Il cartografo delle assenze

·

VIII

UNA FOTOGRAFIA HA QUATTRO LATI

Elias non vide chi entrò.

Mara lo trascinò oltre la porta laterale un istante prima che quella di ferro si aprisse.

Dietro di loro ci fu un rumore breve.

Non un urto.

Qualcosa di più ordinato.

Una sedia spostata.

Poi la voce di Armand.

— Siete in anticipo.

La porta si richiuse.

Elias si fermò.

— Aspetta.

Mara continuò a tirarlo.

— No.

— Armand è rimasto là.

— Lo so.

— Hai sentito?

— Sì.

— Conosce chi è entrato.

— Probabile.

Elias tornò verso la porta.

Mara gli si mise davanti.

— Togliti.

— No.

— Mara.

— Elias.

Nadir li raggiunse.

Respirava affannosamente.

— Dovremmo ascoltarla.

Elias lo guardò.

— Anche lei?

Nadir indicò il corridoio.

— Ho sessantadue anni, una zia morta che cammina per Varen e da mezz’ora so che mio padre ha trascorso la vita a misurare cose che non esistono più. Concedimi almeno l’istinto di sopravvivenza.

Mara lo guardò.

— Sessantadue?

Nadir annuì.

— Portati bene.

Per un istante nessuno parlò.

Poi Mara rise.

Una risata corta, nervosa, necessaria.

Elias la guardò.

Lei si passò una mano sul viso.

— Scusate.

Nadir sorrise.

Elias no.

Ma qualcosa dentro di lui si allentò.

Solo abbastanza da permettergli di respirare.


Il corridoio terminava in una scala.

Scendeva.

Elias si aspettava una porta sul retro.

Invece continuarono sotto il livello della strada.

Una rampa.

Poi un’altra.

Le pareti cambiarono.

L’intonaco lasciò posto alla pietra.

L’aria diventò più fredda.

— Dove stiamo andando? — chiese Mara.

Nadir guardò Elias.

— Suppongo che il nostro cartografo lo sappia.

— Non chiamarmi così.

— Ada lo fa.

Elias si fermò.

— Come lo sa?

Nadir esitò.

— Me lo disse mio padre.

Silenzio.

Mara si voltò.

— Cosa?

Nadir sembrò capire soltanto in quel momento ciò che aveva pronunciato.

— Aspetta.

Elias gli si avvicinò.

— Suo padre mi chiamava cartografo?

— Non te.

— Ha appena detto…

— Lo so cosa ho detto.

Nadir portò una mano alla fronte.

— C’era una frase.

— Quale?

— La ripeteva quando ero piccolo.

Elias aspettò.

Nadir chiuse gli occhi.

Cercò.

— “Quando arriverà il cartografo, Varen ricomincerà a restituire.”

Mara non fece battute.

Elias sentì freddo.

— Quando?

— Non lo so. Avevo forse dieci anni.

— Quindi nel 1974.

— Più o meno.

— Dieci anni prima che nascessi.

Nadir lo guardò.

— Sì.

Elias scese il gradino successivo.

— Sto cominciando a odiare le date.


La scala finì davanti a una porta di legno.

Questa aveva una maniglia.

Elias la guardò più del necessario.

Mara se ne accorse.

— Non tutte le porte sono metafore.

— Da due giorni non ne sarei così sicuro.

Nadir aprì.

Dall’altra parte c’era Varen.

Ma non quella che conoscevano.

Uscirono in un vicolo stretto, tra due edifici altissimi.

Il cielo era una striscia grigia sopra le loro teste.

Elias si voltò.

La porta dalla quale erano usciti apparteneva al retro di un negozio di fiori.

Un uomo stava sistemando secchi pieni di crisantemi.

Li guardò.

— Vi siete persi?

Mara osservò la porta.

Poi l’uomo.

— Probabilmente.

— Succede.

L’uomo tornò ai fiori.

Come se tre persone appena emerse dal suo seminterrato fossero un inconveniente minore.

Elias si avvicinò.

— Mi scusi. Dove siamo?

L’uomo indicò l’angolo.

— Via Esten.

Elias si immobilizzò.

— Via Esten?

— Sì.

Guardò Mara.

Via Esten distava quasi due chilometri da Rovenplatz.

Nadir tornò alla porta.

La aprì.

Dietro c’era un piccolo magazzino.

Scatoloni.

Vasi.

Una scopa.

Nessuna scala.

— No — disse Mara.

L’uomo dei fiori sollevò gli occhi.

— Problemi?

Mara indicò il magazzino.

— Cosa c’è dietro quella parete?

— Il ristorante cinese.

— E sotto?

— Il mio deposito.

— Più sotto.

L’uomo la guardò.

— Terra?

Mara chiuse la porta.

— Grazie.

— Prego.

Quando furono in strada, Elias guardò l’orologio.

Erano trascorsi sei minuti.

Avevano percorso due chilometri.

Sottoterra.

A piedi.

In sei minuti.

Prese il telefono.

Aprì la mappa.

Il punto blu lampeggiava su via Esten.

— Non misurarla — disse Mara.

Elias la guardò.

— Cosa?

— Qualunque cosa tu stia pensando di misurare, non farlo.

— Non stavo…

— Ti conosco.

Elias rimise il telefono in tasca.

— Stavo per misurarla.

— Lo so.


Nadir li lasciò all’incrocio.

— Dove va?

— A cercare Ada.

Elias lo fermò.

— Ha detto che non voleva vederla.

— Ha cambiato idea.

— Ada no.

Nadir lo guardò.

— Ho aspettato sessantadue anni senza sapere di aspettare.

Non c’era rabbia nella sua voce.

Solo una stanchezza enorme.

— Per una volta, lasciami essere egoista.

Elias tolse la mano dal suo braccio.

Nadir si allontanò.

Mara lo seguì con lo sguardo.

— Lo capisco.

— Anch’io.

Camminarono.

Dopo qualche metro Mara disse:

— È questo che mi fa paura.

Elias la guardò.

— Cosa?

— Che sto cominciando a capire cose che non hanno senso.


Ilse telefonò alle sedici e ventidue.

— Ho trovato un’altra cosa.

Mara mise il vivavoce.

— Negli ultimi giorni questa frase non ha mai portato niente di buono.

— Vuoi che riattacchi?

— Assolutamente no.

Ilse ignorò il sarcasmo.

— Ho esaminato la grafia del nome di Elias.

— Penna a sfera — disse lui.

— Sì. Ma ho sbagliato una cosa.

Elias e Mara si fermarono sul marciapiede.

— Cosa?

— Ho detto moderna.

— E?

— È troppo generico.

Ilse respirò.

— La pasta contiene una resina sintetica introdotta commercialmente negli anni Ottanta.

Elias sentì qualcosa irrigidirsi.

— Quanto può essere precisa?

— Non abbastanza da darvi un anno.

— Ma dopo il 1980.

— Quasi certamente.

Mara guardò Elias.

Ancora.

— Altro?

Ilse esitò.

— Sì.

— Naturalmente.

— Ho confrontato la grafia.

Elias aggrottò la fronte.

— Con cosa?

— La richiesta che hai firmato ieri per l’analisi.

Il traffico continuò intorno a loro.

Un autobus si fermò.

Le porte si aprirono.

Persone scesero.

Elias non sentì più nulla.

— Ilse.

— Il nome sul foglio è scritto da te.


Non andarono all’Archivio.

Non tornarono a casa.

Elias camminò.

Mara gli rimase accanto.

Per quasi mezz’ora non parlarono.

Varen si muoveva intorno a loro.

Un ragazzo distribuiva volantini.

Due donne litigavano davanti a una farmacia.

Un bambino cercava di convincere il padre a comprare un palloncino a forma di balena.

Una coppia si baciava sotto la pensilina del tram.

La normalità era diventata quasi offensiva.

Elias guardò la propria mano destra.

— Io non ho scritto quel nome.

Mara continuò a camminare.

— Lo so.

— Come fai a saperlo?

— Eri con me quando abbiamo trovato il foglio.

— Potrei averlo scritto prima.

— Su una carta nascosta dietro il battiscopa di una casa in cui non eri mai entrato?

— Sì.

Mara si fermò.

— Elias.

Lui continuò.

— Magari conosco Lena.

— Non la conoscevi.

— Magari conosco Armand.

— Smettila.

— Magari tutto questo…

Mara gli afferrò il viso con entrambe le mani.

Il gesto fu così improvviso che Elias tacque.

Lei lo guardò negli occhi.

— Basta cercare una versione di te abbastanza colpevole da rendere tutto spiegabile.

Elias rimase fermo.

Mara abbassò lentamente le mani.

— Non sei obbligato a essere la spiegazione di ogni cosa che non capisci.

Lui la guardò.

— Questa era quasi profonda.

— Non abituarti.

Ripresero a camminare.

Dopo pochi passi Elias sorrise.

Mara lo vide.

Non disse niente.


Alle diciassette e cinque arrivarono a casa di Elias.

Sul tavolo c’erano ancora la scatola e le fotografie.

La parete era normale.

Elias posò il cappotto.

Mara andò direttamente in cucina.

Aprì il frigorifero.

— Non hai niente.

— Ho del formaggio.

— Questo non è formaggio.

— Cosa sarebbe?

Mara lesse la confezione.

— Un esperimento sociale.

La rimise dentro.

Elias prese la fotografia tagliata.

Elias e L. — estate 1992

La osservò.

— Cosa stai cercando? — chiese Mara.

— Non lo so.

— Ottimo metodo.

Elias avvicinò la fotografia alla finestra.

Lui bambino.

Maglietta chiara.

Ginocchia sporche.

Un braccio intorno a qualcuno che non c’era più.

Non perché fosse sbiadito.

La fotografia era fisicamente tagliata.

Elias passò il dito sul bordo.

Poi si fermò.

— Mara.

Lei uscì dalla cucina con un bicchiere d’acqua.

— Cosa?

— La fotografia.

— Sì.

— È tagliata male.

— Non sapevo esistesse un modo corretto.

— Guarda.

Le porse l’immagine.

— Il bordo.

Mara osservò.

— È storto.

— Esatto.

Il taglio non seguiva il centro della fotografia.

Scendeva leggermente in diagonale.

Elias prese un righello.

Misurò.

— Cosa fai?

— La parte mancante non è metà.

Mara posò il bicchiere.

— Quanto?

Elias fece il calcolo.

— Quarantadue per cento.

— E quindi?

Lui guardò la fotografia.

— Quindi se qualcuno voleva eliminare Loren avrebbe potuto tagliare molto meno.

Indicò il proprio braccio.

— Guarda qui.

Il gomito di Elias spariva nel taglio.

— Hanno tolto anche una parte di me.

Mara rimase in silenzio.

Elias aprì la scatola.

Cercò.

Sotto il guanto di lana trovò altre fotografie.

Tre erano tagliate.

Le dispose sul tavolo.

In tutte mancava Loren.

E in tutte mancava qualcosa di Elias.

Una mano.

Una spalla.

Metà del viso.

Mara si sedette.

— Non stavano eliminando lui dalle fotografie.

Elias la guardò.

— Stavano separando noi.


La quarta fotografia non era tagliata.

La trovarono incollata sul fondo della scatola.

Elias infilò un’unghia sotto il bordo.

La carta cedette.

La sollevò.

Due bambini erano seduti su un muretto.

Uno era Elias.

L’altro doveva essere Loren.

Finalmente intero.

Capelli scuri.

Più piccolo.

Un sorriso enorme.

Una cicatrice sottile sopra il sopracciglio sinistro.

Elias lo guardò.

Niente.

Nessuna esplosione di memoria.

Nessuna voce.

Solo quel viso.

Sconosciuto.

Eppure il petto gli faceva male.

Mara si avvicinò.

— È lui?

— Credo.

Sul retro c’era una frase.

Non lasciargli la mano.

Nessuna data.

Elias riconobbe la grafia.

Sua madre.

Chiuse gli occhi.

E qualcosa arrivò.


Estate.

Caldo.

Una strada.

La mano di un bambino dentro la sua.

Piccola.

Sudata.

— Più piano.

Una risata.

— Corri.

— Mamma ha detto…

— Corri!

Due bambini.

Un pallone rotola sulla strada.

Loren lascia la sua mano.

Elias lo chiama.

Un clacson.

Poi niente.


Elias aprì gli occhi.

Era in ginocchio.

Non ricordava di essersi seduto.

Mara era accanto a lui.

— Elias.

Lui respirò.

Una volta.

Due.

— Una macchina.

— Cosa?

— C’era una macchina.

Mara non disse nulla.

— Ha lasciato la mia mano.

Elias guardò la fotografia.

— Loren ha lasciato la mia mano.

— Quanti anni avevi?

— Otto.

La fotografia.

L’estate.

— È morto?

Mara non rispose.

Elias si alzò.

Prese la scatola.

La svuotò completamente.

Niente certificati.

Niente altre lettere.

Solo oggetti.

Poi vide il fondo.

Il cartone era doppio.

Lo strappò.

Sotto c’era una busta.

La aprì.

Un ritaglio di giornale.

Data:

14 luglio 1992.

Elias lesse.

INCIDENTE IN ROVENPLATZ

Le mani cominciarono a tremare.

Continuò.

Un’automobile ha perso il controllo nel primo pomeriggio di ieri nei pressi della piazza. Coinvolti due minori.

Due.

Elias si fermò.

— Due.

Mara gli prese il ritaglio.

Lesse.

Uno dei bambini, di otto anni, è stato ricoverato con ferite non gravi.

Elias.

La riga successiva era stata annerita.

Completamente.

Mara avvicinò il foglio alla luce.

— Possiamo recuperarla.

Elias non la ascoltava.

Ricordava.

Il clacson.

Loren.

La mano vuota.

Poi una donna che urlava.

Sua madre.

Ma non correva verso Loren.

Correva verso lui.

Elias.

Perché era lui quello sull’asfalto.

Elias guardò Mara.

— Non è stato investito Loren.

— Cosa?

— Sono stato io.

Il ricordo arrivò intero.

Il cofano.

Il cielo.

Il rumore del corpo contro il metallo.

Poi sua madre sopra di lui.

Piangeva.

Loren era sul marciapiede.

In piedi.

Vivo.

Elias lasciò cadere il ritaglio.

— Loren non è morto.


Qualcuno bussò alla porta.

Una volta.

Elias e Mara si immobilizzarono.

Due.

Mara guardò l’orologio.

— Aspetti qualcuno?

— No.

Terzo colpo.

Elias sentì il corpo reagire.

Gli stessi tre colpi.

Chiesa.

Varga.

Adesso casa sua.

Mara prese il telefono.

Elias attraversò il corridoio.

— Non aprire.

— Devo sapere.

— È precisamente la frase che precede tutte le pessime decisioni.

Elias arrivò alla porta.

Guardò dallo spioncino.

Il pianerottolo era vuoto.

— Nessuno.

Mara lo raggiunse.

— Perfetto. Non apriamo.

Elias abbassò la maniglia.

— Elias.

Aprì.

Nessuno.

Solo il corridoio.

Poi guardò in basso.

Una fotografia era appoggiata sullo zerbino.

Elias la raccolse.

Era recente.

Carta lucida.

Colori nitidi.

Mostrava un uomo davanti alla stazione centrale di Varen.

Cappotto nero.

Capelli scuri.

Una cicatrice sottile sopra il sopracciglio sinistro.

Elias sentì il cuore fermarsi per un istante.

Loren.

Adulto.

Girò la fotografia.

Sul retro c’erano poche parole.

Non cercarmi più.

Elias fissò la grafia.

Mara gliela prese.

La confrontò con il foglio del 1931.

Con il nome scritto a penna a sfera.

Elias Venn.

Stessa inclinazione.

Stessa esse.

Stessa pressione.

Mara sollevò gli occhi.

— Questa è la tua grafia.

Elias scosse la testa.

— No.

— Elias…

— Guarda meglio.

Le prese entrambe.

Le mise una accanto all’altra.

Erano simili.

Quasi identiche.

Ma una lettera cambiava.

La n.

Elias la conosceva.

Non sapeva come.

Ma la conosceva.

Un altro frammento arrivò.

Due bambini al tavolo.

Quaderni aperti.

Loren che copiava il modo in cui suo fratello maggiore scriveva.

— Smettila di copiarmi.

— Scrivo meglio io.

— Hai fatto la enne al contrario.

— È più bella.

Elias chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, stava sorridendo.

Piangeva anche.

Non se n’era accorto.

Passò il pollice sulla frase.

— Non è la mia.

Mara lo guardò.

— Ne sei sicuro?

Elias fissò l’uomo nella fotografia.

Per la prima volta non vide uno sconosciuto.

Vide il bambino sul muretto.

Il fratello che aveva dimenticato.

— È di Loren.

Mara guardò la porta vuota.

— Quindi era qui.

Elias scosse lentamente la testa.

— No.

Indicò la fotografia.

Dietro Loren, sopra l’ingresso della stazione, c’era un grande orologio.

16:48.

Mara guardò il proprio telefono.

17:31.

— Quarantatré minuti fa.

Elias osservò meglio l’immagine.

Poi si fermò.

Sul vetro della stazione c’era un riflesso.

La persona che aveva scattato la fotografia.

Ingrandì con il telefono.

Una figura.

Cappotto scuro.

Volto parzialmente coperto dalla macchina fotografica.

Ma abbastanza visibile.

Elias lasciò lentamente cadere il braccio.

Mara impallidì.

— No.

La persona riflessa nel vetro era Elias.

Stessi vestiti che indossava in quel momento.

Stesso cappotto.

Stessa sciarpa.

Elias guardò l’orologio della fotografia.

16:48.

A quell’ora era stato in casa con Mara.

Ne era certo.

Mara era lì.

Poteva confermarlo.

Eppure qualcuno con il suo volto aveva fotografato Loren alla stazione.

Sul bordo inferiore dell’immagine c’era qualcosa che non avevano notato.

Una scritta stampata automaticamente dalla macchina.

Non una data.

Una distanza.

0 m

Mara la indicò.

— Che significa?

Elias guardò Loren.

Poi il proprio riflesso.

Due fratelli.

Uno davanti all’obiettivo.

L’altro dietro.

Separati da zero metri.

Gli tornò in mente Armand.

Varen non perde qualcosa e basta.

A volte corregge.

Elias sentì improvvisamente che la domanda non era più dove fosse Loren.

Forse non lo era mai stata.

Guardò la parete del corridoio.

Quella dietro cui era comparsa la stanza.

Poi la fotografia.

E capì perché Armand aveva avuto paura della domanda sbagliata.

Se tra lui e Loren la distanza era zero, non significava necessariamente che suo fratello fosse vicino.

Poteva significare qualcosa di molto peggiore.

Che, da qualche parte nella geometria impossibile di Varen, occupavano lo stesso posto.

Rispondi

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti

Scopri di più da Silenzio Letteraio - Nel Silenzio del Tempo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere