Se

·

Quando puoi

Il mio numero è scritto ventisette volte.

Compare sul margine di un calendario, dietro una ricevuta della farmacia, nell’ultima pagina di un’agenda che non contiene appuntamenti. Sempre con la stessa grafia inclinata e una piccola linea sotto le ultime due cifre.

Non so perché continuasse ad annotarlo.

Lo conosceva a memoria.

Per anni mi ha chiamato senza cercarlo da nessuna parte, componendolo lentamente sul telefono di casa, un tasto alla volta.

Adesso quel telefono è ancora sul mobile dell’ingresso.

Non squilla quasi mai.

Questa sera ho sollevato la cornetta. Ho ascoltato il segnale libero e mi sono accorto che quel suono possiede qualcosa che non avevo mai sentito: sembra l’attesa di una voce che deve ancora decidere se arrivare.

L’ho rimessa al suo posto.

Accanto c’era l’agenda.

L’ho aperta soltanto per cercare un indirizzo.

Ho trovato me.

E se avessi compreso perché scriveva il mio numero anche se lo ricordava, forse avrei capito che alcune persone non annotano ciò che rischiano di dimenticare.

Annotano ciò che temono di perdere.

Le sue telefonate arrivavano quasi sempre all’ora sbagliata.

Mentre stavo uscendo.
Durante la cena.
Nel mezzo di qualcosa che, in quel momento, consideravo urgente.

Il telefono vibrava e il suo nome compariva sullo schermo.

Prima ancora di rispondere, guardavo l’orologio.

— Ciao, dimmi.

Cominciavo così.

Non con come stai. Non con il suo nome.

Dimmi.

Una parola breve, apparentemente innocua, che trasformava ogni chiamata in una richiesta da sbrigare.

Lui faceva una piccola pausa.

— Niente. Volevo sapere se avevi mangiato.

La domanda mi irritava più di quanto avrei ammesso.

Ero adulto. Avevo una casa, una famiglia, giornate piene di decisioni. Eppure lui continuava a chiedermi se avessi mangiato, se facesse freddo, se l’automobile fosse a posto.

Rispondevo in fretta.

— Sì, tutto bene.

Poi lasciavo qualche secondo di silenzio, aspettando che arrivasse il vero motivo della telefonata.

Non arrivava.

— Allora ti lascio — diceva.

— Va bene, ci sentiamo.

Ci sentiamo era la formula con cui rimandavo a entrambi la responsabilità di una prossima volta.

Ma la volta successiva chiamava sempre lui.

Ci sono domande che sembrano piccole soltanto perché non sappiamo riconoscere la grandezza di chi le usa per raggiungerci.

Un pomeriggio mi telefonò mentre ero fermo al semaforo.

Avevo il dispositivo collegato all’automobile e la sua voce riempì l’abitacolo con un’eco metallica.

— Disturbo?

— Sto guidando.

Non gli dissi di no.

Gli spiegai dove mi trovavo, quanta strada mi mancasse, il traffico che avevo davanti. Gli consegnai tutte le informazioni necessarie perché comprendesse da solo che non era il momento.

— Ti richiamo io — conclusi.

— Quando puoi.

Il semaforo diventò verde.

Partii.

Per alcuni minuti ricordai la promessa. Poi arrivai a destinazione, parcheggiai, entrai, parlai con altre persone. La giornata si richiuse sopra quella telefonata come l’acqua sopra qualcosa caduto sul fondo.

Non lo richiamai.

La sera vidi la chiamata nell’elenco e pensai che fosse ormai troppo tardi.

Il giorno dopo mi sembrò troppo presto.

Infine non ci pensai più.

E se avessi saputo che “quando puoi” significava “io resterò qui finché avrai tempo”, avrei accostato.

Avrei spento il motore e lasciato che le automobili continuassero senza di me.

Forse non aveva nulla da raccontare.

Forse mi avrebbe parlato del rubinetto che perdeva, di un vicino incontrato sulle scale, del prezzo delle pesche. Per anni ho creduto che una conversazione dovesse contenere qualcosa per meritare il tempo che occupava.

Non avevo ancora capito che, a volte, il contenuto di una telefonata è la telefonata stessa.

Lui non cercava una risposta.

Cercava la durata della mia voce.

Le chiamate, dopo, cominciarono ad accorciarsi.

All’inizio duravano cinque minuti. Poi tre. Alcune non raggiungevano il minuto.

Aveva imparato a prepararsi.

— Tutto bene?

— Sì.

— Avete mangiato?

— Sì.

— I ragazzi?

— Bene.

— Va bene, allora non ti trattengo.

Parlava senza lasciare spazio tra una domanda e l’altra, come se avesse paura che, entrando in una pausa, io potessi trovare il modo di congedarmi.

Io scambiavo quella rapidità per mancanza di argomenti.

Non vedevo l’allenamento necessario a diventare così breve nella vita di qualcuno.

E se avessi ascoltato ciò che eliminava, avrei sentito tutte le frasi rimaste fuori.

La stanchezza.
Le giornate che si somigliavano.
La casa troppo silenziosa dopo una certa ora.
Il bisogno di sapere che, da qualche parte, continuavo a essere suo figlio anche se non avevo più bisogno di lui.

Invece ero orgoglioso della nostra semplicità.

Dicevo che tra noi non servivano grandi discorsi.

Era vero.

Ne sarebbe bastato uno.

Una domenica non chiamò.

Me ne accorsi soltanto la sera, quando presi il telefono per impostare la sveglia. Pensai che fosse occupato. Il giorno seguente non chiamò ancora.

Dopo una settimana fui io a cercarlo.

Rispose quasi subito.

— È successo qualcosa? — domandò.

La domanda mi sorprese.

— No. Perché?

— Di solito chiami quando succede qualcosa.

Avrei potuto accorgermene allora.

Avrei potuto sentire la distanza esatta che avevo costruito: lui mi cercava per sapere se avessi mangiato; io cercavo lui soltanto quando avevo un problema.

Ma risi.

Gli dissi che volevo semplicemente salutarlo.

Sembrò felice. Così felice da mettermi a disagio.

Parlammo per undici minuti.

Ricordo la durata perché, terminata la chiamata, la vidi sullo schermo e pensai che fosse stata lunga.

Undici minuti.

Lui aveva attraversato un’intera settimana aspettandoli.

Misuriamo il tempo che concediamo agli altri. Quasi mai quello che trascorrono sperando di riceverlo.

Poi smise quasi completamente di telefonare.

Non accadde in un giorno preciso. Nessun silenzio improvviso, nessuna decisione dichiarata.

Le chiamate si diradarono con la discrezione delle cose che hanno compreso di essere di troppo.

Quando glielo feci notare, rispose:

— Hai sempre tanto da fare.

Non c’era rimprovero nella sua voce.

Soltanto una frase imparata ascoltandomi.

Ero stato io a insegnargli che la mia vita possedeva molte cose più urgenti del suo desiderio di entrarci per qualche minuto.

E se avessi capito che non aveva smesso di averne bisogno, ma soltanto di chiedermelo, sarei diventato io quella chiamata.

Avrei scelto un’ora qualsiasi.

Ogni sera, ogni domenica, ogni volta che il mondo mi lasciava un piccolo spazio e perfino quando non me lo lasciava.

Gli avrei domandato se avesse mangiato.

Non per sapere la risposta.

Per restituirgli la cura nella sola lingua che mi aveva insegnato.

Questa sera, sfogliando l’agenda, ho trovato accanto al mio numero alcune annotazioni.

Lunedì: finisce tardi.
Mercoledì: accompagna i ragazzi.
Venerdì: lavora da casa.

Più avanti, una frase:

Chiamare dopo le otto, se non disturbo.

Sono rimasto seduto con l’agenda sulle ginocchia.

Io avevo sempre creduto che telefonasse senza considerare i miei impegni. Che scegliesse momenti casuali, quasi scomodi.

Invece studiava la mia vita per trovare un punto nel quale poter entrare senza pesare.

Conosceva i miei orari meglio di quanto io conoscessi le sue giornate.

Sotto l’ultima annotazione c’era scritto:

Aspettare che chiami lui.

Nessuna data.

Ho guardato il telefono sull’ingresso.

La cornetta immobile.
Il filo arrotolato.
Il mio numero ripetuto sui fogli, come se scriverlo molte volte potesse avvicinarmi.

Per anni, ogni volta che lo schermo mostrava il suo nome, avevo pensato:

Che cosa vorrà?

Ora conosco la risposta.

Niente.

Non voleva niente.

Voleva me.

E io continuavo a rispondergli:

— Dimmi.

2 risposte a “Se”

  1. Manca un dettaglio: perché ventisette?

    1. Sei straordinariamente attenta…era la domanda che nessuno avrebbe fatto…eccetto tu. Unica Rita…proverò a dirti cos’è…Il 27 non è lì per caso, ma non è nemmeno un enigma da risolvere. In SE i numeri, come certi dettagli, servono a dare un punto preciso a qualcosa che preciso non è: il rimpianto.

      Il 27 è semplicemente quel momento in cui avresti potuto fare una cosa e non l’hai fatta. Avresti potuto parlare, restare, tornare, chiedere scusa, abbracciare qualcuno, scegliere diversamente. Poi arriva il 28 e quella possibilità appartiene già a ieri.

      È questo il cuore di SE… non raccontare ciò che abbiamo perso, ma quell’istante esatto in cui era ancora possibile non perderlo.

      Perché tutti, nella vita, abbiamo avuto un 27. Solo che quasi sempre scopriamo quale fosse quando è già diventato 28.

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