21 agosto 2026
Luna calante
Stanotte la Luna porta una cicatrice enorme.
In realtà ne porta migliaia.
Crateri.
Depressioni.
Fratture.
Tracce lasciate da impatti avvenuti milioni, perfino miliardi di anni fa.
Noi le guardiamo dalla Terra e le chiamiamo bellezza.
Questa cosa mi sembra quasi insopportabilmente poetica.
Perché ciò che da vicino è stato collisione, violenza, materia scagliata contro altra materia, da qui partecipa al volto che da millenni ispira poesie, promesse, calendari, navigazioni.
Ma bisogna stare attenti.
Sarebbe troppo facile dire che le ferite ci rendono belli.
Non è vero.
Le ferite feriscono.
Alcune lasciano conseguenze.
Alcune tolgono.
Alcune avremmo preferito, senza alcuna esitazione, non riceverle mai.
Non dobbiamo essere grati a tutto ciò che ci ha fatto male.
La Luna non ringrazia il meteorite.
Ne porta il cratere.
È diverso.
Forse è proprio qui che possiamo imparare qualcosa.
Abbiamo sviluppato una strana ossessione per trasformare ogni dolore in una lezione.
Mi è servito.
Mi ha reso più forte.
Doveva accadere.
Come se soffrire senza ricavarne immediatamente un significato fosse uno spreco.
Come se perfino il dolore dovesse diventare produttivo.
No.
Qualche volta una cosa terribile è semplicemente una cosa che non avremmo voluto vivere.
E abbiamo il diritto di dirlo.
Senza filosofia.
Senza gratitudine.
Senza cercare una morale abbastanza elegante da renderla accettabile.
La Luna conserva i propri crateri senza trasformarli in giustificazioni.
Non li cancella.
Non li esibisce.
Li incorpora.
Forse guarire assomiglia più a questo.
Non dimenticare.
Non necessariamente perdonare.
Non fingere che non faccia più male.
Ma permettere a ciò che è accaduto di smettere, lentamente, di occupare tutto il paesaggio.
Un cratere è enorme quando sei dentro.
Da lontano diventa parte di una geografia più vasta.
Forse il tempo non rimpicciolisce davvero alcune ferite.
Allarga noi intorno a loro.
Questa idea mi piace di più.
Non devo pretendere che ciò che mi ha ferito diventi piccolo.
Posso diventare io abbastanza vasto da contenere anche altro.
Nuovi giorni.
Nuove persone.
Una risata che non mi aspettavo.
Un viaggio.
Un odore capace di riportarmi improvvisamente alla vita.
Una mattina qualunque in cui mi accorgo che sono passate tre ore senza pensarci.
Poi cinque.
Poi un giorno.
Il cratere è ancora lì.
Ma intorno è comparso un mondo.
Forse è questo che non riusciamo a vedere quando soffriamo.
Guardiamo la ferita da così vicino che ci sembra l’intera superficie.
Non lo è.
Tu non sei il punto in cui sei stato colpito.
Sei anche tutto ciò che esiste intorno.
E soprattutto tutto ciò che ancora non esiste e potrà nascere.
Stanotte la Luna si assottiglia, ma i suoi crateri rimangono.
Cambiano soltanto il modo in cui la luce li raggiunge.
Alcuni diventano più evidenti.
Altri quasi scompaiono.
È così anche con noi.
Ci sono giorni in cui una vecchia ferita torna nitida senza preavviso.
Una data.
Una voce.
Una fotografia.
Una canzone ascoltata per caso.
Non significa che siamo tornati indietro.
Significa soltanto che la luce è caduta di nuovo in quel punto.
Domani cambierà angolo.
Questa forse è una delle gentilezze più importanti che possiamo concederci:
non misurare la guarigione dall’assenza del dolore.
Misurarla dalla quantità di vita che, nonostante quel dolore, siamo riusciti nuovamente a lasciare entrare.
Guardo la Luna.
Nonostante miliardi di anni di collisioni, non ha smesso di attraversare il cielo.
Ma non dirò che è bella perché è stata colpita.
Dirò qualcosa che mi sembra infinitamente più giusto.
È bella.
Anche con tutto ciò che le è accaduto.
E forse, qualche volta, dovremmo imparare a guardarci nello stesso modo.
Non chiamare forza
tutto ciò che ho sopportato.
Alcune volte
avrei preferito semplicemente
non dover essere forte.
Non trasformare le mie cicatrici
in medaglie.
Lasciale essere pelle
che ricorda.
Poi guardami intero.
Non soltanto dove sono stato ferito.
Guarda tutto ciò
che è cresciuto intorno.
Perché io non sono guarito
quando il dolore è scomparso.
Forse sono guarito
il giorno in cui,
senza accorgermene,
ho ricominciato ad avere
più vita
che ferita.

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