Il cartografo delle assenze

·

V

LA PORTA SENZA MANIGLIA

Elias non rispose.

Rimase davanti alla parete con il telefono ancora acceso in mano e il nome sospeso nell’aria.

— Elias? — disse Mara.

Lui guardò il rettangolo inciso nell’intonaco.

— L’ho sentita.

— Chi?

La voce dall’altra parte non tornò subito.

Il silenzio fu peggiore.

Elias sentì il sangue battergli nelle tempie.

— Mia madre.

Dall’altro capo Mara non disse niente.

Per una volta non cercò una battuta.

— Arrivo.

— No.

— Non era una domanda.

— Mara.

— Non aprire niente.

Elias guardò la parete.

— Non c’è niente da aprire.

— Perfetto. Manteniamo questo vantaggio.

La chiamata si chiuse.

Elias rimase solo.

O almeno così avrebbe detto mezz’ora prima.

Si avvicinò ancora.

Il segno della porta era quasi invisibile. Una linea sottile nell’intonaco, troppo precisa per essere una crepa.

Passò il pollice lungo il bordo.

Nessuna maniglia.

Nessuna serratura.

Appoggiò l’orecchio.

Per qualche secondo sentì soltanto il proprio respiro.

Poi qualcosa.

Un suono lieve.

Ritmico.

Metallo contro ceramica.

Elias chiuse gli occhi.

Un cucchiaino.

Sua madre aveva avuto l’abitudine di girare il tè troppo a lungo.

Sempre sette volte.

Non cinque.

Non otto.

Sette.

Da bambino le contava.

Uno.

Due.

Tre.

Il suono continuava.

Quattro.

Cinque.

Elias smise di respirare.

Sei.

Sette.

Silenzio.

Poi una sedia trascinata sul pavimento.

Elias arretrò.

Il corpo aveva riconosciuto quel rumore prima della mente.

La cucina di casa sua.

Non quella di Rosenstrasse.

Quella di prima.

Il tavolo rotondo vicino alla finestra.

La tovaglia con i quadrati blu.

Il bordo di una sedia che strisciava sempre sullo stesso punto.

Elias portò una mano alla bocca.

Aveva undici anni.

Per un istante non trentasette.

Undici.

— Non farlo.

La voce arrivò dietro di lui.

Elias si voltò di scatto.

Ada era nel corridoio.

Non aveva bussato.

Non aveva aperto la porta d’ingresso.

Era semplicemente lì.

— Come è entrata?

Ada guardò la parete.

— Non importa.

— A me sì.

— Le assicuro che tra dieci minuti non sarà più la sua domanda principale.

Elias la fissò.

— È mia madre.

Ada annuì.

— No.

— Ho riconosciuto la voce.

— Non ho detto che non fosse la sua voce.

— Allora cosa significa no?

Ada si avvicinò.

— Significa che le cose possono restituirci un suono senza restituirci la persona che lo ha prodotto.

Elias sentì salire una rabbia improvvisa.

— Lei non la conosceva.

— No.

— Non sa niente di lei.

— Vero.

— Allora non mi dica cosa c’è dietro quella parete.

Ada lo guardò senza arretrare.

— È proprio perché non conosco sua madre che posso permettermi di dirle di non aprire.

Elias strinse le mani.

— Non c’è una porta.

Ada sollevò gli occhi verso il rettangolo.

— Ancora.


Mara arrivò undici minuti dopo.

Suonò tre volte.

Elias aprì.

Lei entrò togliendosi il cappotto.

Vide Ada.

Si fermò.

— Lei.

Ada inclinò appena il capo.

— Io.

Mara guardò Elias.

— Dimmi che questa volta non è morta.

— È morta.

Mara chiuse gli occhi.

— Naturalmente.

Ada la osservò con una curiosità quasi divertita.

— Lei deve essere Mara.

Mara riaprì gli occhi.

— E lei come sa chi sono?

— Elias parla di lei.

Mara guardò Elias.

— Ah sì?

— Non adesso.

Ada camminò verso il soggiorno.

Mara le seguì con lo sguardo.

— È entrata dalla porta?

— No.

— Bene.

— Non iniziare.

— Non ho ancora iniziato.

Elias indicò la parete.

Mara si avvicinò.

Toccò il bordo.

— Questo prima non c’era?

— No.

— Sicuro?

Elias la guardò.

— Vivo qui da nove anni.

— Le persone non vedono metà delle cose che hanno in casa.

— Questa avrei dovuto vederla.

Mara si inginocchiò.

Esaminò il battiscopa.

Poi prese il metro dalla borsa di Elias.

— Hai iniziato a rubarmi gli strumenti.

— Ti influenzo male.

Misurò.

Scrisse sul telefono.

Rifece i conti.

— Settantquattro virgola uno.

Elias annuì.

— Planimetria?

Lui gliela porse.

Mara controllò.

— Sessantotto virgola quattro.

Ada, seduta al tavolo, guardava entrambi.

— Interessante.

Mara si voltò.

— Per lei è interessante?

— Molto.

— Ottimo. Per noi è casa sua che è cresciuta di quasi sei metri quadrati.

Ada si alzò.

— Non è cresciuta.

— Ah no?

— Ha restituito qualcosa.

Mara indicò la parete.

— A chi?

Ada guardò Elias.

— È questo che dobbiamo capire.


Il cucchiaino ricominciò.

Una volta.

Due.

Mara smise di parlare.

Tre.

Quattro.

Elias guardò Ada.

Cinque.

Sei.

Sette.

Poi una voce.

— Elia?

Mara si voltò verso di lui.

Elias sentì le ginocchia cedere quasi impercettibilmente.

Sua madre lo chiamava così.

Mai Elias.

Elia.

Senza la esse.

Sempre.

— Non può saperlo — disse.

Ada non rispose.

La voce tornò.

— Elia, vieni a tavola.

Elias fece un passo verso il muro.

Mara gli afferrò il polso.

— No.

— È lei.

— Non lo sappiamo.

— Ha detto Elia.

— Lo so.

— Nessuno mi chiama così.

Mara strinse la presa.

— Appunto.

Elias la guardò.

Per un momento non vide l’amica.

Vide qualcuno che aveva paura per lui.

Quella paura lo fermò.

Ada si avvicinò alla parete.

Posò il palmo.

Chiuse gli occhi.

Rimase così per alcuni secondi.

Poi si allontanò.

— Non viene da dentro.

Elias aggrottò la fronte.

— Cosa?

— La voce.

Mara la guardò.

— Sta dicendo che arriva da fuori?

— No.

Ada fissò Elias.

— Arriva da lei.

Silenzio.

— Questo non significa niente — disse lui.

— Significa che la stanza non contiene sua madre.

Una pausa.

— Contiene il posto che sua madre occupa ancora in lei.

Elias distolse lo sguardo.

La frase gli fece più male di quanto volesse mostrare.

— Filosofia.

— No.

Ada indicò il muro.

— Architettura.


Nadir arrivò venti minuti dopo.

Mara lo aveva chiamato senza chiedere permesso.

Entrò nell’appartamento e vide Ada.

Si fermò.

Il tempo gli cambiò il volto.

Non fu uno shock evidente.

Nessun passo indietro.

Nessuna esclamazione.

Solo il modo in cui le sue dita lasciarono lentamente la maniglia.

Ada lo guardò.

Nadir non riusciva a respirare bene.

— Zia.

La parola uscì fragile.

Ada abbassò gli occhi.

— Ciao, Nadir.

Elias vide qualcosa rompersi in lui.

Non platealmente.

Una piega delle spalle.

Un respiro trattenuto.

Un uomo di sessant’anni che improvvisamente ne aveva sei.

Nadir fece un passo.

Poi un altro.

Ada non si mosse.

— Sei…

Si fermò.

Non trovò il verbo.

Ada lo aiutò.

— Sono.

Nadir scosse la testa.

— Mio padre ti ha cercata per tutta la vita.

Ada chiuse gli occhi.

— Lo so.

— No.

La voce di Nadir cambiò.

— Non lo sai.

Ada lo guardò.

— Ogni anno.

Nadir si irrigidì.

— Il diciassette novembre.

Ada annuì.

Lui si portò una mano al viso.

— Ti sentiva?

— A volte.

— Ti vedeva?

Ada abbassò lo sguardo.

— Una volta.

Nadir rise.

Una risata spezzata.

— Una volta.

Si voltò.

Camminò fino alla finestra.

Fuori Varen brillava sotto i lampioni.

— Ha passato sessant’anni a pensare di essere impazzito.

Ada non rispose.

— E tu eri qui.

— Non sempre.

Nadir si voltò di colpo.

— Dove?

Ada lo guardò.

— Non esiste una risposta che ti faccia meno male.

— Prova.

Silenzio.

Ada fece un passo verso di lui.

— Ero dove restano le cose che qualcuno continua a cercare.

Nadir la fissò.

Poi indicò Elias.

— E lui perché ti vede?

Ada abbassò gli occhi.

— Perché ha iniziato a perdere qualcosa che non sa di aver perso.

Elias sentì il proprio stomaco stringersi.

— Cosa?

Ada non rispose.


La parete fece un rumore.

Non un colpo.

Un cedimento lieve.

Come legno che si assesta.

Tutti si voltarono.

La linea verticale si era aperta.

Un millimetro.

Forse due.

Una fessura nera.

Mara si avvicinò.

— Prima non c’era.

— No — disse Elias.

Nadir guardò Ada.

Lei impallidì.

— Non toccatela.

Elias la fissò.

— Perché?

— Perché non dovrebbe aprirsi da sola.

— Pensavo che niente di tutto questo dovesse succedere.

Ada si avvicinò.

— Alcune cose accadono.

Indicò la fessura.

— Questa no.

Dall’interno arrivò un odore.

Tè.

Sapone.

Legno lucidato.

Elias chiuse gli occhi.

Casa.

Sua madre.

Mattine d’inverno.

Il grembiule appeso dietro una porta.

Sentì un nodo salire dalla gola.

Mara gli prese la mano.

Non disse nulla.

La fessura si allargò ancora.

Un centimetro.

Poi due.

La parete non si apriva come una porta.

Sembrava arretrare.

Lentamente.

Come se dietro l’intonaco ci fosse stato sempre uno spazio in attesa di essere riconosciuto.

Comparve un bordo di legno.

Una vera porta.

Vecchia.

Vernice color crema.

Senza maniglia.

Elias la conosceva.

La porta della cucina di casa sua.

Quella della sua infanzia.

Nadir fece un passo indietro.

— Elias…

Lui non lo sentì.

Si avvicinò.

Sul legno c’era un piccolo segno scuro all’altezza del ginocchio.

Lo riconobbe.

Aveva otto anni quando aveva colpito la porta con una macchinina di metallo.

Sua madre si era arrabbiata.

Poi aveva riso.

Non avevano mai ridipinto quel punto.

Elias passò il dito sul segno.

Reale.

La superficie era ruvida.

— Non può essere.

Ada lo guardava.

— No.

Elias si voltò.

— Questa volta almeno siamo d’accordo.

Ada non sorrise.

— Non può essere perché questa porta non appartiene a sua madre.

Elias si fermò.

— È identica.

— Lo so.

— Allora a chi appartiene?

Ada guardò la porta.

— A lei.


Non c’era maniglia.

Solo una piccola incisione vicino al bordo.

Un numero.

1989

Elias sentì il fiato spezzarsi.

— È l’anno in cui…

Si fermò.

Mara lo guardò.

— Cosa?

Elias non rispose subito.

Aveva cinque anni.

Un corridoio.

La luce del pomeriggio.

Sua madre seduta sul pavimento.

Piangeva.

Non ricordava perché.

Non aveva mai ricordato perché.

Aveva sempre pensato fosse uno di quei frammenti inutili che l’infanzia conserva senza spiegazione.

Ada lo osservava.

— Cosa è successo nel 1989?

Elias passò una mano sulla porta.

— Non lo so.

Nadir si avvicinò.

— Allora è questo.

— Cosa?

— La cosa che hai perso senza sapere di averla persa.

Mara guardò Elias.

— Un ricordo?

Ada scosse lentamente la testa.

— Non credo.

La porta emise un piccolo scatto.

Tutti si immobilizzarono.

Una maniglia comparve.

Non materializzandosi.

Era già lì.

Semplicemente nessuno l’aveva vista.

Ottone.

Consumata.

Elias la fissò.

Ada fece un passo avanti.

— Adesso può aprirla.

Mara la guardò incredula.

— Cinque minuti fa ci ha detto di non farlo.

— Cinque minuti fa la porta non aveva una maniglia.

— Questa sarebbe la differenza?

Ada annuì.

— Una porta senza maniglia vuole soltanto essere guardata.

Poi fissò Elias.

— Una porta con una maniglia chiede una scelta.

Elias avvolse le dita intorno al metallo.

Freddo.

Mara gli afferrò il braccio.

— Non devi farlo adesso.

Elias la guardò.

— Se non lo faccio?

Ada rispose al posto suo.

— Tornerà.

— Quando?

— Non lo so.

— Dove?

Ada abbassò gli occhi.

— Nemmeno questo.

Elias guardò la maniglia.

Poi la girò.

La porta si aprì.


Dall’altra parte non c’era la cucina.

C’era una stanza piccola.

Spoglia.

Pareti color avorio.

Una finestra.

Una sedia.

Un tavolo.

Niente altro.

Elias rimase sulla soglia.

L’aria aveva un odore antico ma pulito.

Entrò.

Mara lo seguì.

Nadir rimase fuori.

Ada non si mosse.

Sul tavolo c’era una scatola.

Cartone grigio.

Elias la aprì.

Dentro trovò fotografie.

Molte.

Le prese una alla volta.

Sua madre giovane.

Suo padre.

Lui bambino.

Una spiaggia.

Un compleanno.

Una bicicletta.

Immagini che conosceva.

Poi fotografie che non aveva mai visto.

Sua madre seduta su una panchina.

Sua madre davanti a un ospedale.

Sua madre con una donna sconosciuta.

Sua madre che tiene in braccio un neonato.

Elias si fermò.

Guardò meglio.

Il bambino non era lui.

Sul retro c’era una data.

3 aprile 1987.

Elias sentì Mara avvicinarsi.

— Avevi un fratello?

— No.

Girò un’altra fotografia.

Stessa donna.

Stesso bambino.

Poi una busta.

La aprì.

Una lettera.

Scritta a mano.

Elias riconobbe immediatamente la grafia di sua madre.

Lesse la prima riga.

E il mondo perse improvvisamente ogni suono.

Elias, se un giorno troverai questa stanza, significa che ti hanno lasciato ricordare abbastanza.

Le mani cominciarono a tremargli.

Mara non disse nulla.

Elias continuò.

Non cercare me.

Sotto, una riga più breve.

Cerca tuo fratello.

Elias lasciò cadere la lettera sul tavolo.

Nadir entrò.

— Elias?

Lui guardò Ada sulla soglia.

— Io non ho un fratello.

Ada non rispose.

Elias fece un passo verso di lei.

— Non ho un fratello.

Ada aveva gli occhi lucidi.

— Oggi no.

Quella risposta lo colpì più di qualsiasi altra cosa.

— Cosa significa?

Ada guardò la fotografia del neonato.

Poi Elias.

— Significa che Varen non cancella soltanto i luoghi.

Silenzio.

— A volte cancella le persone abbastanza bene da lasciare soltanto chi sente che manca qualcuno.

Elias sentì la stanza stringersi.

— Dov’è mio fratello?

Ada abbassò lo sguardo.

— È la domanda sbagliata.

— Qual è quella giusta?

Lei lo guardò.

— Da quanto tempo manca?

Elias non riuscì a rispondere.

Perché in quel momento, per la prima volta nella sua vita, sentì dentro di sé qualcosa che non aveva mai saputo nominare.

Non un ricordo.

Non un volto.

Non una voce.

Uno spazio.

Preciso.

Antico.

Perfettamente vuoto.

E capì che forse alcune assenze non cominciano quando perdiamo qualcuno.

Cominciano quando smettiamo di sapere che qualcuno è esistito.

4 risposte a “Il cartografo delle assenze”

  1. …non ho più parole…

    1. Adesso…se scrivi cosi contagi anche me. Grazie è un vero piacere leggerlo

  2. Un capitolo che non parla di fantasmi, ma di ciò che resta quando la storia personale viene interrotta — e di come, prima o poi, ogni porta con una maniglia chieda di essere aperta. Immaginavo che il nesso di tutto il racconto fosse questo…

    1. Non tutto…ci sono più strati in questo lavoro. Non li anticipo ma mi auguro che alla fine le chiavi di lettura siano chiari

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