XIII
PRIMA DELLA PRIMA STRADA
Varen di notte aveva meno cose da nascondere.
O forse soltanto meno persone disposte a guardarle.
Elias camminava davanti.
La vecchia mappa piegata nella tasca interna del cappotto gli batteva contro il petto a ogni passo.
Mara gli stava accanto.
Loren e Iris qualche metro dietro.
Miriam era rimasta a casa.
Non perché Elias glielo avesse chiesto.
Era stata lei a fermarsi sulla porta.
— Vai.
Una parola soltanto.
Poi gli aveva sistemato il colletto del cappotto.
Lo stesso gesto che Elias ricordava da bambino.
Quello sì.
Un ricordo vero.
O almeno aveva deciso di chiamarlo così.
Prima che uscisse, Miriam gli aveva preso il viso tra le mani.
— Qualunque cosa scoprirai, non permetterle di dirti chi sei.
Elias aveva sorriso appena.
— Chi?
Miriam aveva guardato oltre la sua spalla.
Varen.
— Questa città.
Il municipio occupava il lato settentrionale di Piazza Roven.
Alle ventitré e quarantasette era chiuso.
Mara guardò Elias.
— Immagino tu abbia un piano.
Lui estrasse il tesserino.
— Questo.
— È un tesserino comunale.
— Esatto.
— La porta è chiusa.
Elias lo rimise in tasca.
— Il piano aveva un difetto.
Iris si avvicinò all’ingresso.
— Potremmo rompere un vetro.
Loren la guardò.
— No.
— Era un’idea.
— Hai diciassette anni.
— E quindi?
— Quindi non rompi finestre municipali.
Mara indicò Elias.
— Lui a diciassette anni era già morto da quarant’anni.
Elias si voltò.
— Tecnicamente non ero morto.
— Scusa. Scomparso dalla continuità temporale.
— Molto meglio.
Iris rise.
Loren no.
Ma Elias vide l’angolo della sua bocca muoversi.
Era strano quanto rapidamente l’assurdo potesse fare spazio alle cose normali.
Un padre che rimproverava una figlia.
Una battuta.
Quattro persone davanti a una porta chiusa.
Forse l’essere umano era costruito proprio così.
Capace di abituarsi persino all’impossibile, purché ogni tanto qualcuno gli concedesse di ridere.
Poi Iris smise.
Guardava oltre il vetro.
— C’è qualcuno dentro.
Una luce si accese nell’atrio.
Debole.
Gialla.
Una sagoma attraversò il corridoio.
Elias bussò.
Nessuna risposta.
Bussò ancora.
La sagoma si fermò.
Poi venne verso di loro.
Quando il volto comparve dietro il vetro, Mara fece un piccolo passo indietro.
— Sofia.
La donna dell’anagrafe li guardò.
Aprì.
— Siete in ritardo.
Elias rimase sulla soglia.
— Per cosa?
Sofia Renner si voltò.
— Entrate.
Mara non si mosse.
— Lei lavora di notte?
— No.
— Allora perché è qui?
Sofia guardò Elias.
— Perché lui sarebbe venuto.
Silenzio.
Mara sospirò.
— Naturalmente.
L’atrio era illuminato soltanto dalle lampade d’emergenza.
Sofia camminava davanti.
Non indossava il completo ordinato dell’anagrafe.
Jeans.
Maglione grigio.
Scarpe da ginnastica.
Sembrava più giovane.
E anche più stanca.
— Da quanto sa?
Elias non perse tempo.
Sofia continuò a camminare.
— Dipende.
— Non dica anche lei “dipende”.
La donna si fermò.
— Da quanto tempo so che esistono documenti che non dovrebbero esistere? Diciassette anni.
Riprese a camminare.
— Da quanto so di lei? Tre giorni.
Elias la seguì.
— Quando sono venuto per il registro.
— No.
Sofia aprì una porta.
— Il giorno prima.
Elias si fermò.
— Non ero mai stato qui il giorno prima.
Sofia lo guardò.
— Lo so.
La stanza conteneva scaffali metallici.
Registri.
Faldoni.
Una macchina per microfilm.
Un vecchio computer.
Sofia aprì un cassetto.
Estrasse una busta.
La mise davanti a Elias.
Sul fronte c’era scritto:
PER ELIAS VENN
Mara si avvicinò.
— Grafia?
Elias scosse la testa.
— Non la conosco.
Sofia si sedette.
— Martedì mattina ho trovato questa sulla mia scrivania.
— Chi l’ha lasciata?
— Nessuno.
— Telecamere?
— Ho controllato.
— E?
— Alle 4:16 la busta non c’è.
Sofia indicò il tavolo.
— Alle 4:17 sì.
Iris aggrottò la fronte.
— Nessuno entra?
— Nessuno.
Loren guardò Elias.
— Aprila.
Elias infilò un dito sotto il lembo.
Dentro c’era un foglio.
Una sola frase.
QUANDO TROVERÀ L’ORIGINE, NON MISURI IL VUOTO.
Mara lesse due volte.
— Questa città ha una vera ossessione per le istruzioni date troppo tardi.
Elias girò il foglio.
Niente.
Poi vide l’angolo inferiore.
Tre linee curve dentro un cerchio.
Varga.
— Dove si trova il punto?
Sofia non chiese quale.
— Sotto di noi.
Elias la fissò.
— Il quadrato sulla mappa.
— Sì.
— Sotto il municipio?
— Sì.
Iris aprì la vecchia carta.
La stese.
Il punto ORIGINE coincideva perfettamente con il centro dell’edificio.
Mara guardò il pavimento.
— Cosa c’è sotto?
Sofia sorrise appena.
— Ufficialmente?
— Comincio a odiare gli avverbi.
— Fondazioni.
— E non ufficialmente?
Sofia prese un mazzo di chiavi.
— Una porta che nessuna planimetria riporta.
Elias la guardò.
— Da quanto?
— Dal 1931.
Ada.
La data tornava sempre.
Come se Varen avesse un solo giorno incapace di finire.
Scesero.
Primo piano interrato.
Archivio.
Secondo.
Deposito.
Poi una scala di servizio che Elias non aveva mai visto sulle planimetrie comunali.
Contò i gradini.
Ventidue.
Alla fine c’era un corridoio.
Le pareti non erano intonacate.
Pietra.
Vecchia.
Molto più vecchia del municipio.
Iris passò una mano vicino al muro senza toccarlo.
— Questo non è del 1931.
Sofia annuì.
— No.
— Quanto è vecchio?
— Non lo sappiamo.
Loren guardò la muratura.
— Il municipio quando è stato costruito?
— 1894.
Mara illuminò con il telefono una porzione di parete.
— Questa è precedente.
Elias la guardò.
— Quanto?
Mara indicò le pietre.
— Non sono un’archeologa.
— Peccato.
— Aggiungilo alla lista delle mie mancanze.
Camminarono ancora.
Poi il corridoio terminò.
Davanti a loro c’era una porta.
Non legno.
Non ferro.
Pietra.
Nessuna maniglia.
Solo una piccola incisione.
Elias avvicinò la luce.
Una linea orizzontale.
Sotto, un numero.
0
Iris aprì la mappa.
— Zero metri.
Elias pensò alla fotografia di Loren.
Alla distanza.
Alla sovrapposizione.
Mara lesse la frase della busta.
— “Non misuri il vuoto.”
Elias guardò la porta.
— Non ne avevo intenzione.
Mara lo fissò.
— Stai mentendo.
— Sì.
Sofia si avvicinò alla parete.
— Non abbiamo mai trovato il modo di aprirla.
— Avete provato?
— Tutto.
— Esplosivi?
Sofia guardò Iris.
— No.
La ragazza alzò le mani.
— Chiedevo.
Loren chiuse gli occhi.
— Diciassette anni.
— Papà.
— Diciassette.
Elias sorrise.
Poi appoggiò il palmo sulla pietra.
La porta si aprì.
Nessuno ebbe il tempo di reagire.
Non scivolò.
Non ruotò.
Un istante era lì.
Quello dopo no.
Davanti a loro c’era una stanza.
Vuota.
Completamente.
Niente scaffali.
Niente mobili.
Nessuna finestra.
Una stanza quadrata.
Pareti bianche.
Pavimento bianco.
Soffitto bianco.
Mara guardò Elias.
— Non farlo.
— Cosa?
— Lo so cosa stai pensando.
— Non sto pensando niente.
— Stai già calcolando.
Elias guardò gli angoli.
— Quattro per quattro.
Mara chiuse gli occhi.
— Sei patologico.
Sofia rimase sulla soglia.
— Non entrate.
Elias si voltò.
— Perché?
— Perché non sappiamo cos’è.
Iris indicò il pavimento.
— C’è qualcosa.
Al centro della stanza.
Una piccola macchia scura.
Elias avanzò.
— Elias.
Mara.
Lui si fermò.
Guardò il foglio.
NON MISURI IL VUOTO.
Poi entrò.
— Naturalmente — disse Mara.
La macchia era un foro.
Perfettamente circolare.
Non più largo di una moneta.
Elias si inginocchiò.
Buio.
Nessun fondo visibile.
Loren entrò dietro di lui.
— Non metterci un dito.
Elias lo guardò.
— Non ho cinque anni.
— A cinque anni mangiavi colla.
— Avevo sei anni.
Iris entrò.
— Questo particolare di famiglia mi piace moltissimo.
— Tu resta fuori — disse Loren.
— Troppo tardi.
Mara entrò per ultima.
— Siamo una squadra estremamente disciplinata.
Sofia rimase sulla soglia.
Elias avvicinò l’orecchio al foro.
— Sento qualcosa.
Tutti tacquero.
Un rumore.
Debole.
Regolare.
Toc.
Pausa.
Toc.
Pausa.
Toc.
Mara si inginocchiò.
— Acqua?
— No.
Loren ascoltò.
— Sembra…
Si fermò.
Iris lo guardò.
— Cosa?
Loren impallidì.
— Un orologio.
Elias tirò fuori il telefono.
Cronometro.
Misurò l’intervallo.
Uno.
Due.
Tre.
Ogni colpo arrivava esattamente ogni sessanta secondi.
— Un minuto.
Mara guardò l’ora.
00:13.
Aspettarono.
00:14.
Toc.
00:15.
Toc.
Iris si sedette sul pavimento.
— Sta contando il tempo.
Elias scosse la testa.
— No.
— Cosa?
— Gli orologi contano il tempo.
Indicò il foro.
— Questo sembra controllare che ci sia.
Nessuno rise.
Sofia finalmente entrò.
Aveva in mano un registro.
— C’è una cosa che dovreste vedere.
Lo aprì.
Pagine ingiallite.
La prima registrazione risaliva al 1894.
Scavo fondazioni — rinvenuta cavità centrale.
Poi:
Profondità non determinabile.
Poi una frase.
Ogni tentativo di misurazione restituisce zero.
Elias alzò gli occhi.
— Zero?
— Qualunque strumento.
Sofia voltò pagina.
Corda.
Zero.
Asta.
Zero.
Misuratore ottico.
Zero.
Eppure il foro continuava.
— Ecco l’avvertimento — disse Mara.
— Non misurare il vuoto.
Elias prese il registro.
L’ultima annotazione era del 17 novembre 1931.
Una sola riga.
Scritta a mano.
ALLE 16:12 IL VUOTO HA MISURATO NOI.
Silenzio.
Ada aveva detto:
Alle 16:12 sparì la prima casa.
Elias sentì la pelle irrigidirsi.
— È cominciato qui.
Sofia annuì.
— È quello che penso.
— Chi ha scritto questa frase?
Sofia girò la pagina.
Una firma.
Elias la riconobbe.
Non perché l’avesse mai vista.
Perché era la stessa grafia infantile che aveva scritto il suo nome sulla mappa del 1931.
Elias.
Mara gli tolse lentamente il registro dalle mani.
— Avevi nove anni.
— Lo so.
— Come sei arrivato qui?
— Non lo so.
— E perché un bambino avrebbe scritto in un registro comunale?
Elias guardò il foro.
— Perché ero già stato qui.
Il ricordo arrivò.
Una candela.
Una mano piccola.
Ada.
Armand.
Quattro bambini.
No.
Tre.
E qualcuno dietro.
Elias chiuse gli occhi.
La stanza non era bianca.
Era pietra.
Il foro al centro.
Ada piangeva.
Armand teneva una corda.
Elias diceva:
Non calarla.
Troppo tardi.
La corda scende.
Un metro.
Due.
Tre.
Poi si tende.
Armand la tira fuori.
La corda non c’è più.
Tiene soltanto l’estremità.
Tagliata?
No.
Terminava.
Come se fosse sempre stata lunga dieci centimetri.
Poi una voce dal foro.
Non quella della figura.
Una voce umana.
Elias.
Lui bambino si avvicina.
Ada lo trattiene.
La voce ripete.
Elias.
Il ricordo si spezzò.
— Mi chiamava.
Mara gli prese il polso.
— Chi?
Elias aprì gli occhi.
— Qualcuno dentro.
Iris guardò il foro.
— Chi?
— Non lo so.
Poi arrivò il colpo.
Toc.
00:16.
Elias si irrigidì.
Perché subito dopo il rumore una voce salì dal foro.
Debole.
Lontanissima.
— Elias.
Nessuno respirò.
Mara si alzò.
— Fuori.
Elias rimase fermo.
La voce tornò.
— Elias.
Loren lo afferrò.
— Andiamo.
— Aspetta.
— No.
— La conosco.
Loren si fermò.
— Di chi è?
Elias guardò il buio.
La voce arrivò una terza volta.
Questa volta più vicina.
— Elias.
Lui impallidì.
— È Ada.
Iris si inginocchiò.
— Ada!
Nessuna risposta.
Elias avvicinò il volto.
— Ada!
Silenzio.
Poi:
— Non…
La voce si spezzò.
— Ada!
— …scrivete…
Elias guardò Mara.
— Cosa?
Dal foro arrivò un respiro.
Poi la voce.
— Non scrivete più il mio nome.
Elias sentì freddo.
— Perché?
Silenzio.
— Ada!
Un rumore.
Come qualcosa che strisciava lungo una superficie impossibile.
Poi:
— Mi trova attraverso quello.
Elias guardò i fogli che aveva infilato nella tasca.
ADA HOLT.
Il nome che avevano scritto per impedirle di sparire.
Mara capì.
— Non l’abbiamo salvata.
Elias la guardò.
— L’abbiamo tenuta agganciata.
Loren sussurrò:
— E la figura ha seguito il legame.
Elias prese i fogli.
Li strappò.
Uno.
Due.
Tre.
Iris aprì il quaderno.
Cancellò il nome.
Loren prese la fotografia.
Miriam aveva scritto ADA sul retro.
Esitò.
— Fallo — disse Elias.
Loren strappò la parte inferiore.
La voce dal foro urlò.
Non dolore.
Paura.
— Basta!
Elias si fermò.
— Ada?
— Non tutto.
Silenzio.
— Cosa dobbiamo lasciare?
Passarono alcuni secondi.
Poi la risposta.
— Una cosa.
— Quale?
— Quella che nessuno può usare.
Elias guardò Mara.
— Un ricordo.
La voce di Ada arrivò piano.
— Sì.
Elias chiuse gli occhi.
Scelse.
Non Vicolo Orsa.
Non il 1931.
Non Varga.
Niente che potesse diventare una coordinata.
Ricordò Ada che rideva.
Non sapeva dove.
Non sapeva quando.
Solo la risata.
Una bambina con due denti leggermente separati davanti.
Rideva perché Elias aveva pronunciato male una parola.
Quale?
Non importava.
Nessuna strada.
Nessuna data.
Nessuna misura.
Solo lei.
Elias aprì gli occhi.
— Ce l’ho.
Mara lo guardò.
— Cosa?
— Non te lo dico.
Lei comprese.
— Bene.
Dal foro arrivò un ultimo sussurro.
— Cartografo…
Elias si chinò.
— Sono qui.
— Questa volta…
Un respiro.
— …non disegnare me.
Silenzio.
Poi niente.
Il ticchettio cessò.
00:21.
Nessun colpo.
00:22.
Niente.
Iris guardò il telefono.
— Si è fermato.
Elias osservò il foro.
— No.
Mara lo guardò.
— Cosa?
— Ha smesso di controllare.
— Cosa significa?
Elias non rispose.
Perché il pavimento aveva cominciato a cambiare.
Dal foro partì una linea sottile.
Nera.
Poi una seconda.
Una terza.
Si allungavano sul bianco.
Strade.
No.
Non erano strade.
Elias si inginocchiò.
— È una pianta.
Sofia si avvicinò.
— Di cosa?
Le linee raggiunsero le pareti.
Comparvero rettangoli.
Stanze.
Corridoi.
Una scala.
Mara guardò la geometria.
— Questo edificio?
Elias scosse la testa.
— No.
Iris aprì la mappa di Varen.
— Nemmeno la città.
Loren indicò un piccolo quadrato.
— Quello cos’è?
Elias lo fissò.
Lo conosceva.
Una stanza.
5,7 metri quadrati.
La stanza di Loren.
Più avanti un altro spazio.
Vicolo Orsa 7.
Poi la chiesa.
Rovenplatz.
Casa di Miriam.
Tutti i luoghi comparsi fino a quel momento.
Non disposti geograficamente.
Erano collegati.
Come stanze dello stesso edificio.
Mara si inginocchiò accanto a Elias.
— Non è una mappa di Varen.
Lui sentì qualcosa gelargli il sangue.
— No.
Seguì le linee.
Tutte convergevano verso il foro.
Origine.
Poi vide il bordo.
La pianta continuava oltre la stanza.
Molto oltre.
Centinaia di spazi.
Migliaia.
Alcuni portavano nomi.
Altri soltanto date.
Altri erano vuoti.
Iris sussurrò:
— Cosa stiamo guardando?
Elias non rispose subito.
Aveva trascorso la vita a disegnare luoghi.
A misurare ciò che occupava spazio.
Adesso capiva l’errore.
Varen non conteneva le assenze.
Era il contrario.
Alzò gli occhi.
— Varen non è la città.
Mara lo fissò.
— Cosa sarebbe?
Elias guardò quella geometria impossibile.
Le stanze.
Le persone.
I ricordi.
Tutto collegato a un vuoto che restituiva sempre zero.
Poi comprese perché sulla vecchia mappa il perimetro appariva rovesciato.
Non stavano osservando qualcosa costruito sotto Varen.
Stavano osservando qualcosa dentro cui Varen era stata costruita.
— È il contenitore.
Silenzio.
Sofia impallidì.
— Di cosa?
Elias abbassò lo sguardo sul foro.
Dal buio arrivò un nuovo suono.
Non il ticchettio.
Un respiro.
Enorme.
Lento.
Come se sotto di loro qualcosa avesse appena scoperto di non essere più solo.
Elias rispose senza distogliere gli occhi.
— Di tutto ciò che il mondo ha dimenticato.

Rispondi