My First

·

La voce senza testimoni

Cosa ricordo?

Il cursore.

Lampeggiava.

Compariva.

Spariva.

Compariva ancora.

Una piccola linea verticale dentro un rettangolo bianco.

Niente di straordinario.

Eppure quella sera mi sembrava impaziente.

Come se sapesse che avevo qualcosa da dire e si fosse stancato di aspettarmi.

Fuori era già buio.

Sul vetro della finestra la stanza si era sovrapposta alla notte.

La lampada.

La scrivania.

Una parte del mio volto.

Dietro, il nero.

Se spostavo appena la testa, il mio riflesso scivolava sui palazzi di fronte.

Per qualche secondo potevo vedermi sospeso sopra i tetti.

Poi sparivo.

Mi piaceva.

Sparire era sempre stato semplice.

Essere visto, molto meno.

Avevo preparato tutto.

Un bicchiere.

Una bevanda ormai fredda.

Il telefono capovolto.

Una musica così bassa che a tratti non capivo se la stessi ancora ascoltando o se fosse rimasta soltanto nella mia testa.

E davanti a me quella pagina.

Vuota.

Il cursore continuava.

Acceso.

Spento.

Acceso.

Sembrava un faro costruito per un naufragio ridicolo.

Il mio.

Misi le mani sulla tastiera.

Le tolsi.

Mi alzai.

Andai alla finestra.

Non c’era niente da vedere.

Una finestra illuminata dall’altra parte della strada.

Qualcuno attraversò una stanza e scomparve.

Più in basso un’automobile cercava parcheggio.

Avanti.

Indietro.

Ancora avanti.

Pensai che stesse facendo esattamente quello che facevo io.

Tentare continuamente di entrare in uno spazio senza trovare l’angolazione giusta.

Sorrisi.

Tornai a sedermi.

Scrissi una frase.

La lessi.

La cancellai.

Un’altra.

Peggio.

Cancellai anche quella.

Non erano brutte.

Era questo il problema.

Erano corrette.

Educate.

Ben costruite.

Non dicevano niente che potesse ferirmi.

E quindi non dicevano niente.

Provai ancora.

Una parola.

Poi cinque.

Una riga.

Mi fermai.

Il cuore aveva accelerato.

Per una frase?

Assurdo.

Eppure la guardavo come si guarda qualcosa che non avremmo dovuto trovare.

L’avevo scritta io.

Ma non sembrava mia.

O forse era finalmente mia abbastanza da farmi paura.

La cancellai.

Subito.

La pagina tornò bianca.

Provai sollievo.

Poi vergogna.

Capii che non avevo paura di scrivere male.

Avevo paura di scrivere esatto.

Esatto era pericoloso.

Esatto significava che non avrei più potuto fingere di non sapere.

Ci sono parole che descrivono.

Altre denunciano.

Alcune, rarissime, aprono una stanza che abbiamo murato dentro di noi e accendono la luce senza domandare se siamo vestiti.

Quella sera ne avevo trovata una.

E l’avevo cancellata.

Guardai le mani.

Le dita erano ferme sulla tastiera.

Con quelle mani avevo fatto migliaia di cose senza pensarci.

Firmato.

Accarezzato.

Lavorato.

Salutato.

Trattenuto.

Lasciato andare.

Quella sera sembravano incapaci di premere poche lettere.

Mi domandai chi stessi cercando di proteggere.

Non c’era nessuno.

La porta era chiusa.

Il telefono muto.

Nessun occhio sulla pagina.

Nessuno avrebbe letto.

Ed ecco la risposta.

Io.

Stavo cercando di proteggermi da me.

Fuori, l’automobile trovò finalmente parcheggio.

I fari si spensero.

Per qualche secondo rimase soltanto la luce di posizione.

Poi anche quella scomparve.

La strada diventò più buia.

Il mio riflesso sul vetro, invece, più netto.

Alzai gli occhi.

E mi vidi.

Non come ci si guarda allo specchio.

Allo specchio collaboriamo.

Aggiustiamo il viso.

Cerchiamo l’angolazione.

Riconosciamo immediatamente quello che vogliamo riconoscere.

Sul vetro no.

Ero sovrapposto alla notte.

Quasi trasparente.

Un uomo dentro una stanza e contemporaneamente fuori da essa.

Mi avvicinai.

Il riflesso fece lo stesso.

Pensai a quante versioni di me avevo costruito negli anni.

Quella che sta bene.

Quella che sa cosa fare.

Quella che scherza.

Quella affidabile.

Quella che non chiede.

Quella che supera.

Quella che dice non importa quando importa eccome.

Erano tutte vere.

Questo rendeva tutto più difficile.

Le nostre maschere migliori non sono bugie.

Sono verità incomplete che utilizziamo per nascondere le altre.

Tornai alla pagina.

Il cursore era ancora lì.

Naturalmente.

Acceso.

Spento.

Acceso.

Questa volta non cercai una bella frase.

Non cercai una metafora.

Non cercai nemmeno di scrivere bene.

Misi le dita sulla tastiera

e lasciai che accadesse la cosa che avevo evitato per tutta la sera.

Scrissi ciò che pensavo.

Davvero.

La prima riga uscì male.

La seconda peggio.

La terza aveva una parola ripetuta.

Non corressi niente.

Continuai.

E qualcosa cominciò a cedere.

Non fuori.

Dentro.

Scrissi una cosa che non avrei detto ad alta voce.

Poi un’altra.

Una colpa che avevo reso più elegante per poterci convivere.

Una paura che chiamavo prudenza.

Una mancanza alla quale avevo dato un nome meno doloroso.

Un desiderio che avevo sempre considerato troppo grande per confessarlo.

Le parole uscivano senza chiedere di essere belle.

E proprio per questo lo diventavano.

Non tutte.

Alcune erano persino brutte.

Ma respiravano.

Finalmente respiravano.

A un certo punto una lacrima cadde vicino alla mia mano.

Una goccia sola.

Rimase sulla pelle invece di raggiungere la tastiera.

La guardai.

Non ero triste.

O forse sì.

Ma non era soltanto quello.

Era la sensazione stranissima di essere stato scoperto

senza che nella stanza fosse entrato nessuno.

Continuai.

Il tempo perse consistenza.

La bevanda diventò definitivamente fredda.

La musica terminò.

Non me ne accorsi.

Fuori si spense una finestra.

Poi un’altra.

La città stava andando a dormire mentre io sembravo svegliarmi in una parte di me che aveva aspettato anni.

Scrissi fino a quando non rimase più niente da difendere.

Poi mi fermai.

La pagina non era più bianca.

Era piena.

Disordinata.

Viva.

La rilessi dall’inizio.

Alcune frasi mi imbarazzarono.

Altre mi fecero abbassare gli occhi.

Una mi costrinse a fermarmi.

Pensai di cancellarla.

La selezionai.

Rimasi con il dito sospeso.

Poi tolsi la selezione.

No.

Doveva restare.

Non perché fosse bella.

Perché ero io quando nessuno mi stava guardando.

Quella distinzione mi sembrò enorme.

Avevo trascorso anni pensando che essere sinceri significasse non mentire agli altri.

Quella notte scoprii quanto fosse una definizione comoda.

Esiste qualcuno al quale possiamo mentire per decenni senza che nessuno venga a chiederci conto.

Ci accompagna ovunque.

Conosce ogni omissione.

Ogni versione accomodata.

Ogni sto bene pronunciato abbastanza volte da sembrare vero.

Noi.

Chiusi gli occhi.

La stanza era silenziosa.

E per la prima volta quel silenzio non mi sembrò vuoto.

Sembrava aver ascoltato tutto.

Salvai.

Un gesto minuscolo.

Un clic.

Nessun applauso.

Nessun testimone.

Niente era cambiato fuori.

Eppure rimasi qualche secondo con la mano sul mouse.

Perché sapevo di aver fatto qualcosa da cui non sarei tornato completamente indietro.

Avevo lasciato una prova.

Non per gli altri.

Per me.

Una prova che sotto tutte le versioni presentabili della mia esistenza c’era una voce meno ordinata, più impudica, contraddittoria, a volte persino scomoda.

Viva.

Guardai ancora il vetro.

Il mio riflesso era sempre lì.

Stesso volto.

Stessa stanza.

Ma questa volta non ebbi voglia di spostarmi per farlo scomparire.

Rimasi.

E lui rimase con me.

Fu allora che capii cosa fosse realmente accaduto.

Non avevo scritto qualcosa.

Avevo smesso, per qualche ora, di tradurmi in una versione accettabile.

Era la prima volta che scrivevo soltanto per me.

E fu la prima volta che compresi perché avrei continuato a farlo.

Non per essere letto.

Non per essere capito.

Nemmeno per diventare qualcuno.

Ma perché esistono parti di noi che trascorrono una vita intera senza trovare il coraggio di parlare.

E qualche volta basta una pagina bianca, una stanza senza testimoni e un cursore che continua ostinatamente a lampeggiare

per scoprire che la prima persona alla quale avevamo qualcosa da raccontare

eravamo noi.

Una risposta a “My First”

  1. Alle volte la scrittura è un vero e proprio sfogo sincero tra sé e sé. Quante volte scrivo testi e poi non li posto sul blog, sono quei testi che rimangono soltanto per me, un fermo immagine di un momento vissuto, un’emozione eccessiva attraversata anche scomoda a me stessa spesse volte, dove appio la vera io e a me stessa non posso mentire.

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Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

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