Moon

19 agosto 2026
Luna calante

Stanotte la Luna sta andando verso il Sole.

Naturalmente non nel modo in cui immaginiamo un viaggio.

Dalla Terra la vediamo assottigliarsi perché l’angolo tra lei, noi e il Sole cambia progressivamente. La porzione illuminata rivolta verso i nostri occhi diventa sempre più piccola.

Presto sarà difficile scorgerla.

Eppure c’è qualcosa di meravigliosamente contrario alle apparenze:

proprio mentre per noi sta scomparendo, nel cielo si sta avvicinando alla direzione della sorgente della sua luce.

Questa cosa mi ha fermato.

Perché noi siamo stati educati a riconoscere i progressi dalla loro visibilità.

Più risultati.

Più sicurezza.

Più risposte.

Più riconoscimento.

Più luce.

Se qualcosa cresce, pensiamo di stare andando nella direzione giusta.

Se diminuisce, temiamo di esserci perduti.

La Luna stanotte contraddice questa grammatica.

Mostra meno.

Eppure continua il proprio cammino.

Forse esistono momenti della vita in cui avvicinarsi a ciò che conta significa diventare meno visibili.

Togliere.

Non aggiungere.

Smettere di spiegarsi a tutti.

Abbandonare una competizione che non ci apparteneva.

Lasciare un ruolo nel quale eravamo diventati bravissimi, ma non eravamo più noi.

Pronunciare meno sì.

Avere meno bisogno di essere approvati.

Ridurre il rumore necessario a sentirci esistere.

È strano.

Passiamo la prima parte della vita costruendo.

Una reputazione.

Una professione.

Una casa.

Un’immagine.

Un posto.

E forse arriva un’età in cui la domanda cambia.

Non più:

«Che cosa posso ancora aggiungere?»

Ma:

«Che cosa posso finalmente togliere senza perdere me stesso?»

Potrebbe essere questa una delle forme più difficili della maturità.

Scoprire che alcune cose che abbiamo impiegato anni a conquistare non devono necessariamente accompagnarci per sempre.

Non perché fossero sbagliate.

Perché hanno terminato il loro compito.

Una scala è preziosa mentre saliamo.

Diventa assurda se pretendiamo di portarla sulle spalle una volta arrivati.

E invece quante scale continuiamo a trascinare.

Vecchie necessità.

Giudizi ricevuti molti anni fa.

Ambizioni che appartenevano alla persona che eravamo.

Offese conservate con una precisione quasi archeologica.

Bisogni di dimostrare qualcosa a persone che forse non ci stanno nemmeno più guardando.

Peso.

Travestito da identità.

La Luna non sembra avere questa nostalgia.

Non conserva la forma di ieri per dimostrare che è esistita.

La lascia andare.

E continua.

Forse è per questo che il suo ciclo non mi appare più come una sequenza di crescite e diminuzioni.

Mi sembra un respiro.

Inspirare.

Espirare.

Accogliere.

Restituire.

Apparire.

Sottrarsi.

Nessuna delle due metà è meno importante.

Un essere umano che inspirasse soltanto morirebbe.

Eppure noi pretendiamo spesso di vivere così:

accumulando.

Esperienze.

Oggetti.

Traguardi.

Relazioni.

Perfino versioni precedenti di noi stessi.

Come se lasciare qualcosa significasse tradirla.

Forse no.

Forse esiste una gratitudine capace di dire:

Sei stato importante.

Mi hai portato fin qui.

Adesso posso continuare senza di te.

Non è disprezzo.

È una forma adulta del grazie.

Stanotte la Luna diventa più sottile.

Tra qualche giorno quasi non la vedremo.

Ma sarebbe assurdo dire che, per questo, vale meno.

Allora perché continuiamo a pensarlo di noi quando la vita ci spoglia di qualcosa?

Forse non tutto ciò che perdiamo ci diminuisce.

Qualcosa, andandosene, ci restituisce spazio.

Spazio per capire che cosa rimane quando non abbiamo più bisogno di impressionare nessuno.

Spazio per ascoltare desideri coperti per anni dal frastuono delle aspettative.

Spazio, perfino, per incontrare una versione di noi che non deve dimostrare di essere migliore della precedente.

Deve soltanto essere più vera.

Stanotte non chiederò alla Luna che cosa sta perdendo.

Le domanderò che cosa sta lasciando andare.

Sembrano la stessa domanda.

Non lo sono.

Nella prima c’è una mancanza.

Nella seconda c’è una scelta.

E forse diventare liberi comincia proprio quando impariamo a riconoscere la differenza.


Quando mi vedrai con meno,
non avere pietà di me.

Potrei aver finalmente posato
ciò che portavo
soltanto perché avevo dimenticato
di poterlo lasciare.

Non raccoglierlo.

Non restituirmelo.

Cammina accanto a me
con le mani vuote.

Forse scopriremo
che per arrivare vicino a ciò che siamo

non serviva aggiungere un altro passo.

Serviva soltanto
avere il coraggio

di posare il peso.




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