27 agosto 2026
Luna crescente
Stanotte la Luna sta crescendo.
Eppure, mentre la guardavo, mi sono accorto che c’è qualcosa che non ha mai fatto.
Non si è mai vista.
Non nel modo in cui la vediamo noi.
La Luna non può allontanarsi da se stessa, sedersi sulla Terra e alzare gli occhi.
Non conosce il proprio chiarore disteso sull’acqua.
Non sa come appare tra i rami di un albero.
Non ha mai visto un bambino indicarla.
Non conosce la propria bellezza dentro gli occhi di chi la guarda.
Può essere Luna per miliardi di anni
senza sapere cosa significhi vedere la Luna.
Questa idea mi è rimasta addosso.
Perché forse accade qualcosa di simile anche a noi.
Viviamo sempre dalla parte interna di ciò che siamo.
Conosciamo ogni esitazione.
Ogni errore.
Le frasi che avremmo voluto pronunciare diversamente.
I pensieri meno nobili.
Le paure che nascondiamo bene.
Sappiamo quanta fatica esiste dietro gesti che agli altri sembrano semplici.
E così ci giudichiamo disponendo di prove che nessun altro possiede.
Gli altri, invece, ci incontrano da fuori.
Vedono cose che noi non possiamo vedere.
Il modo in cui cambia il nostro volto quando parliamo di qualcuno che amiamo.
La premura con cui spostiamo un bicchiere perché non cada.
La voce che diventa più morbida con un bambino.
Il nostro modo di ascoltare.
Una risata.
La pazienza che non ricordiamo di avere avuto.
Un gesto compiuto anni fa che per noi era niente e che qualcuno, incredibilmente, conserva ancora.
Forse esiste una versione di noi che abita soltanto nella memoria degli altri.
E non ci sarà mai completamente accessibile.
Mi sembra bellissimo.
E terribile.
Perché significa che potremmo trascorrere una vita intera credendoci poco importanti per qualcuno senza conoscere il posto che abbiamo occupato dentro di lui.
Potremmo aver salvato una giornata senza saperlo.
Aver fatto sentire meno solo qualcuno.
Aver pronunciato una frase dimenticata cinque minuti dopo, mentre l’altro l’ha portata con sé per vent’anni.
La maggior parte di ciò che lasciamo nelle persone ci è invisibile.
Non riceviamo un resoconto.
Nessuno torna dopo molti anni con l’elenco completo delle conseguenze della nostra presenza.
E forse è meglio così.
Il bene perderebbe qualcosa se avesse sempre una ricevuta.
Ma c’è un’altra parte.
Più difficile.
Se non possiamo vederci completamente da soli, allora forse qualche volta dovremmo avere l’umiltà di credere agli occhi di chi ci ama.
Quando qualcuno dice:
Sei stato importante.
E noi rispondiamo:
Non ho fatto niente.
Quando ci dicono:
Sei bello.
E immediatamente cerchiamo il difetto.
Quando qualcuno ci ringrazia e noi riduciamo il gesto, quasi avessimo paura di occupare troppo spazio nella gratitudine altrui.
Forse non è sempre modestia.
A volte è l’incapacità di accettare che un altro possa conoscere una nostra bellezza che noi non abbiamo mai potuto osservare.
La Luna potrebbe fare lo stesso.
Potrebbe guardarci e dire:
Non sono niente di speciale.
Sono polvere.
Roccia.
Crateri.
Una superficie senza mari veri, senza alberi, senza una voce.
Avrebbe ragione.
E avrebbe torto.
Perché noi sappiamo qualcosa che lei non potrebbe sapere.
Sappiamo cosa accade quando compare sopra un tetto.
Quando il suo chiarore entra obliquo in una stanza.
Quando si spezza sull’Adriatico.
Quando qualcuno, dopo una giornata impossibile, esce sul balcone, la trova lì e per qualche ragione rimane qualche minuto in silenzio.
La bellezza non appartiene soltanto a ciò che una cosa è.
Appartiene anche a ciò che provoca quando incontra qualcuno.
Forse vale per noi.
Non siamo soltanto ciò che conosciamo di noi stessi.
Siamo anche ciò che accade negli altri quando passiamo.
Una serenità.
Un fastidio, qualche volta.
Una domanda.
Un desiderio.
Un ricordo.
Una ferita, purtroppo.
Una possibilità.
Siamo creature che lasciano impronte persino quando credono di camminare piano.
E questo non dovrebbe renderci vanitosi.
Dovrebbe renderci responsabili.
Perché se non sapremo mai fino a dove arriverà un nostro gesto, allora ogni gesto merita un poco più di cura.
Una parola detta con disprezzo potrebbe viaggiare molto più lontano di quanto immaginiamo.
Ma anche una gentilezza.
Anche quella può sopravviverci nella giornata di qualcuno.
Stanotte, allora, non chiederò alla Luna di mostrarmi qualcosa di me.
Per una volta vorrei fare il contrario.
Guardarla.
E pensare:
Tu non sai quanto sei bella da qui.
Poi vorrei ricordarmi che forse, da qualche parte, esiste qualcuno che potrebbe dire la stessa cosa di noi.
Qualcuno che conosce una nostra luce alla quale non abbiamo mai dato un nome.
Forse non dobbiamo necessariamente riuscire a vederla.
Qualche volta basta avere abbastanza fiducia da non spegnerla soltanto perché siamo gli unici a non riuscire a guardarla.
Se un giorno mi dirai
che hai visto qualcosa di bello in me,proverò a non contraddirti.
Non abbasserò gli occhi.
Non cercherò subito
la crepa capace di dimostrarti
che ti sei sbagliato.Forse dirò soltanto:
grazie.
E lascerò che quella parola
rimanga tra noi.Perché ho capito dalla Luna
che esistono bellezze
condannate a non potersi guardare.Hanno bisogno degli occhi di qualcuno.
E forse amare è anche questo:
prestare il proprio sguardo
a chi non riesce ancora a vedersi,finché un giorno avrà abbastanza fiducia
da credere che quella luce esisteanche senza potersi voltare a guardarla.

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