La geometria del soffitto
Cosa ricordo?
Il soffitto.
Non lei.
Non subito.
Il soffitto.
Lo fissavo da così tanto tempo che avevo cominciato a conoscerne le imperfezioni.
Una piccola ombra vicino all’angolo.
Una linea quasi invisibile nell’intonaco.
Il riflesso intermittente di qualcosa che passava fuori e arrivava fin lassù, deformato dal vetro.
Avrei potuto chiudere gli occhi.
Non lo facevo.
Avevo paura che il buio mi costringesse a pensare.
Così contavo.
Le linee.
Gli angoli.
Le distanze.
Come se la geometria potesse mettere ordine in ciò che dentro di me non ne aveva più.
Lei era accanto.
Talmente vicina che avrei potuto sfiorarla allungando appena un braccio.
Eppure quella notte mi sembrava lontanissima.
Non perché fosse cambiato qualcosa tra noi.
Era accaduto qualcosa di peggiore.
Non sapevo più come raggiungerla.
La sentivo respirare.
Questo sì.
Inspirava lentamente.
Poi una pausa.
E l’aria usciva.
Aspettavo ogni volta il respiro successivo.
Non so quando avevo cominciato a farlo.
Forse ore prima.
Forse nel momento esatto in cui avevo capito che non avrei dormito.
Inspirava.
Io aspettavo.
Espirava.
Io aspettavo.
Era diventata una specie di preghiera senza Dio e senza parole.
Ancora.
Soltanto questo.
Ancora.
Fuori pioveva piano.
Non una pioggia importante.
Una di quelle che sembrano non cadere nemmeno rimangono sospese davanti ai lampioni e trasformano la luce in pulviscolo.
Ogni tanto un’automobile attraversava la strada.
Il rumore delle ruote sull’asfalto bagnato cresceva,
passava davanti alla finestra,
poi si consumava lentamente nella distanza.
La seguivo con l’orecchio finché spariva.
Dopo tornava il suo respiro.
Lei non dormiva.
Lo sapevo.
Esiste un modo particolare di stare immobili quando si dorme.
Il suo non era quello.
Era l’immobilità di chi sta cercando di non disturbare il dolore.
Avrei voluto chiederle:
sei sveglia?
Domanda inutile.
Avrei voluto dire:
parliamone.
Peggio.
Come se parlare fosse sempre una soluzione.
Come se esistessero frasi abbastanza grandi da contenere certe notizie.
Rimasi zitto.
Poi sentii il lenzuolo muoversi.
Pochissimo.
Lei si voltò dalla mia parte.
Nel buio distinguevo soltanto il profilo.
La fronte.
Il naso.
La curva della bocca.
Un volto che conoscevo da anni e che quella notte sembrava appartenere contemporaneamente alla donna che avevo sempre conosciuto
e a qualcuno che avevo appena incontrato.
Allungò la mano.
Non cercò la mia.
La appoggiò sul mio petto.
Lì.
Sopra il cuore.
E rimase ferma.
Sentii il suo palmo scaldarsi attraverso la stoffa.
Il mio cuore batteva sotto.
Mi domandai se lo stesse contando.
Forse anche lei aveva bisogno di sapere:
ancora.
Ancora.
Posai la mia mano sulla sua.
Niente dita intrecciate.
Nessuna carezza.
Soltanto peso sopra peso.
Come se entrambi avessimo bisogno di verificare che l’altro fosse ancora lì.
Fu allora che sentii una cosa calda scivolare verso l’orecchio.
Una lacrima.
La mia.
Non avevo pianto fino a quel momento.
Avevo fatto tutto quello che fanno gli adulti quando ricevono qualcosa che li spaventa.
Avevo ascoltato.
Fatto domande.
Annuito.
Cercato informazioni.
Pronunciato frasi ragionevoli.
Avevo trasformato la paura in attività perché sembrasse meno paura.
Ma quella notte non c’era più niente da fare.
Nessuno da chiamare.
Nessuna domanda intelligente.
Nessun foglio da rileggere.
C’eravamo soltanto noi.
E il soffitto.
La lacrima arrivò ai capelli.
Non la asciugai.
Lei sentì qualcosa.
Forse il respiro cambiato.
Forse il petto sotto la sua mano.
Si avvicinò.
Appoggiò la fronte alla mia spalla.
E in quel gesto accadde una cosa che non dimenticherò.
Era lei ad avere paura.
E stava consolando me.
Avrei voluto oppormi.
Dirle che non doveva.
Che quello forte dovevo essere io.
Che il dolore aveva sbagliato direzione.
Poi capii quanto fosse stupida quella pretesa.
L’amore non assegna ruoli.
Non decide chi deve crollare e chi deve sostenere.
A volte due persone cadono nello stesso istante
e l’unica cosa che possono fare è cadere una verso l’altra.
La strinsi.
Finalmente.
Non forte.
Con quella cautela assurda che usiamo quando temiamo che persino un abbraccio possa rompere qualcosa.
Sentii i suoi capelli contro il mento.
Il calore della fronte.
Il suo respiro sulla stoffa.
Poi una piccola scossa.
Una sola.
La riconobbi.
Stava piangendo.
Non fece rumore.
Fu peggio.
Le lacrime silenziose hanno qualcosa di terribilmente intimo.
Non chiedono soccorso.
Semplicemente non riescono più a rimanere dentro.
La strinsi un poco di più.
Avrei voluto dirle:
non succederà niente.
Ma non lo dissi.
Perché non lo sapevo.
E quella notte compresi che esiste una forma d’amore più difficile della rassicurazione.
Non mentire alla persona che ami soltanto perché la verità ti terrorizza.
Così cercai qualcosa che potessi promettere davvero.
«Ci sono.»
Due parole.
Quasi niente.
Lei affondò appena il viso contro di me.
«Lo so.»
E fu tutto.
Fuori, la pioggia continuava.
Una goccia percorse lentamente il vetro.
Ne incontrò un’altra.
Per qualche centimetro scesero insieme.
Poi la prima accelerò.
L’altra rimase indietro.
Le guardai.
Pensai che avevo sempre immaginato l’amore come quelle due gocce quando correvano unite.
Stessa direzione.
Stessa velocità.
Stesso destino.
Quella notte capii che non funziona così.
Ci saranno tratti in cui uno dei due scenderà più velocemente.
Altri in cui rimarrà fermo.
Uno avrà paura mentre l’altro riuscirà ancora a respirare.
Uno perderà forza.
L’altro gliene presterà un poco.
Poi, magari, accadrà il contrario.
Amarsi non significa procedere sempre insieme.
Significa continuare a cercarsi quando la vita modifica la velocità di uno dei due.
Lei si addormentò prima di me.
Questa volta davvero.
La sua mano rimase sul mio petto.
Io tornai a guardare il soffitto.
Ma non contai più le linee.
Guardai la sua mano.
Pensai a tutte le volte che l’avevo vista fare cose insignificanti.
Girare una chiave.
Spostare una tazza.
Raccogliere qualcosa caduto.
Sistemarsi i capelli.
Indicare una direzione.
Quante volte avevo guardato quelle dita senza sapere di star guardando qualcosa che un giorno avrei avuto paura di perdere?
È questo che fa il tempo.
Trasforma retroattivamente le cose comuni in miracoli.
La mattina arrivò senza alcuna solennità.
Prima il buio perse densità.
Poi gli oggetti cominciarono lentamente a recuperare i bordi.
Una sedia.
La porta.
I vestiti.
Infine il suo volto.
Dormiva ancora.
La luce dell’alba le attraversava appena la guancia.
La guardai.
E provai qualcosa che non avevo mai provato.
Non desiderai che quel giorno fosse bellissimo.
Non chiesi felicità.
Non chiesi fortuna.
Non chiesi nemmeno che la paura sparisse.
Desiderai soltanto una cosa terribilmente semplice:
un giorno normale.
Lei che si alzava.
Il caffè.
Una frase detta da una stanza all’altra.
Qualcosa dimenticato sul tavolo.
Una discussione inutile.
Una risata.
La sera.
Poi un’altra mattina.
Mi sembrò improvvisamente la forma più alta di ricchezza che un essere umano potesse possedere.
La normalità.
Quella cosa che trascorriamo metà della vita tentando di interrompere
e l’altra metà pregando di poter riavere.
Lei aprì gli occhi.
Mi trovò già sveglio.
«Non hai dormito?»
Sorrisi.
«Un po’.»
Mentii.
Ma quella bugia potevo concedermela.
Mi guardò per qualche secondo.
Poi sorrise anche lei.
Non era il sorriso di chi non ha paura.
Era molto più bello.
Era il sorriso di chi ha paura e decide comunque di cominciare la giornata.
Fu allora che capii.
Fino a quel momento avevo conosciuto molte forme dell’amore.
Il desiderio.
La gelosia.
La tenerezza.
L’attesa.
La passione.
La quotidianità.
Credevo che amare qualcuno significasse desiderare di trascorrere con lui tutta la vita.
Quella notte scoprii il significato nascosto di quella frase.
Non era volere tutta la vita insieme.
Era scoprire, improvvisamente,
di non essere preparati all’idea che possa non bastare.
Non sapevamo cosa sarebbe successo.
Non sapevamo quanto fosse grande ciò che ci aspettava.
Avevamo soltanto una mattina davanti.
E per la prima volta non mi sembrò poco.
Mi sembrò tutto.
Mi alzai.
Lei rimase ancora qualche secondo sotto le coperte.
Andai verso la porta.
Poi mi voltai.
Era lì.
E quella semplice evidenza mi trafisse con una gratitudine quasi insostenibile.
È qui.
Non avevo mai pensato quelle due parole in quel modo.
Era la prima volta che avevamo paura insieme.
E fu la prima volta che compresi che l’amore non diventa immenso quando prometti a qualcuno per sempre.
Diventa immenso quando la vita smette di garantirti il domani
e tu, guardandolo ancora accanto a te,
impari quanto infinito possa essere un solo giorno.

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