Estemporaneo

·

Entro in farmacia.

Prendo il numero.

74.

Il tabellone segna…

68.

Mi appoggio al muro.

Aspetto.

Hai sempre fretta.

Sì.

Anche quando non serve.

Davanti a me una signora apre la borsa.

La richiude.

La riapre.

Controlla qualcosa.

La richiude ancora.

Lo fa almeno cinque volte.

All’inizio non ci faccio caso.

Poi…

non riesco più a smettere di guardarla.

Che cosa cerca?

Non lo so.

Forse niente.

Forse il coraggio.

Arriva il suo turno.

Si avvicina al banco.

Abbassa la voce.

Non sento quasi nulla.

Solo tre parole.

«Quanto viene?»

La farmacista risponde.

La signora rimane immobile.

Non dice niente.

Abbassa gli occhi.

Apre lentamente il portafoglio.

Guarda le banconote.

Le richiude.

Non guardare.

Ci provo.

Davvero.

Ma ci sono istanti che non chiedono il permesso.

La farmacista sorride.

Prende una confezione diversa.

«Va bene anche questa.»

La signora annuisce.

Paga.

Ringrazia.

Esce.

Sono passati forse quaranta secondi.

Il tabellone chiama il numero dopo.

La fila ricomincia.

Come se niente fosse successo.

E invece?

E invece è successo.

Perché, mentre aspettavo il mio turno, ho visto una donna cambiare medicina…

non perché fosse migliore.

Perché era quella che poteva permettersi.

Arriva il mio numero.

Chiedo quello che mi serve.

La farmacista mi dice il prezzo.

Prendo il bancomat.

Pago.

Con un gesto.

Automatico.

Poi resto fermo.

Un istante soltanto.

Ripenso a quella donna.

A quanto possa essere sottile il confine tra scegliere…

e potersi permettere di scegliere.

Esco.

La farmacia è alle mie spalle.

La busta pesa quasi niente.

Eppure la stringo forte.

Perché oggi non porto a casa soltanto una scatola.

Porto a casa una domanda.

Quante persone, ogni giorno, rinunciano in silenzio a qualcosa…

e riescono perfino a farlo con un sorriso…

per non mettere in imbarazzo il mondo.

2 risposte a “Estemporaneo”

  1. La farmacia la colgo come un luogo di rivelazione: un posto dove il quotidiano si incrina e lascia filtrare una verità che di solito non guardiamo. La donna che cambia prodotto non la vedo un personaggio, ma piuttosto un simbolo: la misura discreta del sacrificio, la delicatezza con cui molti attraversano la vita cercando di non disturbare nessuno. Nel tuo gesto automatico di pagare, ti rendi conto della distanza tra la libertà di scegliere e la necessità di adattarsi. La vera domanda non riguarda ciò che compriamo, ma ciò che non vediamo: le rinunce invisibili e gentili che si consumano accanto a noi.

  2. “quanto possa essere sottile il confine tra scegliere e potersi permettere di scegliere.”

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