My First

·

Non ho ancora finito di cominciare

Alla fine, cosa mi resta?

Me lo sono chiesto mentre tornavo indietro.

Non nei giorni.

Nelle prime volte.

Ho provato a rivederle tutte e mi sono accorto che la memoria non le conserva in ordine.

Non le interessa la cronologia.

Ha un archivio tutto suo.

Disordinato.

Sensibile.

Quasi crudele nella precisione con cui decide cosa salvare.

Di alcuni giorni ha buttato via intere ore e conservato una mano.

Di altri una finestra.

Un bicchiere d’acqua.

Una sedia vuota.

Una stoffa.

Un soffitto.

Un rumore.

Nove respiri.

Tre passi.

Una voce.

Una lacrima che qualcuno avrebbe voluto nascondere.

Il lato di un letto che improvvisamente possedeva troppo spazio.

È strano.

Pensavo che raccontare le mie prime volte significasse ricordare cosa fosse accaduto.

Invece ho scoperto che ricordavo soprattutto ciò che era accaduto a me mentre accadevano.

Ed è molto diverso.

Perché gli eventi finiscono.

Noi, qualche volta, continuiamo ad accadere dentro di loro.

Ho ritrovato il ragazzo che non sapeva ancora cosa sarebbe diventato un bacio.

Quello che aveva già cominciato a convergere verso una persona senza avere ancora il diritto di chiamarla noi.

L’uomo che avrebbe scoperto che esistono intimità davanti alle quali persino le parole devono avere il pudore di abbassare gli occhi.

Quello che avrebbe contato un respiro.

Poi un altro.

Fino a nove.

E al nono avrebbe capito che il cuore può continuare a batterti nel petto mentre il centro della tua vita si trasferisce altrove.

Ho incontrato mani che stringevano.

Mani che lasciavano.

Mani alle quali aggrapparsi.

Mani sulle quali, un giorno, qualcuno comincia ad appoggiare una parte del proprio peso.

Forse avrei dovuto capirlo prima.

La vita cambia continuamente la direzione delle nostre mani.

Prima cerchiamo qualcuno.

Poi lo stringiamo.

Poi proteggiamo.

Poi accompagniamo.

Poi dobbiamo imparare a lasciare.

E qualche volta, quando pensavamo di essere diventati quelli forti, scopriamo di avere ancora bisogno che qualcuno tenga noi.

Ho ricordato la paura.

Quella vera.

Quella che non ha bisogno di gridare.

Una notte in cui il soffitto diventa improvvisamente interessante perché guardare la persona accanto significa pensare a tutto ciò che potrebbe accadere.

E allora non desideri più imprese.

Non chiedi giorni straordinari.

Vorresti soltanto una mattina qualsiasi.

Una tazza.

Una voce da un’altra stanza.

Qualcosa dimenticato sul tavolo.

E comprendi troppo tardi che abbiamo chiamato normalità una quantità impressionante di miracoli.

Ho ritrovato anche le distanze.

Quelle che credevo si misurassero in chilometri.

Poi una frase mi è rimasta in bocca perché la persona alla quale volevo dirla non era lì.

E ho capito.

La lontananza comincia in posti minuscoli.

Un sedile.

Una tazza.

Un lato del letto.

Una battuta senza destinatario.

L’assenza è una geografia costruita con cose piccolissime.

Ho rivisto qualcuno che credevo invincibile diventare improvvisamente umano davanti ai miei occhi.

E non era diventato più fragile.

Ero io che finalmente ero cresciuto abbastanza da vedere anche la sua fragilità.

Questo fanno le prime volte.

Ci tolgono una convinzione e ci consegnano una verità.

Quasi mai senza farci male.

Poi ci sono stato io.

Solo.

Davanti a una pagina.

A scoprire che possiamo trascorrere anni dicendo la verità a tutti e continuare a mentire alla persona che conosce ogni nostro segreto.

Noi stessi.

Ho scritto.

Cancellato.

Riscritto.

Finché un giorno ho smesso di cercare parole belle

e ho cominciato a cercare parole vere.

Forse anche questa rubrica, in fondo, è nata lì.

Nel bisogno di tornare verso ciò che ero stato e chiedergli:

com’era?

Com’era prima di sapere?

Prima del bacio.

Prima dell’amore.

Prima del dolore.

Prima di diventare padre.

Prima di lasciare una mano.

Prima di avere paura.

Prima di riuscirci.

Prima di perdere.

Prima di capire.

Com’era il mondo quando qualcosa doveva ancora succedermi per la prima volta?

Ed ecco la cosa che più mi ha sorpreso.

Credevo che le prime volte appartenessero soprattutto alla giovinezza.

Che fossero una specie di capitale iniziale della vita.

Ne riceviamo moltissime all’inizio e poi, lentamente, le consumiamo.

Il primo bacio.

Il primo viaggio.

Il primo amore.

La prima casa.

La prima grande paura.

La prima vittoria.

Il primo dolore che nessuno riesce ad aggiustare.

Pensavo funzionasse così.

Una lunga collezione di prime volte che, inevitabilmente, diventa sempre più povera.

Adesso so che mi sbagliavo.

Perché questa mattina ho fatto una cosa che non avevo mai fatto.

Qualche giorno fa ho pensato qualcosa che non avevo mai pensato.

Ho incontrato una persona che ieri non conoscevo.

Potrei ancora vedere un luogo capace di costringere i miei occhi a inventarsi un nuovo modo di guardare.

Potrei imparare.

Cambiare idea.

Chiedere scusa diversamente.

Amare meglio.

Avere una paura nuova.

Superare qualcosa che oggi credo più grande di me.

Potrei persino scoprire una parte del mio carattere che ha trascorso tutti questi anni aspettando l’occasione giusta per presentarsi.

E allora ho capito che non è il tempo a esaurire le prime volte.

Siamo noi, quando smettiamo di cercarle.

Quando decidiamo di conoscerci abbastanza.

Di avere già visto.

Già amato.

Già sofferto.

Già capito.

Quando trasformiamo l’esperienza in una stanza chiusa e la chiamiamo maturità.

Io non voglio.

Voglio conservare una parte di me incapace di dire:

ormai so.

Perché ormai so è una frase comoda.

Ma fammi vedere è ancora viva.

Voglio continuare ad arrivare davanti a qualcosa senza possederne le istruzioni.

Voglio che esistano ancora giorni capaci di sorprendermi.

Persone capaci di spostare una convinzione.

Parole che non conosco.

Luoghi nei quali perdermi.

Emozioni davanti alle quali tutto quello che ho imparato non sia sufficiente.

Voglio ancora sbagliare l’angolazione.

Restare senza una frase.

Sentire il cuore accelerare per qualcosa che non avevo previsto.

Voglio ancora avere bisogno di chiedermi:

che cosa mi sta succedendo?

Perché forse diventare vecchi non significa accumulare anni.

Forse cominciamo davvero a invecchiare quando niente riesce più a succederci per la prima volta.

E io non ci sto.

No.

Dopo tutte queste pagine, se c’è una cosa che sento con una chiarezza quasi feroce è che non ho terminato le mie prime volte.

Non so quali saranno.

Ed è proprio questo il bello.

Ce ne sarà una domani.

Forse tra un anno.

Forse mi passerà accanto senza presentarsi e la riconoscerò soltanto molto tempo dopo.

Una nuova emozione.

Un nuovo coraggio.

Una nuova fragilità.

La prima volta che saprò lasciare andare qualcosa che oggi trattengo.

La prima volta che riuscirò a perdonare ciò che ancora mi fa male.

La prima volta che guarderò un’alba da un posto nel quale non sono mai stato.

La prima volta che qualcuno mi farà una domanda alla quale cinquant’anni di vita non avranno preparato una risposta.

Spero accada.

Spero accada ancora moltissime volte.

Perché adesso so che una prima volta non è importante soltanto perché qualcosa non era mai successo prima.

È importante perché, per qualche istante,

anche noi non siamo mai stati la persona che stiamo per diventare.

Forse è questo che ho cercato in ogni pagina di MY FIRST.

Non il passato.

La trasformazione.

Quel secondo invisibile nel quale entriamo in un’esperienza con una versione di noi

e ne usciamo con un’altra.

Per questo non voglio salutare queste prime volte con nostalgia.

Le ringrazio.

Tutte.

Quelle che mi hanno fatto tremare.

Quelle che mi hanno fatto ridere.

Quelle che mi hanno aperto il cuore.

Quelle che me l’hanno spezzato.

Quelle che vorrei rivivere.

E perfino quelle che pregherei di non attraversare mai più.

Perché ognuna mi ha tolto qualcosa che non mi serviva più

e ha lasciato dentro di me qualcuno che prima non esisteva.

Adesso posso chiudere questa rubrica.

Senza chiudere ciò che raccontava.

Perché MY FIRST finisce qui.

Le mie prime volte, no.

Finché avrò curiosità per ciò che non conosco,

coraggio per ciò che mi spaventa,

stupore per ciò che non comprendo

e abbastanza cuore da permettere alla vita di modificarmi ancora,

so che ce ne sarà un’altra.

E un’altra ancora.

Non voglio sapere quale sarà la prossima.

Voglio soltanto riconoscermi quando arriverà.

Magari avrò più rughe.

Meno certezze.

Qualche assenza in più.

Forse mani diverse da stringere e altre che avrò dovuto imparare a lasciare.

Ma spero di avere ancora dentro quell’essere umano capace di fermarsi davanti a qualcosa di mai vissuto

e sentire quella vertigine antichissima:

non so cosa succederà.

Perché oggi finalmente lo so.

Avrò sempre una prima volta.

Non perché la vita continuerà necessariamente a inventare qualcosa per me.

Ma perché io voglio continuare a scoprire qualcosa di me dentro la vita.

E finché esisterà ancora qualcosa capace di accadermi per la prima volta,

io non starò semplicemente attraversando il tempo.

Sarò vivo.

E forse è questa l’unica prima volta

che vorrei non avere mai

per l’ultima volta.

2 risposte a “My First”

  1. Non avresti potuto scrivere parole migliori per terminare questa rubrica. E grazie per averla condivisa

    1. Mi mancherà…grazie delle tue parole e per averla seguita…come sempre

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