Moon

26 agosto 2026
Luna crescente

Stanotte la Luna sta crescendo.

Ma c’è qualcosa di lei che non cresce affatto.

La sua massa rimane la stessa.

La sua superficie non diventa più grande.

Non acquista un centimetro di cielo.

Cambia soltanto la quantità della sua parte illuminata che, dalla Terra, possiamo osservare.

E allora mi è venuto un pensiero quasi scomodo:

forse abbiamo confuso troppo spesso il crescere con il diventare di più.

Più capaci.

Più forti.

Più sicuri.

Più interessanti.

Più realizzati.

Perfino più felici.

Come se vivere fosse una continua operazione di addizione.

E se crescere significasse, qualche volta, esattamente il contrario?

Non aggiungere.

Distinguere.

Capire ciò che ci appartiene da ciò che abbiamo raccolto lungo la strada soltanto perché qualcuno ce lo aveva consegnato.

Ci sono frasi che portiamo dentro da così tanto tempo da aver dimenticato che non sono nate con noi.

Non sei portato.

Sei troppo sensibile.

Devi essere forte.

Non deludermi.

Alla tua età dovresti…

Parole pronunciate magari una sola volta.

Eppure capaci di affittare una stanza dentro di noi per decenni.

A forza di sentirle abbiamo smesso di riconoscere la voce che le aveva dette.

Sono diventate nostre.

O almeno così crediamo.

Forse una delle imprese più difficili dell’età adulta consiste proprio nel tornare dentro di sé e domandare:

«Questa voce è davvero mia?»

È mia questa paura?

È mio questo desiderio?

Voglio davvero arrivare lì?

Oppure sto ancora cercando di dimostrare qualcosa a qualcuno che mi guardava quando avevo quindici anni?

Domande pericolose.

Perché potrebbero obbligarci a scoprire che abbiamo costruito intere stanze della nostra vita con mobili scelti da altri.

E non c’è necessariamente colpa.

Da bambini impariamo il mondo attraverso gli occhi che ci circondano.

Ci dicono che cosa è importante.

Che cosa è bello.

Che cosa significa riuscire.

Che cosa dovrebbe renderci orgogliosi.

Poi cresciamo.

O almeno cresce il corpo.

Per il resto occorre molto più tempo.

Arriva forse un giorno in cui comprendiamo che diventare noi stessi non significa inventarci.

Significa riconoscerci sotto tutto ciò che abbiamo imparato a essere.

La Luna mi sembra un’immagine perfetta.

La luce non modifica ciò che è.

Rivela progressivamente una superficie che esisteva già.

Crateri.

Pianure.

Rilievi.

Niente viene aggiunto perché possa meritare lo sguardo.

Viene semplicemente raggiunto dal chiarore.

Forse dovremmo guardarci così.

Non come progetti eternamente insufficienti.

Come territori ancora da illuminare.

Potremmo scoprire cose che non ci piacciono.

Certo.

Una parte di noi egoista.

Una paura meschina.

Un errore ripetuto.

Una durezza che abbiamo sempre attribuito agli altri.

Conoscersi non è una cerimonia romantica.

Qualche volta è spiacevole.

Ma almeno è vero.

E soltanto da ciò che è vero possiamo scegliere.

Cambiare ciò che desideriamo cambiare.

Accettare ciò che non ha bisogno di essere corretto.

Restituire ciò che non ci appartiene.

Quest’ultima possibilità mi sembra bellissima.

Restituire.

Restituire un giudizio.

Un’aspettativa.

Una vergogna ricevuta.

Un modello di felicità nel quale non riusciamo a respirare.

Non con rabbia.

Non serve.

Possiamo semplicemente posarli.

Dire:

Ho portato questa cosa abbastanza.

Adesso ho capito che non era mia.

E continuare.

Forse quella sera ci sentiremo strani.

Più vuoti.

È naturale.

Quando togli qualcosa che hai portato per trent’anni, perfino la leggerezza inizialmente sembra una mancanza.

Poi il corpo comprende.

Le spalle scendono.

Il respiro cambia.

E nello spazio rimasto libero compare una domanda che potrebbe farci paura:

Adesso cosa voglio io?

Non sempre sapremo rispondere.

Va bene.

Forse la libertà non comincia dalla risposta.

Comincia finalmente dalla possibilità di farsi la domanda.

Stanotte la Luna aumenta il proprio chiarore.

Io, invece, vorrei diminuire qualcosa.

Le voci che non sono mie.

Le aspettative che non ho scelto.

La necessità di diventare comprensibile a chi possiede un’idea di me più vecchia di me.

Vorrei fare abbastanza silenzio da riconoscere, in mezzo a tutto ciò che mi abita, la mia voce quando finalmente parla senza chiedere permesso.

Forse crescere non significa diventare qualcuno.

Forse è molto più difficile.

Significa smettere, poco alla volta, di essere tutte le persone che abbiamo creduto di dover diventare.

Finché rimane qualcuno che non avevamo mai incontrato completamente.

Noi.

E forse quella sarà la nostra vera Luna piena.

Non quando avremo aggiunto abbastanza luce da sembrare perfetti.

Ma quando potremo guardarci interi e riconoscere finalmente a chi appartiene la voce che pronuncia il nostro nome.



Se mi incontrerai
mentre sto lasciando qualcosa,
non raccoglierlo per me.

Potrebbe essere una vecchia paura,
una promessa fatta troppo presto,
il giudizio di qualcuno
che ho portato così a lungo
da avergli dato il mio nome.

Lascia che cada.

Forse avrò le mani vuote.

Forse non saprò subito
cosa metterci dentro.

Non importa.

Per una volta
vorrei tenerle così.

Aperte.

Leggere.

Disponibili.

Perché magari diventare me stesso
non richiedeva un’altra conquista.

Richiedeva soltanto
il coraggio di domandarmi,

fra tutte le voci che ho dentro:

quale di queste sono io?


2 risposte a “Moon”

  1. Concordo su ogni parola

    1. Non è una novità grazie come sempre

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