrò paura.

Ti amerò anche lì,
dove non posso vederti.

Perché conoscere qualcuno
non significa terminare il suo mistero.

Significa avere davanti un universo

e non desiderare mai
che abbia una fine.


2 risposte a “Moon”

  1. Grazie Francesco, hai dato voce e parole ad un pensiero di fronte al quale tutti preferiscono tapparsi le orecchie. Grazie grazie
    Inoltre la chiusura poetica è straordinariamente emozionante

    1. Grazie a te cara Rita…le tue parole ripagano di ogni fatica, di ogni dubbio e di tutto quello che significa costruire ogni giorno questo scenario.

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