Il cartografo delle assenze

·

XIV

IL POSTO DOVE FINISCONO LE COSE

Il secondo respiro arrivò dopo ventitré secondi.

Elias li contò.

Non perché volesse.

Lo fece perché era ciò che aveva sempre fatto quando qualcosa gli faceva paura: cercava una misura.

Ventitré secondi.

Inspirazione.

Silenzio.

Poi ancora.

Il suono saliva dal foro e attraversava la stanza bianca senza produrre eco.

Mara era accanto a lui.

— Non dirmelo.

Elias continuò a guardare il pavimento.

— Cosa?

— Che hai contato.

— Ventitré secondi.

Mara chiuse gli occhi.

— Naturalmente.

Iris era inginocchiata davanti alla pianta comparsa sul pavimento.

Seguiva le linee senza toccarle.

Sofia, invece, era rimasta vicino all’ingresso.

— Dobbiamo uscire.

Nessuno le rispose.

— Elias.

Lui alzò lo sguardo.

— Quella stanza è rimasta chiusa per centotrentadue anni.

— Centotrentadue?

— Dal giorno in cui costruirono il municipio.

Elias guardò la porta di pietra che per lui si era aperta con un semplice tocco.

— Allora non era chiusa.

Sofia aggrottò la fronte.

— Cosa?

— Aspettava.

Un altro respiro.

Questa volta nessuno ebbe bisogno di contare.


Loren camminava lungo il perimetro della pianta.

Ogni tanto si fermava davanti a uno spazio.

Leggeva.

Riprendeva.

Poi si bloccò.

— Elias.

La voce era cambiata.

Elias si avvicinò.

Loren indicava un piccolo rettangolo.

Sotto c’era una data.

14 luglio 1992

Nessun nome.

Elias la riconobbe.

— L’incidente.

Loren annuì.

Accanto al rettangolo correva una linea.

Raggiungeva un altro spazio.

Venn — 5,7 m²

La stanza.

Poi proseguiva verso un terzo punto.

1989

La porta comparsa in casa.

Mara si chinò.

— Sono collegati.

— Non geograficamente — disse Elias.

Iris li raggiunse.

— Per conseguenza.

Elias la guardò.

La ragazza seguì la linea con il dito sospeso.

— Una cosa succede.

Indicò il 1992.

— Ne modifica un’altra.

La stanza.

— Che ne modifica un’altra.

Mara guardò Elias.

— Ma il 1989 viene prima del 1992.

Iris annuì.

— Qui sì.

— “Qui” dove?

Iris osservò il pavimento.

— È quello che dobbiamo capire.

Elias si inginocchiò.

Per tutta la vita aveva pensato che una mappa avesse bisogno di due cose.

Spazio.

Orientamento.

Quella non aveva nessuna delle due.

Le date non seguivano un ordine.

I luoghi non rispettavano distanze.

Eppure esisteva una precisione.

Una logica.

— Non rappresenta dove sono le cose.

Mara lo guardò.

— Lo abbiamo capito.

— Nemmeno quando.

Elias seguì una linea.

— Rappresenta quanto una cosa dipende da un’altra.

Iris sorrise appena.

— Una mappa delle conseguenze.

Elias guardò la ragazza.

— Sì.

Un altro respiro salì dal foro.

Questa volta sembrò quasi più vicino.


Sofia si avvicinò.

— C’è qualcosa che non capisco.

Mara la guardò.

— Solo una?

Sofia ignorò la battuta.

— Se questo posto contiene ciò che viene dimenticato, perché ci sono cose che esistono ancora?

Indicò 14 luglio 1992.

— L’incidente è accaduto.

— Sì.

— Loren esiste.

Loren sollevò un sopracciglio.

— Grazie.

— Elias esiste.

Mara disse:

— Su questo abbiamo avuto giornate alterne.

Sofia continuò.

— Quindi cosa ci fanno qui?

Elias guardò il foro.

Fu Loren a rispondere.

— Non conserva le cose dimenticate.

Tutti si voltarono.

Loren indicò la pianta.

— Conserva ciò che è stato tolto dalla loro storia.

Silenzio.

— Spiegati — disse Mara.

Loren guardò Elias.

— L’incidente esiste.

Indicò la data.

— Ma per trent’anni dalla storia di Elias è mancato che io fossi lì.

Passò alla stanza.

— La casa esisteva. Ma mancava una stanza.

Poi 1989.

— Quell’anno esiste. Ma manca qualcosa che Elias ha fatto.

Elias lo fissò.

— Cosa ho fatto nel 1989?

Loren abbassò lentamente la mano.

— Non lo so.

Elias guardò la data.

— Ma questo posto sì.


Iris si alzò.

— Dobbiamo trovare il 1931.

Mara guardò l’enormità della pianta.

— Potrebbe essere ovunque.

Elias scosse la testa.

— No.

Si posizionò al centro.

Il foro era sotto di lui.

Guardò le linee.

— Se è una mappa di conseguenze, non dobbiamo cercare una data.

— Cosa?

— Dobbiamo trovare ciò da cui partono più linee.

Iris comprese immediatamente.

— L’origine.

Elias annuì.

Si divisero.

Niente telefoni.

Le fotografie non riuscivano a catturare correttamente le linee.

Niente misure.

L’avvertimento era ancora nella tasca di Elias.

NON MISURI IL VUOTO.

Guardarono.

Soltanto quello.

Per quasi dieci minuti nella stanza si sentì soltanto il loro respiro e quello, molto più lento, proveniente dal foro.

Fu Mara a trovarlo.

— Qui.

Elias la raggiunse.

Nessuna data.

Nessun nome.

Un piccolo cerchio.

Da lì partivano decine di linee.

Centinaia.

Alcune raggiungevano eventi che conoscevano.

Altre sparivano oltre le pareti.

Sotto il cerchio c’era una parola.

PRIMA

Iris la fissò.

— Prima di cosa?

Elias sentì qualcosa muoversi nella memoria.

Non un ricordo.

Un’intuizione.

— Di Varen.


La porta di pietra scomparve.

Non si chiuse.

Scomparve.

Sofia si voltò.

Dietro di lei c’era soltanto parete bianca.

— No.

Corse.

Toccò il muro.

— La porta era qui.

Mara si avvicinò.

— Lo sappiamo.

— Non c’è più.

— Anche questo lo vediamo.

Loren provò a spingere.

Niente.

Iris guardò suo padre.

— Siamo chiusi dentro?

Elias si voltò verso il foro.

Un altro respiro.

Diciannove secondi.

Non ventitré.

Questa volta li aveva contati davvero.

— Sta accelerando.

Mara lo guardò.

— Il respiro?

— Sì.

Sofia impallidì.

— Perché?

Elias osservò la pianta.

Le linee avevano cominciato a muoversi.

Lentamente.

Come vene sotto la pelle.

— Credo che sappia che siamo qui.


Il cerchio PRIMA diventò più scuro.

Poi una linea nuova cominciò a tracciarsi.

Andò verso Elias.

Non verso un punto della mappa.

Verso lui.

Si fermò sotto la punta della scarpa.

Elias arretrò.

La linea continuò.

— Non gli piace che ti sposti — disse Mara.

— Non credo abbia preferenze.

La linea riprese.

Lo raggiunse.

Sotto i piedi di Elias comparve una parola.

RITORNO

Iris guardò il padre.

Loren si avvicinò a Elias.

— Non sei l’origine.

— No.

Elias guardò il cerchio.

— Sono una conseguenza.

La linea si biforcò.

Un ramo raggiunse 1931.

L’altro continuò oltre Elias.

Verso il muro.

Poi apparve una data.

17 novembre 2026

Nessuno parlò.

Mancavano meno di tre mesi.

Sotto la data comparve una seconda parola.

RESTITUZIONE

Mara la lesse piano.

— Restituzione di cosa?

Il pavimento tremò.


Non fu un terremoto.

Nessun oggetto cadde.

La stanza cambiò.

Per un istante Elias vide altro.

Una cucina.

Non quella di Miriam.

Una cucina che non conosceva.

Una donna apparecchiava per quattro.

Poi sparì.

Un’aula scolastica.

Ventisette banchi.

Una maestra scriveva alla lavagna.

Sparì.

Una spiaggia.

Un bambino correva verso il mare con un aquilone rosso.

Sparì.

Una camera d’ospedale.

Un uomo anziano teneva una mano che Elias non riusciva a vedere.

Sparì.

Una strada.

Una bicicletta appoggiata a un muro.

Sparì.

Poi di nuovo la stanza bianca.

Iris aveva le lacrime agli occhi.

— Li avete visti?

— Sì — disse Loren.

Sofia si appoggiò alla parete.

— Chi erano?

Elias guardò il foro.

— Nessuno che conosciamo.

Mara scosse la testa.

— Allora perché li abbiamo visti?

Elias non rispose.

La cucina tornò.

Questa volta durò di più.

La donna posò quattro piatti.

Poi guardò una sedia vuota.

Si fermò.

Tolse un piatto.

Tre.

La scena scomparve.

L’aula.

La maestra contò i bambini.

Ventisette.

Aggrottò la fronte.

Cancellò un nome dal registro.

Ventisei.

Scomparve.

La spiaggia.

L’aquilone cadde.

Il bambino non c’era più.

Una donna sulla sabbia continuò a leggere.

Come se non fosse mai esistito.

Buio.

Mara si portò una mano alla bocca.

— Sono assenze.

Elias annuì.

— Ma non di Varen.


La stanza si riempì.

Non di corpi.

Di frammenti.

Un guanto lasciato su un treno.

Una fotografia con un bordo tagliato.

Una culla vuota.

Una lettera mai aperta.

Un mazzo di chiavi che nessuno avrebbe più reclamato.

Un tavolo con un posto in più.

Una fede nuziale dentro un cassetto.

Una porta murata.

Un nome inciso su un banco.

Una voce che chiamava qualcuno.

Lingue diverse.

Epoche diverse.

Paesi diversi.

Secoli.

Elias ruotava su se stesso.

Non riusciva a guardare tutto.

Iris piangeva.

— Sono milioni.

Mara la guardò.

— Cosa?

La ragazza indicò la pianta.

Le linee non terminavano alle pareti.

Adesso lo vedevano.

Proseguivano.

Fuori dalla stanza.

Fuori dal municipio.

Fuori da Varen.

— Non è una mappa della città — sussurrò Iris.

Elias pensò alle parole pronunciate poco prima.

Di tutto ciò che il mondo ha dimenticato.

Aveva avuto ragione.

Ma solo a metà.

— Non conserva ciò che dimentichiamo.

Mara lo guardò.

— Allora cosa?

Elias osservò una fotografia sospesa davanti a lui.

Una famiglia.

Cinque persone.

Poi quattro.

Nessuno sembrava accorgersi che qualcuno mancava.

— Conserva ciò di cui abbiamo smesso perfino di sentire la mancanza.


Il respiro arrivò dopo dodici secondi.

La stanza si oscurò.

Non completamente.

Le linee sul pavimento continuarono a brillare.

Loren afferrò Iris.

— Vicino a me.

Lei non protestò.

Sofia cercò ancora la porta.

Mara rimase accanto a Elias.

— Dimmi che hai un’idea.

— No.

— Una pessima?

— Nemmeno.

— Questa sì che è una situazione grave.

Elias sorrise appena.

Poi dal foro arrivò una voce.

Non Ada.

Una voce maschile.

— Cartografo.

Elias si immobilizzò.

Loren gli prese il braccio.

— Non rispondere.

La voce tornò.

— Cartografo.

Mara sussurrò:

— La conosci?

Elias scosse la testa.

Poi la voce disse:

— Hai dimenticato bene.

Elias sentì il sangue gelarsi.

Un ricordo esplose.

Non lentamente.

Intero.


La stanza.

Non bianca.

Pietra.

Elias bambino davanti al foro.

Ada dietro di lui.

Armand piange.

E un quarto bambino.

Una bambina.

Capelli neri tagliati corti.

Elias la guarda.

— Non farlo.

Lei tiene una corda.

— Voglio sapere quanto è profondo.

— Non si può.

— Tutto si può misurare.

Sorride.

Poi cala la corda.

Il foro la inghiotte.

La bambina continua.

Dieci metri.

Venti.

Trenta.

Poi la corda si tende.

Lei ride.

— Ho trovato il fondo.

Elias si avvicina.

— Quanto?

La bambina guarda i segni sulla corda.

Il sorriso scompare.

Zero.

Dal foro arriva una voce.

Pronuncia il nome della bambina.

Lei si china.

Ada urla.

Elias la afferra.

Troppo tardi.

La bambina guarda dentro.

E qualcosa guarda lei.


Elias tornò nella stanza.

Cadde in ginocchio.

Mara lo afferrò.

— Elias!

Lui respirava troppo velocemente.

— Eravamo quattro.

Ada lo aveva detto.

Eravamo in quattro.

Ma non aveva mai pronunciato il quarto nome.

Elias guardò il foro.

— C’era un’altra bambina.

Iris si inginocchiò.

— Chi?

Elias cercò.

Il nome era lì.

Dietro qualcosa.

— Non riesco…

La voce dal foro rise.

Piano.

Quasi affettuosamente.

— Certo che non riesci.

Elias si irrigidì.

— Chi sei?

Loren lo afferrò.

— Non parlare con lui.

Ma Elias guardava il buio.

— Chi sei?

Silenzio.

Poi:

— Quello che hai lasciato qui.


Le linee sul pavimento cambiarono.

Il cerchio PRIMA si aprì.

Non fisicamente.

Sulla mappa.

Come se una porta fosse stata disegnata dentro il pavimento.

Comparve un nome.

Lettera dopo lettera.

NOA

Elias smise di respirare.

La bambina.

Capelli neri.

La corda.

Il sorriso.

Noa.

Il ricordo tornò.

Correva più veloce di tutti.

Rubava le mele al mercato.

Aveva una cicatrice sul mento.

Diceva che da grande avrebbe costruito una casa senza porte perché nessuno potesse mandarla via.

Elias sussurrò:

— Noa.

Il respiro dal foro cessò.

Completamente.

Mara guardò Elias.

— La conoscevi.

Lui annuì.

— Era nostra amica.

Iris indicò il pavimento.

— Guarda.

Sotto NOA comparve una seconda parola.

PRIMA

Elias si avvicinò.

— No.

Il nome non era collegato al 1931.

Era collegato a qualcosa di precedente.

Molto precedente.

La linea usciva dalla mappa.

Attraversava la parete.

Andava oltre.

Sofia sussurrò:

— Non è cominciato con voi.

Elias scosse la testa.

— No.

— E nemmeno nel 1931.

— No.

Mara guardò il foro.

— Allora quando?

La risposta arrivò alle loro spalle.

— Quando qualcuno ha deciso che dimenticare fosse più misericordioso che ricordare.

Tutti si voltarono.

La porta di pietra era tornata.

Aperta.

Sulla soglia c’era Armand Vale.

Non il cinquantenne che Elias aveva incontrato a Varga.

Un bambino di undici anni.

Vestiti bagnati.

Capelli incollati alla fronte.

Una piccola ferita sul labbro.

Elias lo riconobbe.

Armand guardò il foro.

Poi Elias.

— Finalmente.

Elias rimase immobile.

— Armand?

Il bambino annuì.

— Dov’è Ada?

Armand abbassò gli occhi.

— Dove siamo stati tutti.

— Dove?

Il bambino indicò il foro.

— Fuori dalla storia.

Elias fece un passo.

— Possiamo riportarla indietro?

Armand lo guardò.

— Sì.

Una parola.

Semplice.

Terribile.

Mara si avvicinò.

— Qual è il prezzo?

Armand sorrise tristemente.

— Ecco perché mi sei sempre piaciuta.

Poi guardò Elias.

— Per restituire qualcosa, il contenitore deve ricevere qualcos’altro.

Loren strinse la mano di Iris.

— Una persona?

— Non necessariamente.

Elias fissò Armand.

— Allora cosa?

Il bambino guardò la pianta immensa sotto i loro piedi.

— Qualcosa che abbia abbastanza conseguenze.

Silenzio.

Elias comprese prima degli altri.

— Un ricordo.

Armand scosse la testa.

— Troppo piccolo.

— Un luogo?

— Forse.

— Una vita?

Armand non rispose.

Non serviva.

Mara si mise davanti a Elias.

— Non pensarci nemmeno.

— Non ho detto niente.

— Ti conosco.

— Da quanto?

— Abbastanza.

Elias la guardò.

Quella risposta rimase tra loro un istante più del necessario.

Poi Iris parlò.

— Varen.

Tutti si voltarono.

La ragazza guardava la mappa.

— Avete detto che il contenitore vuole qualcosa con abbastanza conseguenze.

Loren capì.

— Iris, no.

Lei indicò le migliaia di linee.

— Cosa ha più conseguenze di una città intera?

Silenzio.

Elias guardò il nome.

VAREN.

Pensò alla frase di Iris a casa.

Stavamo cercando di togliere Varen dalla mappa.

Adesso capiva.

Non volevano distruggerla.

Volevano usarla.

— Era questo il piano.

Iris non rispose.

— Tuo e di Miriam.

La ragazza annuì.

— Il diciassette novembre.

— La restituzione.

— Sì.

Elias guardò Armand.

— Se togliamo Varen dalla storia…

Il bambino terminò la frase.

— Tutto ciò che Varen ha trattenuto può tornare.

Mara impallidì.

— Tutto?

Armand guardò le linee.

Milioni.

— Tutto.

Elias sentì il peso della parola.

Persone.

Luoghi.

Ricordi.

Intere conseguenze.

— E Varen?

Armand lo guardò.

— Nessuno ricorderà che sia mai esistita.


Nella stanza tornò il silenzio.

Questa volta non faceva paura.

Faceva male.

Elias pensò al fiume.

Ai tram.

Al bar dove aveva ritrovato Loren.

Alla stazione.

Al fioraio.

Alla piazza.

Alle finestre illuminate la sera.

Alle persone che non sapevano nulla.

Migliaia di vite.

Mara si avvicinò alla mappa.

— Quanti abitanti?

Sofia rispose.

— Centosettantottomila.

Iris abbassò gli occhi.

— Non morirebbero.

— No — disse Armand.

— Cosa succederebbe?

Il bambino esitò.

— Avrebbero altre vite.

— Dove?

— Altrove.

— Con gli stessi figli?

Armand non rispose.

— Le stesse persone amate?

Silenzio.

Mara lo guardò.

— Gli stessi incontri?

Ancora niente.

Elias capì.

— Non lo sappiamo.

Armand scosse la testa.

— No.

Elias guardò Iris.

— Quindi volevate rischiare centosettantottomila vite per restituire ciò che è stato dimenticato.

Iris sostenne il suo sguardo.

— Volevamo impedire che continuasse.

— Non è la stessa cosa.

— Lo so.

— Tua nonna era d’accordo?

Iris esitò.

Troppo.

— Iris.

— All’inizio.

— E poi?

La ragazza abbassò gli occhi.

— Poi ha capito che la restituzione avrebbe incluso anche te.

Elias si fermò.

— Me?

Armand lo guardò.

— Tu appartieni al contenitore.

Silenzio.

— Sono tornato.

— Una parte di te.

Elias sentì freddo.

— Quale parte è rimasta?

Armand indicò il nome NOA.

— Quella che sa perché sei arrivato a Varen la prima volta.


Dal foro arrivò un rumore.

Non un respiro.

Un colpo.

Poi un altro.

Tre.

Gli stessi tre colpi che li avevano seguiti ovunque.

Elias guardò Armand.

— Non era la figura a bussare.

Il bambino scosse la testa.

— No.

— Chi era?

Armand fissò il foro.

— Tu.

Mara si voltò verso Elias.

— Lui?

— Non questo.

Armand indicò il buio.

— L’altro.

Un quarto colpo.

Mai successo prima.

Poi un quinto.

Elias si avvicinò.

Mara cercò di fermarlo.

Lui le prese la mano.

Non per liberarsi.

Per tenerla.

Arrivò al foro.

Guardò dentro.

Per la prima volta non vide buio.

Vide un occhio.

Il proprio.

Dall’altra parte.

Elias indietreggiò.

La voce arrivò dal foro.

Era la sua.

Perfettamente.

— Non cancellare Varen.

Nessuno si mosse.

Elias guardò Armand.

— Perché?

La voce rispose prima del bambino.

— Perché l’abbiamo già fatto.

Silenzio.

Poi aggiunse:

— Ed è così che Varen è nata.

2 risposte a “Il cartografo delle assenze”

  1. Dà le vertigini… Non posso credere che l’idea sia nata quando tu avevi solo diciotto anni

    1. Ho ritoccato molto durante la revisione, ma lavorando soprattutto sulla parte descrittiva, sui dialoghi e sulla meccanizzazione delle scene… l’idea, però, nella sua interezza, è nata allora.

      Oggi, invaso da tutto ciò che negli anni ho assorbito, visto, letto e vissuto, non credo di essere più capace di stimolare la mia fantasia con la stessa libertà. Ci riuscirei, certo… ma non con quella leggerezza.

      Crescere significa anche questo: perdere qualcosa nella purezza delle proprie ispirazioni. Da ragazzi si immagina senza sapere troppo, senza chiedersi se qualcosa sia già stato detto, scritto o pensato da qualcun altro. Si crea prima di essere contaminati dal mondo.

      Poi impari, conosci, accumuli… e forse diventi persino più bravo a scrivere. Ma quella forma incosciente e meravigliosa di libertà, quella che nasceva quando ancora non sapevi abbastanza da dubitare della tua fantasia… non torna più nello stesso modo. Fortunatamente conservo tutto..per cui di quella parte iergine di me è rimasto molto..

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