SE è un viaggio a ritroso dentro i rimpianti: parte dal caos lasciato da ciò che non abbiamo compreso e torna al gesto quotidiano in cui tutto ebbe inizio. Ogni “e se” è il tentativo tardivo di riparare con il cuore ciò che il tempo non può più restituire.
Il vetro
Adesso è pulito.
Quando il sole entra di traverso non appare più nulla: nessun alone, nessuna linea interrotta, neppure l’opacità lasciata da un respiro troppo vicino.
È come se nessuno lo avesse mai toccato.
Dovrebbe piacermi. Per anni ho inseguito quella trasparenza con un panno nella mano e il fastidio di chi trova sempre qualcosa fuori posto.
Ora, invece, quando attraverso la stanza, rallento.
Guardo il vetro e provo a ricordare dove fossero.
Una più in basso, quasi all’altezza della maniglia. Un’altra poco sopra. La terza non era mai completa, mancava sempre la parte finale del palmo, come se la mano fosse stata ritirata prima di aderire del tutto.
Non ho fotografie.
Non pensavo che un giorno avrei avuto bisogno di conservare ciò che trascorrevo il tempo a cancellare.
E se avessi saputo che anche le impronte crescono, avrei lasciato che il sole le illuminasse.
Avrei seguito, stagione dopo stagione, il loro spostarsi verso l’alto. Forse avrei segnato le date in un angolo, con un pennarello sottile, come si fa con le stature sul muro.
Invece spruzzavo il detergente.
Il liquido scendeva lentamente, attraversava le dita, scioglieva i contorni. Bastavano pochi passaggi perché quelle mani smettessero di essere esistite.
Poi arretravo.
Controllavo il risultato controluce e provavo quella piccola soddisfazione che dà l’ordine quando riesce a nascondere la vita che è stata necessaria per disfarlo.
Ho avuto molte volte una casa perfetta. Non ricordo di essere mai stato felice per questo.
Le trovavo soprattutto nel tardo pomeriggio.
Rientravo stanco e le vedevo prima ancora di togliermi la giacca. A volte c’era anche la traccia rotonda di una fronte, due segni più chiari lasciati dalla punta del naso, una curva incerta disegnata con il dito sopra il vapore.
— Di nuovo — dicevo.
Nessuno rispondeva.
Dall’altra stanza arrivava il rumore dei passi che si allontanavano. Io prendevo il panno da sotto il lavello e cominciavo.
Non domandavo chi fosse stato.
Mi interessava più rimuovere il gesto che conoscerne la ragione.
E se una volta avessi seguito quei passi, forse avrei trovato qualcuno fermo dietro una porta, ancora abbastanza piccolo da credere che un rimprovero potesse cambiare il modo in cui veniva amato.
Mi sarei abbassato.
Avrei mostrato le mie mani, sporche anch’esse di molte cose che nessuno mi aveva mai chiesto di giustificare. Avrei detto che un vetro si pulisce, mentre certe parole restano appese addosso anche quando si finge di non averle sentite.
Ma non lo feci.
Continuai a strofinare finché la stanza tornò ordinata e il silenzio sembrò darmi ragione.
Durante l’inverno le tracce aumentavano.
Il calore della casa incontrava il freddo esterno e il vetro diventava bianco. Qualcuno vi disegnava strade, animali sproporzionati, case con camini troppo grandi. Una sera trovai tre cerchi uno accanto all’altro e una figura più distante.
La cancellai con la manica senza neppure fermarmi.
Credevo fosse uno scarabocchio.
Molto tempo dopo mi dissero che rappresentava una famiglia. I tre cerchi erano loro. La figura lontana ero io, ancora in fondo alla strada.
Non mi avevano disegnato separato.
Mi avevano disegnato mentre tornavo.
Ci sono distanze che gli adulti chiamano lavoro e che i bambini misurano aspettando.
E se avessi guardato quel disegno prima di distruggerlo, avrei forse riconosciuto la mia sagoma.
Avrei capito che, mentre io contavo le ore trascorse fuori casa, qualcuno contava gli ultimi minuti prima del mio rientro. Che la mia automobile, svoltando all’angolo, non riportava soltanto un uomo stanco.
Riportava il centro di un’attesa.
Avrei posato il dito accanto a quella figura. Avrei completato la strada. Forse avrei aggiunto una porta, un albero, il fumo sopra il camino.
Invece passai la manica una seconda volta.
La famiglia scomparve senza opporre resistenza.
Gli anni, dopo, fecero il resto.
Prima smisero di appoggiare il viso. Poi di correre quando sentivano il cancello. Infine impararono a riconoscere il rumore dell’auto senza interrompere ciò che stavano facendo.
Era giusto così.
Crescere significa anche non avere più bisogno di controllare dalla finestra se qualcuno stia tornando.
Io, però, continuavo a pulire il vetro.
Lo facevo per abitudine, anche quando le impronte erano diventate rare. Cercavo macchie che non esistevano più. Non mi accorgevo che la trasparenza tanto desiderata stava arrivando da sola.
E se avessi compreso che quello era il loro modo di mancarmi prima ancora che arrivassi, non avrei cancellato niente.
Avrei lasciato che la luce attraversasse quelle dita.
Avrei accettato il naso contro il vetro, il fiato, le figure storte. Avrei imparato a distinguere una mano dall’altra e, rientrando, avrei posato il mio palmo dall’altra parte, facendolo coincidere con il loro.
Ma allora vedevo soltanto qualcosa da pulire.
La verità l’ho scoperta una sera, molti anni dopo, quando domandai perché da piccoli sporcassero sempre quella finestra.
La risposta arrivò con naturalezza, quasi non ci fosse niente da spiegare.
— Era da lì che ti vedevamo tornare.
Sono rimasto davanti al vetro senza sapere dove mettere le mani.
Per tanto tempo avevo creduto che quelle fossero le impronte lasciate dai miei tre figli.
Erano le prove che, ogni giorno, qualcuno era stato felice di vedermi rientrare.

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