My First

·

Il rumore dopo

Cosa ricordo?

Una mosca.

Sembra impossibile che la memoria abbia scelto proprio lei.

Girava vicino al vetro, urtandolo ogni tanto con quel rumore secco e minuscolo delle creature che vedono il cielo ma non comprendono ciò che le separa da lui.

Bzz.

Silenzio.

Bzz.

Io ero seduto.

Davanti avevo qualcosa che continuavo a guardare senza riuscire davvero a leggerlo.

Poche righe.

Niente di più.

Le avevo già percorse almeno sei volte.

Arrivavo alla fine.

Tornavo all’inizio.

Di nuovo.

Le parole erano sempre identiche.

Eppure il loro significato sembrava cambiare ogni volta.

Fuori era pomeriggio.

Un sole pallido entrava dalla finestra e tagliava la stanza diagonalmente.

Sul tavolo, la luce aveva diviso una penna in due: metà chiara, metà nell’ombra.

Ricordo anche questo.

Ricordo tutto ciò che non aveva importanza.

Forse perché la cosa importante era troppo grande per essere guardata direttamente.

Appoggiai entrambe le mani sul tavolo.

Ferme.

Mi aspettavo che tremassero.

Niente.

Il corpo non stava collaborando con la scena.

Avevo immaginato quel momento molte volte.

È questo il problema dei desideri molto lunghi.

Li proviamo mentalmente.

Costruiamo il giorno.

La telefonata.

La voce.

La nostra reazione.

Persino le parole che diremo.

Nella mia versione avrei riso.

Forse urlato.

Avrei chiamato qualcuno immediatamente.

Mi sarei alzato.

Avrei camminato per la stanza senza sapere dove andare.

Invece ero lì.

Seduto.

Con una mosca che cercava ostinatamente di attraversare un vetro.

Bzz.

Ancora.

Mi alzai.

Non per l’emozione.

Per liberarla.

Aprii la finestra.

La mosca non capì.

Continuò a sbattere contro la parte chiusa.

«Dall’altra parte.»

Lo dissi davvero.

A una mosca.

Indicai perfino l’apertura.

Lei continuò a sbagliare.

Sorrisi.

Poi, improvvisamente, smisi.

Quelle tre parole erano rimaste nell’aria.

Dall’altra parte.

Mi voltai verso il tavolo.

Ed ebbi la sensazione assurda che riguardassero me.

Per anni avevo vissuto da questa parte.

La parte del forse.

Del non ancora.

Del vedremo.

La parte in cui devi continuare senza sapere se continuare servirà.

Quella dei tentativi che nessuno vede.

Delle sere in cui qualcosa non funziona e non hai nemmeno qualcuno con cui prendertela.

Delle volte in cui ricominci soltanto perché abbandonare farebbe più male.

Avevo conosciuto bene quella parte.

Talmente bene che ormai ci abitavo.

E adesso quelle poche righe sul tavolo sostenevano che non ero più lì.

Non riuscivo a crederci.

Tornai a sedermi.

Lessi ancora.

Questa volta lentamente.

Una parola.

Poi la successiva.

Arrivai al punto decisivo.

Mi fermai.

E successe qualcosa.

Non dentro il petto.

Più indietro.

Molto più indietro.

La memoria cominciò a restituirmi persone che ero stato.

Me a diciassette anni.

Me davanti a una scelta sbagliata.

Me mentre dicevo non importa dopo qualcosa che importava moltissimo.

Me che ricominciavo.

Me che mollavo.

Me che tornavo.

Me davanti a qualcuno che non credeva sarebbe servito.

E soprattutto me

davanti a me stesso

quando ero io quello che non ci credeva.

Arrivarono tutti insieme.

Non come ricordi.

Come testimoni.

Fu allora che capii perché non riuscivo a festeggiare.

Mancava qualcuno.

Quello che aveva cominciato.

Avrei voluto averlo davanti.

Prenderlo per le spalle.

Guardarlo.

Dirgli:

non so come spiegartelo, ma continua.

Non avrei voluto anticipargli il risultato.

No.

Gli avrei rovinato la parte più importante.

Avrei voluto soltanto dirgli che tutte quelle volte in cui avrebbe pensato di essere fermo

stava comunque andando da qualche parte.

Una lacrima arrivò.

Una soltanto.

Mi fece quasi ridere.

«Adesso?»

Lo dissi piano.

Avevo attraversato delusioni senza piangere.

Fallimenti.

Attese.

Porte chiuse.

E piangevo adesso?

Poi compresi.

Non stavo piangendo per ciò che avevo ottenuto.

Stavo piangendo per tutto quello che mi era costato continuare a desiderarlo.

È diverso.

Le vittorie possiedono una parte segreta di lutto.

Nessuno ne parla.

Quando finalmente arrivi, devi salutare la persona che per anni ha vissuto nell’attesa.

Quella che diceva:

un giorno.

Quella che immaginava.

Quella che insisteva.

Quella persona ha finito il proprio compito.

E per quanto possa sembrare assurdo,

un poco ti manca già.

Il telefono era accanto.

Lo presi.

Scorsi alcuni nomi.

Mi fermai.

Chi avrei chiamato per primo?

La domanda mi colpì più del previsto.

Perché una felicità diventa reale quando cerchiamo qualcuno a cui consegnarla.

Scelsi.

Partì il primo squillo.

Poi il secondo.

Al terzo sentii:

«Pronto?»

Aprii la bocca.

Niente.

La voce si spezzò prima ancora della prima parola.

«Che succede?»

Sorrisi.

Guardai nuovamente quelle righe.

E finalmente riuscii a dirlo.

Poche parole.

Dall’altra parte ci fu silenzio.

Un secondo.

Poi un’esplosione.

Una voce più alta.

Una domanda.

Una risata.

Io cominciai a ridere.

Ecco.

Era arrivato.

Non il risultato.

Il permesso di crederci.

Mi alzai.

Questa volta davvero.

Camminai senza motivo.

La stanza era diventata improvvisamente troppo piccola.

Andai alla finestra.

La mosca non c’era più.

Non l’avevo vista uscire.

Mi affacciai.

Naturalmente non potevo trovarla.

Il cielo era enorme.

Sorrisi pensando alla stupidità dell’immagine.

Eppure mi rimase.

Aveva trascorso chissà quanto tempo sbattendo contro un confine trasparente

quando, pochi centimetri più in là,

esisteva un’apertura.

Pensai a quante volte avevo fatto lo stesso.

Spingere.

Insistere.

Farmi male nello stesso punto.

Credere che perseverare significasse ripetere.

Non era vero.

Qualche volta continuare significa avere il coraggio di cambiare centimetro.

Provare un’altra direzione.

Accettare di non essere ancora capaci.

Ricominciare senza trasformare ogni errore in una sentenza.

Guardai la stanza.

Era identica.

Questo mi sorprese.

Nessun oggetto aveva capito.

La penna era ancora metà al sole.

Il bicchiere nello stesso punto.

Una sedia leggermente fuori asse.

Avevo sempre immaginato che quando fosse successo il mondo avrebbe assunto un’altra luce.

Invece no.

Era cambiato soltanto il modo in cui io stavo dentro quella luce.

Tornai al tavolo.

Rilessi un’ultima volta.

E finalmente quelle parole smisero di sembrare rivolte a qualcun altro.

Erano mie.

Pensai a tutte le volte in cui avevo immaginato quel giorno.

Avevo sbagliato tutto.

Non c’era euforia.

C’era qualcosa di più profondo.

Una specie di quiete dopo una lunghissima salita.

Come quando arrivi abbastanza in alto da non sentire più il rumore della strada

e scopri che la cima non urla.

Respira.

Fu allora che compresi.

Non avevo desiderato soltanto arrivare.

Avevo desiderato sapere se ne fossi capace.

E quelle poche righe non stavano semplicemente dicendo a ciò che avevo fatto.

Stavano rispondendo a una domanda che mi portavo dentro da anni.

Posso?

Sì.

Quella era la parola nascosta dentro tutte le altre.

Era la prima volta che ce l’avevo fatta.

E scoprii che vincere non significa sentire finalmente di essere migliori degli altri.

Significa voltarsi verso tutte le versioni di noi che avevano fallito,

guardarle una per una,

e comprendere che nessuna era stata inutile.

Perché il successo non era il punto in cui avevo smesso di fallire.

Era il punto in cui tutti quei fallimenti,

finalmente,

avevano trovato dove portarmi.

2 risposte a “My First”

  1. Siamo esseri strani… Fatichiamo e ci struggiamo per raggiungere un obiettivo e quando lo raggiungiamo non sappiamo come reagire: è un po’ come smarrirsi. Forse è la lunghezza dell’attesa, spesso troppa, che ci impedisce di gioire immediatamente

    1. Commento meraviglioso andrebbe integrato all’articolo…

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