Il cartografo delle assenze

·

Riprendiamo la serie Free Book.

Anche questa un’opera mai pubblicata, rimasta con me per molti anni. È un testo particolare, forse persino difficile da collocare, perché vive in quello spazio sottile tra ciò che conosciamo e ciò che non sappiamo spiegare.

Avevo diciotto anni quando ne scrissi la prima stesura.

In questi mesi sono tornato tra quelle pagine, le ho rilette con gli occhi di oggi e ho riscritto molto, cercando però di non perdere ciò che apparteneva allo sguardo di allora.

Ne è nato qualcosa di diverso.

Più maturo, certamente.

Ma con ancora dentro il ragazzo che, tanti anni fa, aveva immaginato per la prima volta una città che non esiste.

Forse.


Varen è una città immaginaria.

Non compare su alcuna carta geografica, non appartiene a nessuno Stato e ogni riferimento a luoghi realmente esistenti è puramente accidentale.

Almeno, questo è ciò che risulta dalle mappe.

Per il resto, non posso garantire nulla.


I

CENTOTTANTASEI METRI

A Varen le strade avevano tutte una misura.

Era una delle cose di cui la città andava inutilmente fiera.

Esistevano targhe di ottone agli angoli degli edifici più antichi, mappe ripiegate nei cassetti degli alberghi, planimetrie municipali conservate sotto vetro e una quantità spropositata di documenti capaci di stabilire con precisione dove cominciasse una proprietà, dove terminasse un marciapiede e a chi appartenessero perfino certi muri che nessuno avrebbe mai pensato di reclamare.

Varen misurava tutto.

Forse perché, come molte città, temeva ciò che non riusciva a contare.

Quella mattina pioveva da prima dell’alba.

Non forte.

Una pioggia sottile, quasi amministrativa, che sembrava avere ricevuto il permesso di cadere senza disturbare nessuno.

Sui binari del tram l’acqua formava due righe lucide. Le automobili passavano lasciando un fruscio breve, le grondaie gocciolavano sulle tende dei negozi ancora chiusi e dalle finestre dei primi piani arrivavano piccoli quadrati di luce.

Elias Venn uscì dal portone alle sette e diciassette.

Non alle sette e un quarto.

Alle sette e diciassette.

Da nove anni abitava al numero 14 di Rosenstrasse e da nove anni impiegava esattamente undici minuti per raggiungere la fermata.

Non era metodico.

Almeno, sosteneva di non esserlo.

Era semplicemente un uomo al quale piaceva sapere quanto occupassero le cose.

Aveva trentasette anni, un cappotto scuro che avrebbe dovuto sostituire due inverni prima e l’abitudine di infilare il pollice sinistro sotto l’orlo della tasca quando camminava.

La panetteria all’angolo aveva già acceso le luci.

Elias rallentò.

Dietro il vetro appannato, la signora Korda stava disponendo il pane sugli scaffali. Prese una pagnotta, la guardò, cambiò idea e la mise più in alto.

Elias bussò con una nocca.

Lei si voltò.

Indicò l’orologio.

Lui sollevò entrambe le mani.

La donna scosse la testa sorridendo.

Erano chiusi.

Ogni mattina ripetevano la stessa scena.

Ogni mattina Elias fingeva di essersene dimenticato.

Il tram arrivò mentre attraversava la strada.

Corse gli ultimi metri, salì dalla porta posteriore e rimase in piedi nonostante ci fossero diversi posti liberi.

Il vetro era freddo.

Ci appoggiò due dita.

Varen scivolava dall’altra parte.

Palazzi color cenere.

Balconi di ferro.

Un uomo che trascinava fuori le sedie di un caffè.

Una ragazza sotto un ombrello giallo.

Un cane fermo davanti a una pozzanghera come se dovesse prendere una decisione importante.

Elias sorrise.

Il tram svoltò.

La ragazza scomparve.

Alle sette e cinquantadue entrò nell’Ufficio Cartografico Municipale.

L’edificio occupava l’ala orientale dell’ex Palazzo delle Dogane, una costruzione severa che sembrava essere stata progettata da qualcuno contrario alle conversazioni. Corridoi lunghi, porte alte, pavimenti di pietra consumati al centro.

Elias lavorava al terzo piano.

Sezione Revisione Topografica.

Il nome faceva sembrare importante un lavoro che, nella maggior parte dei giorni, consisteva nel correggere errori commessi da persone morte da molto tempo.

Appoggiò il cappotto alla sedia.

Accese la lampada.

Sulla scrivania c’erano tre fascicoli.

Quello sopra portava una striscia rossa.

DISTRETTO IV — RETTIFICA 47/B

Elias lo aprì.

— Ti prego, dimmi che oggi non esci. —

La voce arrivò dalla porta.

Mara Kessler teneva una tazza con entrambe le mani.

Aveva quarant’anni, forse quarantuno. Elias non glielo aveva mai chiesto. Portava i capelli corti e possedeva quella particolare capacità di guardare qualcuno facendo sembrare evidente che avesse già capito la metà delle cose che lui non aveva ancora detto.

Elias sfogliò il fascicolo.

— Perché? —

— Piove.

— È acqua.

— Grazie. Per un momento temevo stesse precipitando acido solforico.

Elias indicò la tazza.

— Terzo caffè?

Mara guardò il contenuto.

— Secondo.

— Hai già mentito stamattina.

— Sono le otto meno cinque. Ho ancora tutta la giornata per peggiorare.

Entrò.

Posò un foglio davanti a lui.

— Questo è tuo.

Elias lo prese.

Era la copia di una planimetria.

Distretto IV.

Settore 19.

Una zona che conosceva bene: edifici residenziali, due scuole, un vecchio mercato coperto e una sequenza di strade nate prima che le automobili costringessero gli urbanisti a pensare in grande.

— Problema? —

Mara indicò una linea a matita.

— Catasto dice centottantasei.

— E?

— L’impresa che deve rifare i sottoservizi dice centonovantuno.

Elias sollevò lo sguardo.

— Cinque metri?

— Cinque.

— Hanno misurato male.

— Naturalmente.

— Naturalmente cosa?

— Naturalmente hai deciso che hanno misurato male prima ancora di andare a controllare.

Elias piegò il foglio.

— Perché hanno misurato male.

Mara bevve il caffè.

— Ti odio quando hai ragione in anticipo.

— Non sai ancora se ho ragione.

— Per questo ho detto in anticipo.

Elias infilò la planimetria nel fascicolo.

Si alzò.

Mara guardò prima lui, poi la finestra rigata di pioggia.

— Ti avevo chiesto di dirmi che non saresti uscito.

— E io non te l’ho detto.

Passandole accanto le prese la tazza.

Bevve un sorso.

Fece una smorfia.

— Questo è il terzo.

— Venn.

Le restituì il caffè.

— Kessler.

Uscì.

Mara rimase sulla porta.

— Ombrello.

Elias tornò indietro.

Prese l’ombrello.

— Non una parola.

Lei sorrise.


La strada si chiamava Olven.

Elias c’era passato centinaia di volte senza avere mai avuto una ragione per fermarsi.

Era stretta e leggermente curva. Da un lato sorgevano edifici di quattro piani, dall’altro una fila irregolare di costruzioni più basse che sembravano essersi accordate molto tempo prima per non assomigliarsi.

Al numero 8 c’era un orologiaio.

Al 10 una porta verde.

Al 12 un negozio vuoto.

Poi il muro.

Elias controllò il foglio.

Numero 12.

Numero 16.

Guardò nuovamente gli edifici.

Dodici.

Sedici.

Si avvicinò al muro tra i due fabbricati.

Era largo poco più di cinque metri.

Vecchi mattoni intonacati. Una canalina scendeva dall’alto. In basso qualcuno aveva disegnato con il gesso una piccola barca.

Elias rimase immobile.

Poi guardò il civico 12.

Quindi il 16.

Tornò al muro.

— Certo.

Pronunciò la parola piano.

Prese il misuratore laser dalla borsa.

Cominciò dal principio della strada.

La pioggia continuava a cadere.

Centonovantuno metri e dodici centimetri.

Elias osservò il display.

Lo spense.

Aspettò qualche secondo.

Lo riaccese.

Ripeté la misurazione.

191,12.

Una finestra si aprì sopra di lui.

— Se continua così si prenderà una polmonite.

Elias alzò la testa.

Una donna anziana lo guardava dal secondo piano del numero 12.

— Ho un ombrello.

La donna osservò l’ombrello chiuso nella sua mano.

Elias lo guardò a sua volta.

Lo aprì.

— Adesso sì.

La finestra si richiuse.

Elias tornò al lavoro.

Controllò gli angoli.

I riferimenti catastali.

Le facciate.

Le distanze parziali.

Non c’era alcun errore evidente.

La strada misurava centonovantuno metri.

La planimetria ne dichiarava centottantasei.

Cinque metri.

Elias guardò ancora il muro.

Cinque metri.

Si avvicinò.

Passò la mano sull’intonaco bagnato.

Non seppe perché lo fece.

Era freddo.

Perfettamente normale.

Sul lato sinistro, quasi nascosta dietro il tubo della grondaia, vide una piccola lastra metallica.

Si chinò.

Era ossidata.

Pulì la superficie con il pollice.

Comparve qualcosa.

Una lettera.

Poi un’altra.

Elias strofinò più forte.

VICOLO ORSA

Rimase accovacciato.

Il traffico continuava dietro di lui.

Un autobus passò all’imbocco della strada.

Qualcuno suonò un clacson.

Una donna gli passò accanto parlando al telefono.

Niente si fermò.

Elias fotografò la targhetta.

Poi il muro.

Poi i civici.

Quando si rialzò, la finestra del secondo piano era nuovamente aperta.

La donna anziana era ancora lì.

Questa volta non disse nulla.

Elias indicò la lastra.

— Signora?

Lei continuò a guardarlo.

— Sa cos’è questo?

La donna abbassò gli occhi verso il punto indicato.

Il suo viso cambiò appena.

Non paura.

Qualcosa di più piccolo.

Come quando riconosci una voce che non sentivi da molti anni.

— Dove l’ha trovata? —

— Era qui.

La donna si sporse leggermente.

— No.

Elias guardò la targhetta.

— È qui.

— Le ho chiesto dove l’ha trovata.

Elias esitò.

— Dietro la grondaia.

La donna rimase in silenzio.

— Conosce Vicolo Orsa?

Lei guardò verso l’interno dell’appartamento.

Per un momento Elias pensò che se ne sarebbe andata.

Invece tornò alla finestra.

— Lei chi è?

— Ufficio Cartografico.

Qualcosa attraversò gli occhi della donna.

Questa volta Elias lo vide.

— Allora dovrebbe saperlo lei.

La finestra si chiuse.


Alle undici e ventitré Elias era nel deposito sotterraneo dell’Archivio Municipale.

L’odore laggiù era diverso dal resto dell’edificio.

Carta.

Polvere.

Colla.

E qualcosa di ferroso che arrivava dalle vecchie tubature.

Sul tavolo aveva disposto sei mappe.

Olven compariva in tutte.

Elias sovrappose i fogli trasparenti.

Centottantasei metri.

Sempre.

Prese la mappa del 1912.

Avvicinò la lampada.

E si fermò.

Tra il numero 12 e il numero 16 partiva una linea sottile.

Perpendicolare alla strada.

Un passaggio.

Largo cinque metri e diciotto.

Elias seguì la linea con l’indice.

Entrava nell’isolato per circa quaranta metri, poi piegava verso nord e terminava in un piccolo spazio rettangolare.

Accanto, scritto a mano:

Vicolo Orsa.

Sentì un rumore alle sue spalle.

Si voltò.

Nessuno.

Solo scaffali.

Prese la mappa del 1936.

Niente.

Niente.

Niente.

Tornò al 1912.

Il vicolo era lì.

Elias si sedette.

Per diversi minuti non fece nulla.

Poi prese il telefono.

Fotografò la mappa.

La ingrandì sullo schermo.

Guardò nuovamente l’originale.

Uguale.

Prese un foglio bianco e scrisse:

OLVEN

Sotto:

1912 — 186 m + Vicolo Orsa

Si fermò.

Cancellò.

Scrisse:

1912 — 191 m

Si fermò ancora.

Non aveva senso.

Se il vicolo era perpendicolare alla strada, non poteva modificarne la lunghezza.

Prese una matita.

Fece alcuni calcoli.

Li cancellò.

Li rifece.

Alle dodici e sette Mara scese nel deposito.

— Sei vivo?

Elias non rispose.

Lei si avvicinò.

— È grave?

— Dipende.

— Da cosa?

— Da quanto tieni alla geometria.

Mara posò una mano sul tavolo.

Elias le mostrò la mappa.

— Guarda.

Lei si chinò.

— Cosa?

— Tra dodici e sedici.

Mara avvicinò il viso.

— Un vicolo.

— Sì.

— E quindi?

Elias le porse la fotografia scattata quella mattina.

Mara guardò il muro.

Poi la mappa.

— È stato chiuso.

— Probabile.

— Problema risolto.

Elias non disse nulla.

Mara conosceva quel silenzio.

— Che c’è?

Lui prese la planimetria moderna.

— Se chiudi un vicolo, quanto si allunga una strada?

Mara lo fissò.

— Non si allunga.

— Esatto.

— Elias…

Lui indicò le misure.

Mara le lesse.

Il sorriso scomparve.

Per alcuni secondi si sentì soltanto il ronzio della lampada.

— Strumento difettoso.

— Ne ho usati due.

— Riferimenti sbagliati.

— Controllati.

— Planimetria errata.

— Tutte?

Mara guardò le sei mappe.

Elias si appoggiò allo schienale.

— Cinque metri e dodici.

Lei tornò alla fotografia.

Il muro.

La grondaia.

La piccola barca di gesso.

— È quasi la larghezza del vicolo.

— Sì.

Mara sollevò lentamente gli occhi.

— Stai dicendo che una strada è diventata più lunga perché hanno chiuso un vicolo?

Elias prese la matita.

La fece ruotare tra le dita.

— Sto dicendo che non so cosa sto dicendo.

Mara rimase lì ancora qualche secondo.

Poi raccolse la tazza che aveva portato con sé.

— Finalmente una cosa sensata.

Fece due passi.

Elias la chiamò.

— Mara.

Lei si voltò.

— Hai mai sentito parlare di Vicolo Orsa?

— No.

— Mai?

— Elias, questa città ha quattromila strade.

— Tremilasettecentododici.

Mara lo guardò.

— Vedi perché nessuno pranza con te?

Lui sorrise.

Lei se ne andò.

Il sorriso rimase per qualche secondo.

Poi Elias tornò alla mappa.


Alle diciotto e quarantuno uscì dall’ufficio.

Aveva smesso di piovere.

Varen possedeva quella particolare bellezza che alcune città raggiungono soltanto dopo essere state bagnate.

Le pietre trattenevano il cielo.

Le insegne si duplicavano sull’asfalto.

Dalle porte dei locali uscivano odori di burro, vino, cipolla soffritta. Le persone camminavano più lentamente, come se la fine della pioggia avesse restituito loro qualche minuto.

Elias avrebbe dovuto prendere il tram.

Non lo fece.

Camminò.

Non decise di tornare in via Olven.

Se ne accorse quando era già lì.

Il negozio dell’orologiaio era chiuso.

La porta verde aveva una luce sopra il campanello.

Il numero 12 era buio.

Il muro era davanti a lui.

Elias si fermò sul marciapiede opposto.

Cinque metri.

Di giorno gli era sembrato soltanto un muro.

Adesso, con le finestre illuminate ai lati, sembrava qualcos’altro.

Non una chiusura.

Una pausa.

Attraversò.

La piccola barca di gesso era ancora lì.

La targhetta anche.

VICOLO ORSA

Elias infilò le mani nelle tasche.

Guardò in alto.

La finestra della donna anziana era spenta.

Stava per andarsene quando sentì il portone del numero 12 aprirsi.

La donna uscì.

Portava un cappotto marrone troppo grande e teneva una borsa della spesa piegata sotto il braccio.

Vide Elias.

Non sembrò sorpresa.

Chiuse il portone.

— Ha trovato la sua risposta?

— No.

— Bene.

Elias aggrottò la fronte.

— Bene?

La donna cominciò a camminare.

Lui la seguì per qualche passo.

— Mi scusi.

Lei continuò.

— Signora, posso farle una domanda?

— L’ha già fatta stamattina.

— Non mi ha risposto.

La donna si fermò.

Si voltò.

Alla luce del lampione Elias vide che aveva occhi chiarissimi.

— Questo non trasforma una domanda in un debito.

Elias abbassò lo sguardo per un istante.

Poi sorrise.

— Ha ragione.

La donna riprese a camminare.

Elias rimase fermo.

Fece per tornare verso il muro.

— Signor cartografo.

La voce arrivò alle sue spalle.

Elias si voltò.

La donna era a una decina di metri.

— Io non sono un cartografo.

Lei inclinò appena la testa.

— Non ancora.

Elias non seppe cosa rispondere.

La donna indicò il muro con il mento.

— Vuole sapere cosa c’era lì?

Elias aspettò.

— Un vicolo.

— Questo lo so.

— No.

La donna fece qualche passo verso di lui.

— Lei sa che sulle sue carte c’era un vicolo.

Si fermò.

— È diverso.

Una folata mosse il bordo del suo cappotto.

— Lei ci è passata?

La donna guardò il muro.

Per la prima volta sembrò molto vecchia.

— Ogni giorno.

Elias sentì qualcosa stringersi appena nello stomaco.

— Dove portava?

Lei lo guardò.

— A casa.

Silenzio.

— La sua casa?

La donna annuì.

Elias osservò il muro.

Poi tornò a lei.

— Ma dietro ci sono altri edifici.

— Adesso.

Quella parola rimase tra loro.

Elias fece un passo verso il muro.

— Quando l’hanno demolita?

La donna non rispose.

— Signora?

Lei aprì la borsa piegata, come se improvvisamente si fosse ricordata di dover comprare qualcosa.

— Domani misuri di nuovo la strada.

Elias la fissò.

— Perché?

La donna sistemò il manico della borsa sul polso.

— Perché oggi l’ha misurata lei.

— Non capisco.

Lei sorrise.

Non era un sorriso misterioso.

Era quasi affettuoso.

Ed era proprio questo a renderlo inquietante.

— Lo so.

Si allontanò.

Elias la guardò raggiungere l’angolo.

— Signora!

Lei si fermò senza voltarsi.

— Come si chiama?

Questa volta passarono diversi secondi.

— Ada.

— Ada cosa?

La donna girò appena il viso.

— Per stasera basta Ada.

Poi scomparve dietro l’angolo.


La mattina seguente Elias uscì di casa alle sette e undici.

Se ne accorse soltanto quando vide la panetteria.

La signora Korda stava sistemando il pane.

Lui bussò.

Lei indicò l’orologio.

Elias non fece il solito gesto.

Continuò a camminare.

Arrivò in via Olven alle sette e quarantatré.

Non pioveva.

Il cielo era bianco e basso.

Il muro sembrava più piccolo.

Elias posò la borsa a terra.

Prese il misuratore.

Scelse il punto iniziale.

Controllò l’allineamento.

Premette.

Aspettò il segnale.

Guardò il display.

Non si mosse.

Una bicicletta gli passò dietro.

La campanella suonò due volte.

Elias abbassò lo strumento.

Guardò la strada.

Poi misurò nuovamente.

Stesso risultato.

Una terza volta.

Uguale.

Rimase in mezzo al marciapiede con il misuratore stretto nella mano.

Sul display c’era scritto:

186,03 m

Elias alzò lentamente gli occhi verso il muro.

La barca disegnata con il gesso non c’era più.

Si avvicinò.

Passò la mano sulla superficie.

Cercò la grondaia.

La trovò.

Infilò le dita dietro il tubo.

Niente.

Si abbassò.

Guardò meglio.

La lastra con scritto VICOLO ORSA era scomparsa.

Elias rimase accovacciato.

Poi vide qualcosa sull’intonaco.

Un piccolo rettangolo più chiaro.

Il punto esatto nel quale la targhetta era rimasta fissata abbastanza a lungo da proteggere il muro dalla pioggia, dal fumo e dagli anni.

Quindi era stata lì.

Elias lo fotografò.

Una volta.

Due.

Tre.

Si rialzò.

Al secondo piano del numero 12 la finestra era chiusa.

Guardò il citofono.

Dodici appartamenti.

Cercò un nome.

ADA.

Niente.

Suonò al secondo piano.

Attese.

Nessuna risposta.

Suonò ancora.

Dall’altoparlante arrivò una voce maschile.

— Sì?

— Mi scusi. Cerco Ada.

Silenzio.

— Chi?

— La signora anziana del secondo piano.

— Ha sbagliato numero.

Elias guardò la finestra.

— Ieri era affacciata proprio lì.

— Qui non vive nessuna Ada.

— Forse è una vicina.

Dall’altra parte l’uomo sospirò.

— Signore, io vivo qui da ventidue anni.

Una pausa.

— Al secondo piano abito io.

Il citofono si spense.

Elias non si mosse.

La città intorno a lui aveva cominciato la giornata.

Un furgone scaricava casse di bottiglie.

Qualcuno apriva una serranda.

Due bambini correvano verso la scuola.

Da una finestra arrivava il rumore di una radio.

Tutto era al proprio posto.

Elias guardò il muro.

Poi il display ancora acceso nella sua mano.

186,03 m.

Per la prima volta in trentasette anni ebbe la sensazione precisa che una misura potesse mentire.

Non sapeva ancora che era il contrario.

A Varen, le misure erano probabilmente l’unica cosa che non mentiva mai.

Erano le cose a spostarsi.

4 risposte a “Il cartografo delle assenze”

  1. Prosegue il racconto?

    1. Siii è un testo completo…non completato…ci saranno trame non definite ma come free book va bene….spero che il prosegue il racconto…significa mi è piaciuto… a te piacciono come al sottoscritto le trame particolari

      1. Ovviamente sì! Non avrei chiesto altrimenti. Sono curiosa di leggere ancora

      2. Onorato…tanto onore nel leggerlo…

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