Nessuno guarda
Ho sempre pensato di essere una brava persona.
Scriverlo mi mette persino un po’ a disagio.
Forse perché certe qualità dovrebbero essere riconosciute dagli altri, non dichiarate da noi.
Eppure credo di esserlo.
Cerco di non ferire.
Mi indignano le ingiustizie.
Mi commuove la sofferenza.
Se vedo qualcuno trattato male, provo fastidio.
Ho valori nei quali credo.
Principi che difendo.
Parole che non permetterei a nessuno di mettere in discussione.
Poi, qualche volta, mi osservo.
Ed è meno piacevole.
Perché essere una brava persona quando non costa nulla è relativamente facile.
Il problema comincia quando la bontà presenta il conto.
Quando aiutare qualcuno significa perdere tempo.
Quando ascoltare arriva proprio mentre avrei altro da fare.
Quando essere corretto significa rinunciare a un vantaggio.
Quando dovrei difendere una persona che non è presente e intorno al tavolo tutti stanno ridendo.
Quando potrei restituire qualcosa che nessuno saprà mai che ho ricevuto per errore.
Quando chiedere scusa significa ammettere che questa volta il torto è interamente mio.
È lì che la mia idea di me comincia a interessarmi molto meno.
Perché ho scoperto una cosa che preferirei non fosse vera.
A volte siamo più fedeli all’immagine della nostra bontà che alla fatica necessaria per praticarla.
Sappiamo perfettamente chi siamo.
O almeno chi raccontiamo di essere.
Sensibili.
Generosi.
Corretti.
Aperti.
Tolleranti.
Poi arriva qualcuno che mette alla prova proprio quella parola.
Diciamo di non giudicare le persone.
Finché non fanno qualcosa che disapproviamo.
Diciamo che il denaro non conta.
Finché non dobbiamo perderne.
Diciamo che tutti meritano una seconda possibilità.
Finché la seconda possibilità dobbiamo concederla noi.
Diciamo che l’aspetto non importa.
Poi scegliamo.
Diciamo che bisogna aiutare chi è in difficoltà.
Purché la sua difficoltà non occupi troppo spazio nella nostra giornata.
Fa male scriverlo così.
Perché dentro qualche riga mi riconosco.
Non in tutte.
Abbastanza.
E potrei difendermi.
Potrei dire che siamo esseri umani.
Che abbiamo limiti.
Che non possiamo occuparci di tutti.
Che bisogna proteggere anche se stessi.
Ed è tutto vero.
È proprio questo che rende gli alibi migliori così difficili da riconoscere:
contengono quasi sempre una parte di verità.
Non pretendo una bontà perfetta.
Mi insospettirebbe persino.
Non voglio essere disponibile sempre, perdonare tutto, sacrificarmi per chiunque.
Anche dire no può essere una forma di rispetto verso se stessi.
Il punto è un altro.
Vorrei sapere chi sono quando essere chi dico di essere diventa scomodo.
Perché abbiamo costruito una società nella quale possiamo rendere pubblica quasi ogni virtù.
Possiamo mostrare ciò che sosteniamo.
Condividere ciò che ci indigna.
Scrivere parole meravigliose sulla gentilezza.
Dichiarare da che parte stiamo.
E magari farlo sinceramente.
Ma c’è ancora un luogo che nessun profilo riesce a mostrare.
È minuscolo.
Non ha pubblico.
Non produce approvazione.
È il momento in cui potremmo fare una cosa giusta e nessuno saprebbe mai che l’abbiamo fatta.
Quello mi interessa.
Tolgo gli occhi degli altri.
Tolgo il grazie.
Tolgo la possibilità di raccontarlo.
Tolgo persino quella piccola soddisfazione di essere considerato una bella persona.
Rimane il gesto.
Lo farei ancora?
Non so rispondere sempre sì.
E questa volta non voglio migliorare la risposta.
Voglio lasciarla così.
Perché forse essere irripetibili non significa soltanto scoprire cosa ci piace, cosa pensiamo o cosa desideriamo.
Significa avere il coraggio di verificare se la persona che mostriamo al mondo coincide almeno un poco con quella che rimane quando il mondo se ne va.
Io posso raccontarmi in mille modi.
Posso scegliere parole bellissime per definirmi.
Ma c’è una versione di me che non ha bisogno di presentazioni.
È quella che esiste quando potrei scegliere diversamente senza essere scoperto.
Nessuno guarda.
Nessuno giudica.
Nessuno applaude.
Ci sono soltanto io.
Ed è una delle poche volte in cui
non posso nascondermi dietro la mia reputazione.

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