Sono già qui
Il tavolo non c’è più.
Al suo posto hanno messo una mensola stretta, fissata alla parete, con due sgabelli troppo alti per restarci a lungo. La finestra è la stessa, ma adesso porta il nome del locale scritto al contrario e una fila di piccole lampadine che si accendono prima che faccia buio.
Sono entrato per ripararmi dalla pioggia.
Non tornavo qui da anni.
Ho ordinato un caffè, poi mi sono voltato verso l’angolo nel quale ci incontravamo e ho impiegato qualche secondo a comprendere che non era stato spostato nulla.
Era semplicemente scomparso il posto in cui qualcuno mi aveva aspettato per metà della nostra vita.
Lui arrivava sempre prima.
Io sempre dopo.
Questa era la parte che raccontavamo ridendo.
— Prima o poi ti sorprenderò — gli dicevo.
— Non serve. Quando arrivi, io sono già qui.
Era diventata la nostra frase.
Non sapevo che, un giorno, sarebbe stata anche l’ultima.
E se avessi compreso che la puntualità non c’entrava, non avrei trasformato la sua attesa in una caratteristica del carattere.
Avrei guardato meglio il tavolo.
Due tazze, anche quando la mia era ancora vuota. Il giornale aperto senza essere letto. Il telefono capovolto perché non sembrasse che controllava continuamente l’ora. Il cappotto lasciato sulla sedia accanto, per impedire a qualcuno di occupare il mio posto.
Lui non arrivava in anticipo.
Preparava la mia presenza.
Io entravo scuotendo l’ombrello, cercando una giustificazione ancora prima di salutarlo.
Il traffico.
Una telefonata.
Una cosa da terminare.
Motivi veri, quasi sempre.
È questo che rende difficili da riconoscere certi errori: non nascono dalle bugie, ma da verità alle quali concediamo troppa importanza.
Lui sollevava una mano.
— Tranquillo.
Poi chiamava il cameriere e ordinava il mio caffè senza chiedermi cosa volessi. Conosceva la quantità di zucchero, il bicchiere d’acqua prima e non dopo, il modo in cui lasciavo raffreddare il primo sorso mentre parlavo.
Io conoscevo soltanto la sua pazienza.
Di alcune persone impariamo la disponibilità così bene da dimenticare di studiarne la solitudine.
Una sera arrivai con quasi un’ora di ritardo.
Lo trovai davanti a una tazza ormai vuota. Sul piattino erano rimaste due bustine di zucchero accartocciate e una linea sottile di caffè che il cucchiaino aveva trascinato verso il bordo.
— Potevi cominciare senza di me — dissi.
Mi riferivo alla cena.
Lui guardò per un momento la sedia vuota di fronte a sé.
— Avevo già cominciato.
Non compresi.
Mi tolsi il cappotto, raccontai la giornata e occupai tutto lo spazio che aveva protetto per me. Parlai di una discussione al lavoro, dei problemi in casa, di una decisione che non riuscivo a prendere.
Lui ascoltò senza interrompermi.
Ogni tanto sorrideva nel punto giusto.
Quando il cameriere portò il conto, mi accorsi che non mi aveva raccontato niente.
— Tu, invece?
Si strinse nelle spalle.
— Niente di nuovo.
Accettai quella risposta con la gratitudine distratta di chi ha ancora molte cose da dire.
E se gli avessi domandato che cosa avesse già cominciato senza di me, forse quella sera avrebbe aperto la bocca una seconda volta.
Forse mi avrebbe detto che da alcune settimane rientrava in un appartamento nel quale mancavano diversi oggetti. Che nell’armadio c’erano grucce vuote e in bagno uno spazzolino soltanto. Che aveva imparato a tenere la televisione accesa anche senza guardarla, perché il silenzio di una casa cambiava peso dopo essere appartenuto a due persone.
Io lo seppi mesi dopo.
Non da lui.
Qualcuno mi domandò come stesse affrontando la separazione e io ebbi bisogno di qualche secondo per capire di chi stesse parlando.
Quella sera lo chiamai.
— Perché non me l’hai detto?
Dall’altra parte ci fu una pausa lieve.
— Ho provato.
Risposi che non era possibile. Ci vedevamo quasi ogni settimana. Mi raccontava tutto.
Non disse che ero io a raccontargli tutto.
Mi risparmiò perfino quella verità.
— Non trovavo mai il momento — concluse.
Oggi so che il momento lo aveva trovato.
Ero io ad arrivarci sempre dopo.
Ci sono amici ai quali affidiamo ogni nostro peso e che, proprio per questo, finiamo per credere incapaci di cedere sotto il proprio.
Da allora cominciai a promettergli che sarei stato più presente.
Lo chiamavo mentre guidavo, tra un impegno e l’altro. Gli mandavo messaggi brevi: Come va?, Tutto bene?, Dobbiamo vederci.
Lui rispondeva quasi sempre:
Quando vuoi.
Quelle due parole mi rassicuravano. Mi facevano credere che il tempo fosse ancora aperto, disponibile, senza scadenza.
Non fissavo mai un giorno.
Oppure lo fissavo e poi lo spostavo.
— Facciamo giovedì?
— Va bene.
Il giovedì diventava venerdì. Il venerdì, la settimana successiva. Ogni rinvio era piccolo abbastanza da non sembrare un abbandono.
La nostra amicizia non finì.
Fu rimandata fino a non riuscire più a ricominciare nello stesso punto.
E se avessi saputo che anche le persone pazienti si stancano senza fare rumore, avrei smesso di ringraziarlo per la comprensione.
Gli avrei dato qualcosa da non dover comprendere.
Una porta che si apre all’ora promessa.
Una sedia occupata prima della sua.
Un’attesa risparmiata.
Invece continuai a presentarmi con il mio ritardo e la certezza di essere comunque accolto.
Lui non me lo fece mai pesare.
Forse fu questo il suo unico errore: rendere così lieve la mia assenza da permettermi di non sentirla.
L’ultima volta dovevamo incontrarci qui.
Ricordo la pioggia, simile a quella di oggi. Nel pomeriggio avevo guardato il cielo dalla finestra e pensato che sarebbe stato complicato attraversare la città. Avevo ancora alcune cose da finire.
Gli scrissi:
Farò un po’ tardi.
La risposta arrivò subito:
Fai con calma. Sono già qui.
Lessi il messaggio e appoggiai il telefono sul tavolo.
Continuai a lavorare.
Passarono venti minuti, poi quaranta. Quando guardai di nuovo l’ora, provai quella stanchezza che sa trovare argomenti convincenti contro tutto ciò che non è obbligatorio.
Lo chiamai.
— Non ce la faccio. Rimandiamo?
Per alcuni istanti sentii soltanto il brusio del locale. Una tazzina posata su un piattino, delle voci, forse la porta che si apriva.
— Certo — disse. — Non preoccuparti.
Non mi preoccupai.
Questa è la parte che oggi non riesco a perdonarmi.
Non il ritardo.
Non l’appuntamento cancellato.
La tranquillità con cui credetti che qualcuno sarebbe rimasto per sempre nello stesso angolo ad aspettare la versione migliore di me.
Pochi mesi dopo si trasferì in un’altra città.
Ci promettemmo che la distanza non avrebbe cambiato nulla. Per qualche tempo ci telefonammo. Poi le chiamate diventarono auguri, gli auguri semplici reazioni sotto fotografie di vite che non conoscevamo più.
Nessuno litigò.
Nessuno disse basta.
Ci perdemmo con educazione.
E se quella sera avessi chiuso il computer, sarei uscito sotto la pioggia.
Sarei arrivato bagnato, ancora una volta in ritardo, ma sarei arrivato.
Avrei aperto la porta e lo avrei visto al tavolo vicino alla finestra, con il cappotto sulla mia sedia e due caffè ormai freddi.
Non avrei cominciato a parlare.
Mi sarei seduto.
Gli avrei domandato come stava e avrei lasciato che il silenzio durasse abbastanza da rendere inutile la sua risposta abituale.
Forse non mi avrebbe raccontato nulla.
Forse avremmo parlato di calcio, di una canzone ascoltata in automobile, di qualcuno incontrato per strada. Non tutte le occasioni perdute contenevano una rivelazione.
Qualcuna chiedeva soltanto di esserci.
Ora sono seduto sulla mensola che ha preso il posto del nostro tavolo. Davanti a me c’è un solo caffè.
Ho cercato la vecchia conversazione nel telefono.
L’ultimo messaggio è ancora lì.
Fai con calma. Sono già qui.
Per anni ho creduto che significasse che non avevo bisogno di affrettarmi.
Soltanto oggi comprendo ciò che mi stava offrendo.
Lui non mi diceva dove si trovava.
Mi diceva che, nonostante tutti i miei ritardi, nella sua vita c’era ancora un posto nel quale aveva scelto di aspettarmi.
Io pensavo di avere davanti un’intera amicizia.
Avevo soltanto una sera.
E non arrivai.

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