Stregato dalla Luna

·

Stanotte non voglio chiederti niente.

E forse è già strano così.

Perché quando si guarda qualcosa tanto lontano viene quasi naturale affidargli un desiderio.

Io no.

Non stanotte.

Stanotte voglio soltanto rimanere qui.

A guardarti.

Piano.

Come si guardano certe persone quando non sanno di essere osservate.

Quando non stanno cercando di essere belle.

E lo diventano terribilmente.

Tu sei lì.

Quasi immobile.

Io sono qui.

E in mezzo c’è una distanza che non saprei nemmeno pronunciare senza rovinarla.

Perciò non la misuro.

Ci sono lontananze che diventano più piccole se smettiamo di contarle.

C’è una nuvola sottile che ti attraversa.

Per un momento non scompari.

Ti fai soltanto meno nitida.

Resto a guardare proprio quella parte.

Quella che non vedo bene.

È assurdo.

Un istante prima avevo davanti tutta la Luna.

È bastato perderne un frammento perché i miei occhi cominciassero a cercarlo.

Chissà perché facciamo così.

Forse certe mancanze cominciano molto prima delle assenze.

Cominciano quando qualcosa è ancora lì…

ma noi abbiamo già smesso di guardarlo abbastanza.

E questa cosa mi fa paura.

Una paura quieta.

Di quelle che non fanno rumore.

Perché improvvisamente penso a quante volte potrei essere passato accanto alla felicità chiamandola semplicemente giornata.

A quante persone ho guardato senza accorgermi che un giorno avrei ricordato proprio quel volto.

Quella voce.

Quel modo insignificante di dire il mio nome.

La nuvola passa.

Eccoti.

Non eri andata da nessuna parte.

Eppure provo quasi sollievo.

Sorrido.

Che creature strane siamo.

Abbiamo bisogno del ritorno persino di ciò che non ci aveva lasciati.

Stanotte sei bellissima.

Lo dico sottovoce perché mi vergogno quasi della banalità.

Dire alla Luna che è bella.

Avrai ascoltato questa frase milioni di volte.

Prima di me.

Molto prima.

Da finestre che adesso non esistono più.

Da uomini di cui nessuno ricorda il volto.

Da donne che aspettavano qualcuno.

Da ragazzi convinti che quell’amore sarebbe durato per sempre.

Da qualcuno che quella sera aveva appena baciato la persona che avrebbe amato per tutta la vita…

senza poterlo ancora sapere.

E forse anche da qualcuno che stava guardando per l’ultima volta una persona amata…

senza sapere neppure quello.

È questa inconsapevolezza che mi disarma.

Noi non sappiamo mai quando qualcosa diventa importante.

Lo scopriamo dopo.

Quasi sempre dopo.

Quando ormai possiede un altro nome.

Ricordo.

Nostalgia.

Mancanza.

E tu eri lì.

Anche allora.

Questo pensiero mi attraversa in un modo strano.

Perché improvvisamente non ti vedo più soltanto sopra di me.

Ti immagino sopra tutte le cose che sono stato.

Sopra le sere che ho dimenticato.

Sopra quelle che non riuscirò mai a dimenticare.

Sopra certi abbracci.

Sopra alcune porte chiuse.

Sopra i ritorni.

Sopra qualcuno che rideva mentre io non sapevo ancora quanto mi sarebbe mancato quel suono.

Tu c’eri.

Io non ti guardavo.

Ma tu c’eri.

Forse è questo.

Stregato dalla Luna.

L’ho pensato tante volte.

Ma stanotte quelle parole hanno un suono diverso.

Stregato.

È una parola bellissima.

Perché non contiene una decisione.

Nessuno sceglie un incantesimo.

Succede.

Ti raggiunge.

Ti prende in un punto nel quale non avevi messo difese.

E quando provi a capire cosa sia accaduto…

sei già cambiato di qualche millimetro.

Abbastanza.

Sono stregato dalla Luna perché tu non mi porti altrove.

Fai qualcosa di molto più pericoloso.

Mi riporti dentro.

Ti guardo…

e vengono fuori cose che durante il giorno stanno zitte.

Forse perché il giorno pretende troppo.

Bisogna rispondere.

Decidere.

Arrivare.

Partire.

Ricordarsi.

Fare.

Essere qualcuno.

La notte no.

La notte qualche volta concede il privilegio di non dover essere niente.

E allora resto qui.

Davanti a te.

Senza dover convincere nessuno.

Senza avere ragione.

Senza essere forte.

Forte.

Che parola stanca.

Quante volte ce la siamo cucita addosso quando avremmo soltanto voluto che qualcuno ci permettesse di toglierla.

Io per primo.

Ci sono stati momenti in cui non avrei avuto bisogno di una soluzione.

Nemmeno di una risposta.

Avrei avuto bisogno di due braccia.

E di pochissime parole.

Forse nessuna.

Qualcuno che capisse che certe volte stringere una persona non significa consolarla.

Significa semplicemente impedirle di cadere troppo lontano da sé.

Tu fai qualcosa di simile.

Non mi tocchi.

Non puoi.

Eppure mi tieni qui.

Hai una luce strana stasera.

Non illumini davvero.

Sfiori.

È diverso.

Il bordo dei tetti prende appena qualcosa di te.

Gli alberi restano quasi neri.

Persino il cielo sembra aver abbassato la voce.

E mentre ti guardo penso che forse avrei voluto saper amare così.

Sfiorando.

Senza entrare ovunque.

Senza quella presunzione assurda che abbiamo qualche volta di dover guarire chi amiamo.

Come se amare ci concedesse il diritto di aggiustare.

No.

Forse avrei dovuto imparare prima a sedermi accanto.

Soltanto questo.

Restare.

Lasciare che il dolore dell’altro conservasse persino il diritto di non spiegarsi.

E fargli sentire comunque una presenza.

Un calore vicino.

Qualcosa che dicesse senza pronunciarlo:

se devi attraversarlo…

non attraversarlo da solo.

Ecco.

È successo di nuovo.

Ti stavo guardando e sono finito altrove.

O forse più dentro.

Non so.

Con te succede sempre.

Parto dalla luce e arrivo alle persone.

Parto dal cielo e finisco nelle stanze.

Parto da qualcosa di eterno e penso immediatamente a quanto siamo fragili.

Forse è questo il tuo modo di stregarmi.

Per anni ho creduto che diventare adulti significasse imparare anche ad amare.

Sorrido mentre lo penso.

Che ingenuità.

Impariamo moltissimo.

A nascondere una delusione.

A non richiamare.

A cancellare un messaggio prima di inviarlo.

A dire “non importa” quando importa da morire.

A uscire da una stanza senza voltarci.

A sembrare perfettamente interi mentre qualcosa dentro ha appena cambiato posto.

Diventiamo bravissimi.

Davvero bravissimi.

Poi arriva qualcuno.

Uno soltanto.

Ci guarda nel modo sbagliato…

o forse nel modo giusto.

E tutta quella meravigliosa architettura viene giù.

Torniamo principianti.

Aspettiamo un messaggio.

Riconosciamo una distanza dentro una sillaba.

Ci accorgiamo che un “buonanotte” non è uguale a quello della sera prima.

Vorremmo non farci caso.

Ce ne accorgiamo lo stesso.

Perché quando qualcuno entra davvero dentro di noi acquista un potere terribile.

Può cambiare la temperatura di una giornata con una parola.

Eppure continuiamo.

Continuiamo ad amare.

Questa è la cosa che mi commuove.

Non siamo coraggiosi perché non abbiamo paura di perdere.

Siamo qualcosa di molto più fragile.

Sappiamo che potremmo perdere…

e avviciniamo ugualmente le mani.

Una nuvola torna davanti a te.

Più scura.

Questa volta ti prende quasi tutta.

Rimane soltanto un lembo di luce.

Aspetto.

Non so perché continuo a guardare proprio lì.

So che tornerai.

Eppure aspetto.

Forse perché amare qualcuno è anche questo.

Conoscere la precarietà di ogni cosa…

e comportarsi, per qualche istante meraviglioso, come se non esistesse.

Baciare sapendo che le labbra prima o poi si separano.

Stringere sapendo che ogni abbraccio contiene già il momento in cui le braccia dovranno aprirsi.

Dire “a domani” senza avere alcun contratto con il domani.

Addormentarsi accanto a qualcuno affidandogli la parte più indifesa di noi.

Quanto siamo belli quando dimentichiamo di proteggerci.

Io non sono mai stato capace di amare poco.

Forse è un difetto.

Forse no.

A questo punto non mi interessa nemmeno più stabilirlo.

So soltanto che preferisco arrivare alla fine con qualcosa dentro consumato dall’uso…

piuttosto che perfettamente intatto perché non l’ho mai consegnato a nessuno.

Voglio che il cuore abbia graffi.

Nomi.

Stanze.

Odori.

Voci.

Voglio che qualche canzone mi costringa ancora a fermarmi.

Che un luogo possa farmi male.

Che esista un profumo capace di riportarmi indietro senza chiedermi il permesso.

Voglio che qualcuno abbia lasciato dentro di me abbastanza di sé da non riuscire ad andarsene completamente nemmeno andando via.

Eccoti.

La nuvola si apre.

Prima lentamente.

Poi tutta.

E sei di nuovo lì.

Intera.

Dio, quanto è facile capire certe cose guardandole da lontano.

È quando le abbiamo accanto che diventiamo ciechi.

Forse per questo continui a riportarmi alle cose piccole.

Una luce lasciata accesa.

Qualcuno che dorme nella stanza accanto.

Una risata proveniente da un’altra camera.

Due piedi che nel sonno si cercano sotto le coperte.

Una mano che si posa sulla mia senza sapere di aver appena fermato il mondo.

Un messaggio:

sei arrivato?

Due parole.

Niente poesia.

Eppure dentro c’è qualcuno che, in mezzo alla propria giornata, ha avuto bisogno di sapere che io fossi ancora al sicuro nel mondo.

Come si fa a chiamarla normalità?

Una porta che riconosco dal rumore.

Un passo che distinguerei fra cento.

Qualcuno che pronuncia il mio nome dalla stanza accanto.

Una presenza talmente abituale da diventare quasi invisibile.

Ed è qui che qualcosa mi stringe.

Perché penso che forse le cose più preziose della nostra vita diventano invisibili proprio quando sono più vicine.

Ci abituiamo.

Che parola crudele.

Abituarsi.

Come se la permanenza fosse una garanzia.

Come se ciò che oggi posso toccare avesse firmato un accordo con l’eternità.

Tu devi averne viste miliardi.

Persone dentro giornate che credevano insignificanti.

Una madre che sistema qualcosa sul tavolo.

Un bambino addormentato sul divano.

Due innamorati che litigano per niente.

Qualcuno che prepara il caffè.

Una mano che chiude una porta.

Un uomo che esce dicendo:

a dopo.

A dopo.

Due parole pronunciate senza pensarci.

Forse le parole più fiduciose che abbiamo inventato.

Perché ogni volta che diciamo a dopo stiamo facendo una promessa al tempo.

E il tempo non ci ha mai promesso niente.

Questa mi fa male, Luna.

Lasciamela qui un momento.

A dopo.

Quante volte l’avrò detto.

Quante volte qualcuno l’avrà detto a me.

Senza fermarsi.

Senza guardare meglio.

Senza sapere che qualche volta esiste un ultimo “a dopo” che non avrà nessun dopo.

Forse avresti voluto gridarcelo.

Da lassù.

Ma tu non gridi.

Tu fai luce.

Ed è molto più elegante.

Forse avresti voluto dirci:

guardalo.

Adesso.

Non quando ti mancherà.

Adesso.

Guardalo mentre sbaglia.

Mentre ride.

Mentre lascia qualcosa fuori posto.

Mentre ti interrompe.

Mentre dorme.

Mentre ti esaspera.

Guardalo mentre è ancora abbastanza vicino da poter essere guardato.

Perché un giorno potresti ricordare persino ciò che oggi ti infastidisce…

con una tenerezza capace di spezzarti.

Adesso sei completamente libera dalle nuvole.

Ti guardo.

E credo di aver capito perché sono stregato dalla Luna.

No.

“Capito” non è la parola giusta.

Le cose che riguardano te non voglio capirle.

Le rovinerei.

Le sento.

Questo sì.

Sono stregato perché davanti a te il rumore perde autorità.

Le urgenze diventano piccole.

Le difese inutili.

E tutto ciò che durante il giorno considero insignificante…

qui sotto acquista improvvisamente un peso enorme.

Tu non mi fai desiderare il cielo.

Mi fai desiderare di tornare dentro casa.

È questa la cosa assurda.

Guardarti…

e avere voglia di tornare dalle persone.

Guardarle meglio.

Ascoltare fino alla fine una frase che magari ho già sentito cento volte.

Non rimandare una carezza.

Lasciare il telefono da qualche parte.

Restare.

Magari soltanto cinque minuti in più.

Perché cinque minuti sembrano niente soltanto quando crediamo di averne infiniti.

Stanotte sei bellissima, Luna.

Ma forse non sei tu.

Forse è quello che succede a me mentre ti guardo.

Mi fai diventare più permeabile.

Più esposto.

Quasi indifeso.

E stranamente non mi dispiace.

Resta così.

Non fare niente.

Continua soltanto a essere lontana.

Lascia che sia io ad avvicinarmi.

C’è una cosa che non avevo mai avuto il coraggio di pensare in questo modo.

Io non voglio una vita dalla quale uscire intatto.

No.

Non la voglio.

Voglio che abbia lasciato segni.

Voglio essermi consumato un poco per qualcuno.

Voglio avere amato abbastanza da conoscere la paura.

Voglio aver stretto qualcosa tanto forte da sentire il vuoto quando non ci sarà.

Voglio ricordi che sappiano ancora ferirmi.

Perché significherà che prima di diventare ricordi…

sono stati presenza.

Pelle.

Voce.

Calore.

Vita.

E se un giorno guardandoti mi farà male ricordare qualcuno…

non consolarmi.

Non ne avrò bisogno.

Fammi soltanto ricordare questa notte.

Ricordami che avevo scelto io.

Che lo sapevo.

Che amare significava anche questo.

Lasciare aperta una porta sapendo che da quella stessa porta, un giorno, avrebbe potuto entrare il dolore.

E aprirla comunque.

Perché mentre quella persona c’era…

mentre quella voce poteva ancora chiamarmi…

mentre quelle mani potevano ancora cercare le mie…

mentre credevo di stare vivendo uno dei tanti giorni della mia vita…

io non stavo vivendo un giorno qualunque.

Ero dentro qualcosa che un giorno avrei chiamato per nome soltanto quando non l’avrei avuto più.

Tu questo lo sapevi già.

Io no.

Forse è per questo che continuo a guardarti.

Forse è per questo che sono stregato dalla Luna.

Perché tu non mi insegni a vivere.

Sarebbe troppo semplice.

Mi fai soltanto vedere…

lentamente…

quasi senza che me ne accorga…

quanto di ciò che amo è già qui.

E allora non andare via ancora.

Resta.

Solo un poco.

Ho ancora qualcuno da guardare meglio.

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