II
LA POLVERE INTATTA
Alle otto e dodici Elias aveva già mentito due volte.
La prima al custode dell’Ufficio Cartografico.
— Tutto bene, Venn? —
— Certo. —
La seconda a Mara.
— Hai dormito? —
— Sì. —
Mara aveva sollevato gli occhi dal monitor e lo aveva osservato abbastanza a lungo da rendere inutile qualsiasi altra domanda.
Elias si era seduto.
Aveva acceso la lampada.
Aveva tolto il cappotto.
Poi lo aveva rimesso.
— Questa è nuova — disse lei.
— Cosa?
— La parte in cui arrivi al lavoro e decidi di vestirti.
Elias guardò il cappotto.
Lo tolse di nuovo.
Mara tornò al monitor.
— Molto meglio.
Sul tavolo c’era il fascicolo di via Olven.
Elias non lo aprì.
Accese il computer.
Controllò la posta.
Rispose a una richiesta dell’Ufficio Viabilità.
Corresse due coordinate.
Telefonò al Distretto II per una discrepanza catastale che non aveva alcuna importanza e, proprio per questo, gli sembrò meravigliosa.
Per ventisette minuti riuscì quasi a convincersi che la mattina precedente fosse stata soltanto una concatenazione di errori.
Una targhetta vecchia.
Una donna incontrata per strada.
Una misurazione sbagliata.
Una fotografia.
La fotografia.
Elias smise di scrivere.
Prese il telefono.
Aprì la galleria.
Scorse le immagini.
Il muro.
Il numero 12.
Il numero 16.
Il misuratore.
191,12.
Allargò la fotografia con due dita.
Il display era nitido.
Passò alla successiva.
Il muro.
La grondaia.
La piccola lastra di metallo.
Ingrandì.
Le lettere erano perfettamente leggibili.
VICOLO ORSA
Elias lasciò il telefono sulla scrivania.
Non era pazzo.
La constatazione gli diede meno sollievo di quanto avrebbe immaginato.
— Kessler.
— Venn.
— Se ti mostrassi una fotografia di qualcosa che oggi non esiste, cosa penseresti?
Mara continuò a digitare.
— Che hai fotografato ieri.
Elias rimase zitto.
Le dita di Mara si fermarono.
— Era una domanda seria?
Lui le porse il telefono.
Mara guardò la fotografia.
Poi quella del misuratore.
Elias non disse nulla.
Lei scorse indietro.
Avanti.
Ancora indietro.
— Centonovantuno.
— Ieri.
— E stamattina?
— Centottantasei.
Mara appoggiò il telefono.
— Hanno rimosso la targhetta.
— Durante la notte?
— Succede.
— E hanno accorciato la strada?
— Quello succede meno.
Elias si passò una mano sulla nuca.
Mara si alzò.
— Vieni.
— Dove?
— A bere qualcosa.
— Sono le otto e quaranta.
— Infatti non ho detto alcol.
La mensa dell’ex Palazzo delle Dogane aveva diciassette tavoli, un distributore automatico che restituiva monete soltanto quando ne aveva voglia e una finestra enorme affacciata sul cortile interno.
Mara prese due caffè.
Ne porse uno a Elias.
Lui bevve.
— Questo è terribile.
— È il primo fatto verificabile della giornata.
Si sedettero.
Mara incrociò le braccia.
— Ricominciamo.
Elias raccontò tutto.
Non molto.
Soltanto ciò che era accaduto.
La donna alla finestra.
Il nome.
Il vicolo.
La casa.
Il citofono.
Mara non lo interruppe mai.
Quando finì, guardò verso il cortile.
Un uomo in uniforme stava spazzando foglie bagnate in un mucchio che il vento continuava a disfare.
— Ada cosa?
— Non me l’ha detto.
— Età?
— Settanta. Forse di più.
— Descrizione?
Elias la guardò.
— Da quando sei diventata poliziotta?
— Da quando tu hai cominciato a inseguire anziane inesistenti.
— Non la sto inseguendo.
— Hai suonato a casa sua alle sette e cinquanta del mattino.
— Non era casa sua.
— Questo peggiora parecchio la tua difesa.
Elias sorrise controvoglia.
Mara prese il bicchiere.
— Potrebbe averti preso in giro.
— Perché?
— Le persone fanno cose stupide senza avere bisogno di una ragione. È una delle poche risorse veramente rinnovabili del pianeta.
— Conosceva il vicolo.
— Potrebbe aver visto la targhetta.
— Ha detto che ci abitava.
— Potrebbe aver mentito.
Elias annuì.
— Sì.
Mara lo studiò.
— Ma non lo credi.
— Non lo so.
— È diverso.
Elias sollevò lo sguardo.
Mara sorrise appena.
— Vedi? Ascolto anch’io le vecchie signore.
Alle nove e diciassette Elias tornò nel deposito.
Questa volta non cercò mappe.
Cercò persone.
Il registro storico degli immobili di Varen occupava quarantadue scaffali.
Ogni edificio costruito prima della digitalizzazione possedeva un fascicolo cartaceo. Proprietari, modifiche strutturali, passaggi catastali, autorizzazioni, demolizioni.
Elias trovò Olven 12.
Portò la cartella al tavolo.
La aprì.
L’edificio attuale era stato costruito nel 1934.
Prima, sullo stesso lotto, sorgeva una costruzione più piccola.
Demolita nel 1932.
Niente di insolito.
Prese Olven 16.
Stessa cosa.
Poi cercò Vicolo Orsa.
Nessun fascicolo.
Provò l’indice alfabetico.
Orsa, Vicolo.
Niente.
Provò le denominazioni soppresse.
Niente.
Consultò il registro delle strade rinominate.
Niente.
Eppure aveva visto quella scritta sulla mappa del 1912.
Elias aprì il grande schedario delle particelle storiche.
Cercò il numero riportato accanto al vicolo.
IV-19-044.
Il cassetto arrivò a IV-19-043.
Poi:
IV-19-045.
Elias passò il dito nello spazio tra le due schede.
Quarantaquattro mancava.
Non era insolito perdere un documento vecchio.
Era insolito perdere un numero.
Si chinò.
Guardò dietro le schede.
Niente.
Tolse il cassetto.
Pesava più di quanto sembrasse.
Lo posò sul pavimento.
Nello spazio vuoto dello schedario c’era polvere.
Molta.
Tranne in un punto.
Un rettangolo verticale.
Pulito.
Qualcuno aveva tolto qualcosa.
Da poco.
Elias rimase accovacciato.
Passò un dito sul bordo.
La polvere si attaccò alla pelle.
— Cerchi qualcosa?
La voce arrivò alle sue spalle.
Elias si voltò troppo rapidamente e urtò il cassetto con il ginocchio.
— Cristo.
Un uomo lo osservava dall’ingresso del corridoio.
Alto.
Magro.
Capelli completamente bianchi nonostante il viso non sembrasse ancora vecchio.
Indossava una camicia color avorio con le maniche arrotolate fino agli avambracci.
Elias lo conosceva di vista.
Nadir Holt.
Responsabile dell’Archivio Storico Municipale.
Uno di quegli uomini che sembravano appartenere all’edificio più che lavorarci.
— Ho sbattuto il ginocchio.
Holt guardò il cassetto sul pavimento.
— Me n’ero accorto.
Elias si rialzò.
— Sto cercando una particella.
— Tutti quelli che scendono qui cercano qualcosa.
Holt si avvicinò.
— Quale?
Elias esitò.
— IV-19-044.
Holt non cambiò espressione.
Ma guardò il cassetto.
Solo per un istante.
Elias lo vide.
— Non c’è — disse Holt.
— Lo vedo.
— Allora abbiamo risolto.
Elias rimise lentamente il cassetto al suo posto.
— È stata rimossa.
— Oppure non è mai stata inserita.
— La numerazione salta.
— Le numerazioni saltano.
— Le strade si allungano?
Holt lo guardò.
Silenzio.
Elias capì di avere detto troppo.
— Mi scusi?
— Niente.
Holt fece per andarsene.
Elias lo fermò.
— Conosce Vicolo Orsa?
L’uomo rimase immobile.
Non si voltò subito.
Quando lo fece, aveva ancora la stessa espressione.
— No.
Una risposta perfetta.
Troppo perfetta.
Elias indicò il tavolo.
— Compare su una mappa del 1912.
— Molte cose compaiono sulle mappe vecchie.
— Ma non negli archivi.
Holt si avvicinò alla planimetria.
La osservò.
Non si chinò.
Non ebbe bisogno di cercare.
I suoi occhi andarono immediatamente al punto esatto.
Vicolo Orsa.
Elias sentì un piccolo movimento dentro di sé.
Holt conosceva quella mappa.
— Curioso — disse l’archivista.
— Molto.
— Errori di trascrizione.
— Un errore con un nome, una larghezza e una particella catastale?
— Gli errori migliori sono dettagliati.
Elias sorrise.
— Questa me la segno.
Holt non ricambiò.
— Non lo faccia.
Poi se ne andò.
A mezzogiorno Elias non aveva fame.
Alle dodici e venti scoprì che non avere fame non impediva allo stomaco di protestare.
Uscì.
La pioggia aveva lasciato posto a un sole pallido che non scaldava nulla.
Camminò fino alla panetteria vicino al ponte di Karel.
Comprò un panino e una mela.
Si sedette sul parapetto.
Sotto di lui il fiume Nera attraversava Varen con una lentezza che faceva sembrare affrettato tutto il resto.
Elias addentò la mela.
Guardò il telefono.
La fotografia della targhetta.
Poi quella della strada.
Poi la mappa del 1912.
C’era qualcosa che non tornava.
Non la misura.
Qualcos’altro.
Passò da un’immagine all’altra.
Targhetta.
Mappa.
Targhetta.
Mappa.
Si fermò.
Ingrandì la mappa.
Vicolo Orsa.
Ingrandì la fotografia.
VICOLO ORSA.
Elias smise di masticare.
La targhetta non poteva essere del 1912.
Il carattere tipografico era stato adottato dalla municipalità molto più tardi.
Lo conosceva.
Era lo stesso delle targhe installate dopo la riforma urbana del 1958.
Ma sulle mappe del 1936, 1954 e 1971 il vicolo non esisteva.
Elias ripose la mela nel sacchetto.
Telefonò a Mara.
— Dove sei?
— Sto mangiando.
— Vieni al ponte.
— No.
— Ho trovato una cosa.
— Mangia prima la tua cosa.
— Mara.
Silenzio.
— Quanto è importante?
Elias guardò la fotografia.
— Non lo so ancora.
— La risposta che temevo.
Riattaccò.
Sette minuti dopo Mara attraversò il ponte con un contenitore di noodles in mano.
— Se questa cosa è stupida, ti uccido.
Elias le mostrò le immagini.
Lei mangiò mentre ascoltava.
Quando lui finì, Mara indicò il telefono con la forchetta.
— Quindi?
— Quella targhetta è successiva al 1958.
— Va bene.
— Il vicolo non esisteva più nel 1936.
Mara smise di mangiare.
Guardò nuovamente la foto.
— Magari hanno rimesso la targa dopo.
— Di una strada che non esisteva?
— A Varen abbiamo una statua dedicata a un ministro che nessuno ricorda. Non sopravvalutare l’amministrazione pubblica.
Elias rise.
Per un momento tutto tornò normale.
Il ponte.
Il fiume.
Il sole.
Mara che mangiava noodles freddi.
Poi lei indicò qualcosa sullo schermo.
— Aspetta.
— Cosa?
Mara prese il telefono.
Allargò l’immagine.
— Qui.
Elias si avvicinò.
— Cosa?
— Dietro la targhetta.
Elias guardò.
La fotografia mostrava il muro.
La canalina.
La lastra.
E, nell’angolo superiore, una piccola porzione della finestra del secondo piano.
C’era qualcuno.
Elias prese il telefono.
Ingrandì.
La qualità diminuì.
Una sagoma dietro il vetro.
Una donna.
Ada.
— È lei — disse Elias.
Mara osservò l’immagine.
— Non si vede il viso.
— È lei.
— Elias.
— Era alla finestra quando ho scattato la foto.
Mara gli restituì il telefono.
— Bene. Quindi esiste.
Elias avrebbe dovuto sentirsi sollevato.
Non accadde.
Perché dietro Ada c’era qualcos’altro.
Una forma chiara.
Rettangolare.
Elias ingrandì ancora.
— Che fai?
Non rispose.
La forma diventò sfocata.
Ma sufficiente.
Una cornice.
Dentro la cornice, appesa alla parete dell’appartamento, c’era una fotografia.
Elias aumentò la luminosità.
Mara si avvicinò.
— Riesci a vedere?
— Poco.
— Sembra una casa.
Elias annuì.
Era una casa.
Piccola.
Due piani.
Tre finestre.
Un portone.
Davanti, una donna giovane.
E dietro la casa, sul muro laterale, una targa.
Elias sentì il vento freddo passargli sul collo.
— Torniamo.
— Dove?
— Archivio.
Holt non era nel suo ufficio.
La porta era aperta.
Elias bussò comunque.
Nessuno.
Entrò.
Mara rimase sulla soglia.
— Tecnicamente questa cosa potrebbe costarci il lavoro.
— Tecnicamente non stiamo facendo niente.
— Sei nell’ufficio del responsabile dell’Archivio senza permesso.
— Sto aspettando.
— Dentro.
— È più educato.
Mara chiuse gli occhi.
— Non so perché continuo a seguirti.
Elias guardò la stanza.
Era quasi vuota.
Una scrivania.
Due sedie.
Scaffali.
Nessuna fotografia.
Nessun oggetto personale.
Sul muro una grande mappa di Varen del 1896.
Elias si avvicinò.
Cercò via Olven.
La trovò.
Il vicolo non c’era.
— Interessante.
Mara gli si avvicinò.
— Cosa?
— Nel 1896 non esiste.
— Nel 1912 sì.
— Nel 1936 no.
— Vita breve.
Elias guardò la mappa.
— Diciassette anni al massimo.
— Succede alle strade.
— Sì.
Qualcosa attirò la sua attenzione.
Un piccolo foro nel muro.
Accanto alla mappa.
Poi un altro.
Quattro.
Disposti a rettangolo.
Una cornice era stata rimossa.
Da poco: la parete sotto era leggermente più chiara.
Elias si avvicinò.
Sul ripiano inferiore dello scaffale c’era una busta.
Grande.
Color crema.
Non avrebbe dovuto toccarla.
La toccò.
— Elias.
— Lo so.
— No. Se lo sapessi, la lasceresti lì.
Sul fronte non c’era scritto nulla.
La busta non era chiusa.
Elias infilò due dita.
Estrasse una fotografia.
Mara smise di parlare.
Era la stessa casa.
Due piani.
Tre finestre.
Il portone.
Fotografata frontalmente.
Sul retro, scritto a matita:
Vicolo Orsa 7 — primavera 1924
Elias girò nuovamente la fotografia.
Alla finestra del piano superiore c’era una bambina.
Avrà avuto otto anni.
Forse nove.
Capelli chiari.
Una mano contro il vetro.
Sul marciapiede, davanti alla casa, una giovane donna guardava l’obiettivo.
Elias la riconobbe.
Non perché fosse uguale.
Erano passati troppi anni.
La riconobbe dagli occhi.
— Ada.
Mara non disse nulla.
Elias girò la fotografia.
Fece rapidamente il conto.
— Se avesse otto anni qui…
— Oggi ne avrebbe centodieci.
La voce arrivò dalla porta.
Elias e Mara si voltarono.
Holt era lì.
Non sembrava arrabbiato.
Quasi peggio.
Guardò la fotografia nelle mani di Elias.
Poi la busta.
Entrò.
Chiuse la porta.
Mara fece un passo indietro.
Elias rimase fermo.
Holt tese la mano.
— Quella è mia.
Elias gliela consegnò.
L’archivista osservò la fotografia per qualche secondo.
La rimise nella busta.
— Ha detto di non conoscere Vicolo Orsa.
— È vero.
Elias indicò la busta.
— Ha una fotografia.
— Possedere qualcosa non significa conoscerla.
— Sa chi è quella donna?
Holt guardò Elias.
— Lei sì?
— Si chiama Ada.
Per la prima volta il volto dell’archivista cambiò davvero.
Non molto.
Le labbra si separarono appena.
— Chi gliel’ha detto?
— Lei.
Holt posò lentamente la busta sulla scrivania.
— Quando?
— Ieri sera.
Nessuno parlò.
Dal corridoio arrivò il rumore di un carrello.
Passò.
Si allontanò.
Holt si sedette.
— Dove?
— Via Olven.
— Dove, esattamente?
— Davanti al muro.
Holt abbassò gli occhi.
Elias si avvicinò.
— Chi è?
L’archivista non rispose.
— Signor Holt.
— Nadir.
— Cosa?
— Se intendete continuare a entrare nel mio ufficio, almeno chiamatemi Nadir.
Mara incrociò le braccia.
— È sorprendentemente accomodante riguardo alla violazione.
Nadir la guardò.
— Ho imparato che alcune porte vengono aperte comunque.
Poi tornò a Elias.
— Mi faccia vedere la fotografia.
Elias gli porse il telefono.
Nadir vide la targhetta.
Scorse.
Il muro.
Il misuratore.
Poi Ada alla finestra.
Si fermò.
Il suo pollice rimase immobile sullo schermo.
— Ingrandisca.
Elias lo fece.
Nadir guardò a lungo.
Quando restituì il telefono, aveva perso colore.
— Chi è? — chiese nuovamente Elias.
Nadir andò verso lo scaffale.
Prese un volume sottile.
Lo aprì.
Tra due pagine c’era una carta piegata.
La distese sulla scrivania.
Non era una mappa ufficiale.
Nessuna legenda.
Nessuna data.
Soltanto Varen tracciata a mano.
O almeno qualcosa che le somigliava.
Le strade erano incomplete.
Alcune terminavano improvvisamente.
Altre attraversavano edifici.
C’erano piccoli cerchi rossi in diversi punti della città.
Mara si avvicinò.
— Cos’è?
Nadir non rispose.
Indicò uno dei cerchi.
Via Olven.
Elias sentì il cuore accelerare.
Accanto al segno c’era una data.
17 novembre 1931.
Sotto, una sola parola.
Orsa.
Elias alzò gli occhi.
— Cos’è successo il 17 novembre?
Nadir ripiegò la carta.
— Non lo so.
— Questa è sua.
— Sì.
— L’ha disegnata lei?
— No.
— Chi?
Nadir rimise la carta nel libro.
— Mio padre.
Mara guardò Elias.
Nadir tornò a sedersi.
Per qualche secondo sembrò indeciso.
Poi aprì il cassetto della scrivania.
Ne estrasse un piccolo quaderno nero.
Lo posò davanti a Elias.
— Mio padre è morto ventisei anni fa.
Elias non toccò il quaderno.
— Era cartografo?
— No.
— Cosa faceva?
Nadir sorrise senza allegria.
— Riparava pianoforti.
Elias guardò il quaderno.
— E perché disegnava mappe?
Nadir si appoggiò allo schienale.
— Non me l’ha mai detto.
— Ma lei le ha conservate.
— Perché erano sue.
Mara osservò il quaderno.
— E Ada?
Nadir non rispose subito.
Poi prese la fotografia del 1924.
La posò sul tavolo.
Indicò la bambina alla finestra.
— Questa è Ada Holt.
Elias guardò prima la fotografia, poi Nadir.
— Holt?
Lui annuì.
— Mia zia.
Il silenzio cambiò consistenza.
— Sua zia è viva? — chiese Elias.
Nadir abbassò lo sguardo sulla fotografia.
— No.
Elias sentì la risposta prima che arrivasse.
— Quando è morta?
Nadir passò il pollice sul bordo della fotografia.
Un gesto minuscolo.
Quasi una carezza.
— Il 17 novembre 1931.
Elias guardò la bambina dietro il vetro.
Otto, forse nove anni.
Poi la data sulla carta.
Poi ricordò la donna sotto la pioggia.
Il cappotto marrone.
Gli occhi chiarissimi.
La borsa piegata.
La voce.
Per stasera basta Ada.
— È impossibile.
Nadir sollevò lo sguardo.
Non c’era mistero nei suoi occhi.
C’era qualcosa di molto più umano.
Paura.
— Sì.
Prese il quaderno nero.
Lo aprì.
Sfogliò alcune pagine.
Si fermò.
Lo girò verso Elias.
Una frase occupava il centro del foglio.
La grafia era sottile, inclinata.
Elias lesse.
Quando una cosa scompare da Varen, non cercare dove non c’è più.
Sotto, un’altra riga.
Misura ciò che è rimasto.
Elias sentì Mara avvicinarsi.
Nadir chiuse il quaderno.
— Mio padre scrisse questa frase nel 1968.
Guardò Elias.
— Trentasei anni dopo la morte di Ada.
Una pausa.
— E sotto annotò una misura.
Elias non chiese quale.
Lo sapeva.
Nadir riaprì il quaderno.
In fondo alla pagina, quasi nascosto dalla piega, c’era scritto:
Olven — 191,12 m.
Elias non respirò per qualche secondo.
La stessa misura.
Al centesimo.
Quella rilevata da lui ieri.
Nadir chiuse lentamente il quaderno.
— Adesso — disse — vorrei sapere perché mia zia morta da novantacinque anni ha deciso di parlare con lei.

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