«Ogni notte la Luna vede di noi ciò che il giorno ci permette di dimenticare.»
Da quassù la Terra sembra intera.
È forse questo il vostro equivoco più grande:
voi, invece, avete passato secoli a dividerla.
Avete tracciato linee sulle mappe
e poi avete deciso che quelle linee fos tutto.
Di qua noi.
Di là loro.
Avete dato un nome ai confini,
una bandiera alle appartenenze,
un documento alla possibilità di attraversarli.
Fin qui potrei anche capire.
Avete bisogno di ordinare le cose.
Lo fate continuamente.
Quello che non capisco
è quando una linea disegnata su un foglio
diventa più importante della persona che la raggiunge.
Vi vedo respingere uomini affamati
da terre nelle quali il cibo viene buttato.
Vi vedo discutere su chi abbia diritto a un pezzo di mondo
come se qualcuno di voi fosse arrivato qui prima della Terra.
Vi vedo insegnare ai bambini che siamo tutti uguali
e costruire per gli adulti un’infinità di modi per non esserlo.
Passaporti.
Quartieri.
Conti correnti.
Cognomi.
Colore della pelle.
Persino il luogo casuale in cui siete nati
può decidere quanto lontano vi sarà permesso sognare.
Da quassù è difficile comprenderlo.
Quando vi guardo
non vedo nazioni.
Vedo luci.
Non riconosco il ricco dal povero.
Non distinguo la lingua di chi prega
da quella di chi ha paura.
E soprattutto
non vedo nessuna delle linee per cui siete disposti a odiarvi.
Forse dovreste salire quassù una volta.
Non davvero.
Vi basterebbe imparare a guardare da abbastanza lontano.
Scoprireste una cosa piuttosto imbarazzante:
avete trascorso millenni a stabilire
a chi appartenga ogni centimetro della Terra,
senza accorgervi
che siete voi
ad appartenere a lei.
— La Luna

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