Se

·

La parte migliore

Nel suo piatto è rimasto il bordo.

Una striscia sottile, quasi bruciata, con il formaggio ormai freddo e una goccia d’olio ferma sulla porcellana.

Nel mio non è rimasto niente.

Ho mangiato anche l’ultima parte senza accorgermi che fosse diversa dalle altre. Soltanto quando ho sollevato gli occhi ho visto il suo coltello separare con cura ciò che non voleva.

— Non ti piace? — le ho domandato.

— Non molto.

Ha risposto senza guardarmi.

La frase era semplice, credibile. La stessa che avevo sentito per anni davanti a molte cose: la crosta del pane appena sfornato, la superficie croccante delle lasagne, l’angolo della focaccia, la fetta centrale della torta.

Tutte le parti che io preferivo.

Tutte quelle che a lei, stranamente, non piacevano mai.

Questa sera, però, nostra figlia ha allungato la forchetta verso il suo piatto.

— Posso?

Lei ha sorriso e glielo ha lasciato prendere.

La bambina ha assaggiato il bordo, poi ha detto:

— Però è la parte che piace di più anche a te.

Per un istante nessuno ha mosso le mani.

Io ho guardato il mio piatto vuoto.

Non avevo mai saputo che avesse un sapore.

E se avessi compreso che non stava scegliendo ciò che restava, avrei smesso di chiamarla generosa.

La generosità è una parola comoda per chi riceve.

Rende bello il gesto dell’altro senza obbligarci a domandare quanto gli sia costato.

Lei divideva ogni cosa.

Non a metà.

Con precisione.

Il pezzo più grande nel mio piatto. Quello meglio riuscito ai figli. La parte spezzata, troppo cotta o senza ripieno davanti a sé.

Lo faceva velocemente, prima che qualcuno potesse accorgersene.

Io credevo che fossero preferenze.

— Tu tanto non ami la crosta.

— Tu prendi sempre il pezzo piccolo.

— A te la ciliegina non piace.

Ripetevo queste frasi con la sicurezza di chi pensa di conoscere una persona da molti anni.

Lei non mi correggeva.

Forse all’inizio aveva provato.

Forse aveva detto una volta: piace anche a me, e la sua voce era rimasta sotto il rumore delle posate, una domanda dei bambini, qualcosa che stavo raccontando.

Poi aveva smesso.

Ci sono rinunce che diventano abitudini soltanto perché nessuno le interrompe.

Ricordo una domenica.

Aveva preparato una torta. La glassa non era venuta uniforme e al centro si era formata una piccola onda di cioccolato più spessa.

Quando portò il dolce in tavola, dissi:

— Voglio quella parte.

Lo dissi prima ancora che prendesse il coltello.

Lei annuì.

Tagliò la fetta seguendo il margine dell’onda e la posò davanti a me. Nel piatto rimase una striscia di cioccolato che raccolsi con il dito.

— È la migliore — dissi.

— Lo so.

Non sentii quelle parole.

O forse le sentii e non compresi che contenessero anche lei.

Mangiavo raccontando quanto fosse buona. Lei raccoglieva i piattini, tagliava le altre fette, controllava che bastassero per tutti.

Alla fine, per sé, rimase un pezzo sottile vicino al bordo.

Non protestò.

Disse che era sazia.

E se avessi osservato il modo in cui guardava quella fetta prima di servirmela, avrei spinto il piatto verso di lei.

Avrei detto:

— Dividiamola.

Non sarebbe stato un gesto straordinario.

Nessuno lo avrebbe ricordato. Non ci sarebbe stata musica, né una frase capace di meritare di essere raccontata.

Soltanto due forchette dentro la stessa parte di torta.

Forse l’amore sopravvive proprio così: non attraverso ciò che siamo disposti a sacrificare, ma grazie a qualcuno che, accorgendosene, ci impedisce di farlo sempre.

Io, invece, terminai anche l’ultimo boccone.

Lei prese il mio piatto.

Lo trovò pulito.

Negli anni la sua porzione diminuì senza che nessuno lo decidesse.

Prima venivano i bambini. Poi io, perché tornavo tardi o avevo avuto una giornata difficile. Lei mangiava in piedi, mentre sistemava la cucina, assaggiando ciò che rimaneva nel cucchiaio o ai bordi della teglia.

— Siediti — le dicevo.

Ma non spostavo la sedia.

Non prendevo il piatto dalle sue mani. Non interrompevo ciò che stava facendo.

Pronunciavo l’invito e continuavo a mangiare.

Era una premura senza conseguenze.

Anche l’amore può diventare una frase che ci assolve dal gesto.

Una sera rincasai quando tutti avevano già cenato.

Sul tavolo c’era il mio piatto coperto. Lei era seduta sul divano, con le gambe raccolte e una coperta sulle ginocchia.

— Tu hai mangiato? — le chiesi.

— Qualcosa.

Scaldai la cena.

C’era una sola porzione.

La mangiai tutta.

Solo dopo, portando il piatto nel lavello, vidi una forchetta sporca vicino ai fornelli e un piccolo boccone mancante dal bordo della teglia.

Quello era stato il suo qualcosa.

Avrei potuto prepararle un piatto.

Potevo tagliare del pane, aprire il frigorifero, sedermi accanto a lei e chiederle di ricominciare la cena con me.

Invece lavai la mia forchetta insieme alla sua.

E se quella sera avessi contato non ciò che aveva lasciato, ma ciò che non aveva preso, avrei scoperto quanto spazio occupavamo nella sua fame.

Non soltanto quella del corpo.

La fame di essere servita almeno una volta. Di ricevere il pezzo scelto, non quello avanzato. Di sedersi senza dover prima verificare che tutti avessero abbastanza.

Avrei capito che certe persone non chiedono perché hanno trasformato il desiderio in un gesto rivolto agli altri.

Ma un desiderio taciuto non scompare.

Impara soltanto a non apparecchiarsi.

Questa sera nostra figlia ha finito il bordo preso dal piatto della madre.

— Era buonissimo — ha detto.

Lei ha sorriso.

Poi ha raccolto i piatti.

Mi sono alzato prima che raggiungesse il lavello e glieli ho tolti dalle mani.

Ha provato a trattenerli.

— Faccio io.

Una frase automatica.

— Lo so — le ho risposto.

Ed è proprio questo il problema.

So che fa lei.

Lo so così bene da aver smesso di domandarmi perché debba essere sempre così.

Ho riaperto il forno. Ne era rimasto un solo pezzo.

Aveva il bordo croccante e il centro ancora morbido. Per anni lo avrei messo nel mio piatto senza pensarci, convinto che fosse ciò che accadeva naturalmente.

L’ho posato davanti a lei.

— È tuo.

Mi ha guardato quasi divertita.

— Dividiamolo.

Avrei voluto sentirmi migliore per ciò che stavo facendo.

Ma era troppo tardi per confondere una scoperta con un merito.

Mi sono seduto e ho lasciato che fosse lei a tagliarlo.

Ha diviso il pezzo in due parti uguali.

Poi le ha osservate per qualche secondo.

Ha preso la più piccola.

Anche questa volta.

L’ho vista.

Finalmente.

E ho compreso che non basta offrire a qualcuno la parte migliore una sera, se per anni gli abbiamo insegnato che desiderarla significa toglierla a noi.

Pensavo di conoscere tutti i suoi gusti.

Conoscevo soltanto le rinunce che aveva reso facili da ingoiare.

2 risposte a “Se”

  1. Le donne rinunciano a tantissimo e sono felice che tu lo abbia riconosciuto e che tu abbia anche deciso di scriverlo qui

  2. 🎀 “Anche l’amore puo’ diventare una frase che ci assolve dal gesto” ~ Condiderazione profonda che distingue i piani temporali ed i relativi livelli di consapevolezza ~ 🎀 La parola non e’ azione ~ Puo’ esserne il prodromo, e non la sostituisce ~ E’ importante quindi non solo essere le proprie parole (coerenza) ma anche agirle (realizzazione) ~ 🎀 Nella Genesi il LOGOS era il VERBO, poiche’ era integro, e la parola era suono e azione, causa e realta’ ~ 🎀La Caduta genero’ la frattura ~ La parola si e’ allontanata e scissa dal gesto, e spesso lo sostituisce “comodamente”, in buonafede o in malafede ~ 🎀 Essere le proprie parole, significa riuscire ad essere integri ~ Non solo pronunciarle, ma praticarle, realizzarle ~ La parola e’ viva quando respira senza apnee ~ Altrimenti e’ tante altre cose, generalmente non di qualita’ ~ 🎀 Certamente unire la parola al gesto puo’ essere un apprendimento di pregio, che si coltiva bene se e’ promosso e sentito da ambo le parti … Buona giornata!

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