Quando le parole si ritirano, rimane qualcosa che non è silenzio.
È materia senza pronuncia.
Una sostanza impercettibile occupa la bocca, rallenta la gola, modifica perfino il modo in cui l’aria trova posto nel corpo. Riprendere fiato, allora, non significa respirare: significa concedere qualche secondo a ciò che proviamo prima di costringerlo dentro una frase.
Ho imparato che esistono sentimenti danneggiati dalla spiegazione.
Appena li nomini diventano più piccoli.
Li pronunci, immediatamente perdono una parte della loro vastità.
Amore.
Guarda cosa abbiamo fatto a questa parola.
Quattro sillabe incaricate di contenere l’incalcolabile.
Dentro abbiamo ammassato promesse, separazioni, corpi, attese, ritorni, desideri, tradimenti, fotografie, lenzuola, aeroporti, addii.
Troppo.
Una parola non può sopportare un simile peso senza consumarsi.
Per questo, davanti a te, preferisco dire:
Resta.
Non significa non andartene.
Sarebbe elementare.
Resta significa:
continua ad accadermi.
Rimani nella parte di me sulla quale non possiedo giurisdizione.
Abita quella latitudine interna comparsa quando la mia misura ha smesso di bastarmi.
Non chiedermi dove sia.
Non conosco l’indirizzo anatomico delle cose che ci sovrastano pur vivendo sotto la pelle.
So soltanto che da qualche parte esiste una porzione di me che non risponde più al mio nome.
La trovo occupata dalla conseguenza di te.
Non dalla tua persona.
Non dalla memoria.
Non dalla nostalgia.
Dalla conseguenza.
Questa distinzione cambia tutto.
Tu puoi essere altrove.
La tua conseguenza no.
Continua a modificarmi senza presenza.
Possiede una propria attività clandestina dal mio controllo.
Lavora sotto ciò che faccio.
Interferisce con ciò che guardo.
Cambia la temperatura di particolari insignificanti.
Introduce significati dove prima esistevano soltanto cose.
Un tavolo rimane un tavolo fino al giorno in cui qualcuno vi appoggia le mani in un modo che non dimenticheremo.
Una strada rimane asfalto fino a quando viene percorsa accanto alla persona capace di alterarne la lunghezza.
Una sera appartiene al calendario finché una presenza non la sottrae al tempo.
Dopo, niente torna innocente.
Questa è la parte dell’amore che mi sconvolge.
La sua capacità di compromettere la neutralità del mondo.
Dopo qualcuno, le cose smettono di essere soltanto cose.
Diventano complici.
Trattengono.
Riconsegnano.
Insistono.
Una tazza può conoscere una persona.
Una sedia può conservarne l’assenza.
Un corridoio può avere memoria.
Perfino un minuto può rifiutarsi di trascorrere completamente.
Noi continuiamo a chiamarlo amore.
Io comincio a considerarlo una forma di alterazione permanente della realtà.
Perché amare qualcuno non significa soltanto provare qualcosa nei suoi confronti.
Significa perdere la possibilità di incontrare il mondo come lo incontravamo prima.
Questa è l’irreversibilità.
Non tu dentro di me.
Io diverso dentro tutto.
Resta.
Resta mentre tento inutilmente di amministrare questa sproporzione.
Ho sempre creduto che appartenersi significasse possedere una certa autorità su se stessi.
Decidere.
Interrompere.
Allontanarsi.
Proteggersi.
Ricostruire.
Poi ho scoperto l’esistenza di una disobbedienza privata.
Nasce nel nostro stesso organismo, utilizza la nostra memoria, prende energia dalla nostra carne, tuttavia non riconosce ordini.
Puoi dirle basta.
Non conosce il significato del comando.
Puoi mostrarle l’impossibilità.
Non possiede logica.
Puoi elencarle tutte le ragioni per cui dovrebbe cessare.
Continua.
Terribile.
Magnifica.
Continua.
L’amore è l’unica insurrezione nella quale il territorio occupato coincide con chi tenta di liberarlo.
Come si combatte qualcosa che utilizza te per esistere?
Come si espelle ciò che non è entrato?
Come si chiude una porta quando la stanza è comparsa dopo l’arrivo dell’ospite?
È qui che ogni spiegazione fallisce.
Perché tu non hai preso posto dentro di me.
Hai provocato nuovo spazio.
Prima non c’era.
Questa è la vertigine.
Credevo di conoscere la mia estensione.
Cinquant’anni dentro lo stesso essere umano dovrebbero concedere almeno una vaga competenza dei propri confini.
Sbagliavo.
Basta una persona.
Una soltanto.
All’improvviso compare un territorio supplementare.
Non lo avevi ieri.
Oggi soffri attraverso di lui.
Desideri attraverso di lui.
Aspetti attraverso di lui.
Nessuno te lo ha consegnato.
Nessuno potrà sottrartelo.
Se quella persona parte, il territorio rimane.
Vuoto?
No.
Il vuoto appartiene agli spazi che conoscevamo già.
Questo è diverso.
È una presenza senza occupante.
Una geometria assurda.
Una stanza costruita dalla partenza.
Una superficie che continua ad allargarsi proprio quando non dovrebbe contenere più niente.
Dimmi quale logica potrebbe governarla.
Nessuna.
L’amore comincia esattamente dove termina la nostra sovranità.
Prima c’è desiderio.
Attrazione.
Bisogno.
Curiosità.
Fame.
Possesso.
Abitudine.
Poi succede qualcosa.
La persona amata attraversa una frontiera che nemmeno noi sapevamo di avere.
Da quel momento non possiamo più raggiungerla per mandarla via.
Siamo proprietari del territorio.
Abbiamo perduto l’autorità.
Questa contraddizione mi sembra di una bellezza quasi insopportabile.
Essere abitati in un luogo al quale non abbiamo accesso.
Resta.
Adesso comprendo meglio questa parola.
Non è una richiesta.
È la constatazione della mia impotenza.
Potresti partire adesso.
Potresti non voltarti.
Potrebbero trascorrere anni sufficienti a cambiare i nostri volti, le nostre abitudini, persino il modo in cui pronunciamo certe parole.
Potrei imparare perfettamente la tua assenza.
Diventare bravissimo.
Indossarla senza mostrarne le cuciture.
Portarla a cena.
Farla sedere accanto a me.
Dormirci.
Svegliarmi.
Vivere.
Ma non potrei retrocedere fino all’uomo precedente alla tua esistenza.
Quell’uomo è irrecuperabile.
Non è morto.
Sarebbe più semplice.
È diventato impossibile.
Tu hai modificato il requisito necessario perché io possa coincidere nuovamente con lui.
Questo significa amare?
Per me, adesso, significa questo:
qualcuno entra montando un caos dolce
poi termina la possibilità di essere identici a prima.
Nessuna promessa possiede una forza simile.
Nemmeno “per sempre”.
Anzi, il per sempre mi sembra improvvisamente una parola modesta.
Ha bisogno del futuro.
Quello che descrivo non ne ha bisogno.
È già successo.
L’amore autentico non necessita di durare eternamente per diventare irrevocabile.
Gli basta essere avvenuto.
Questa idea mi devasta.
Abbiamo confuso la durata con la grandezza.
Pretendiamo anni come prova.
Contiamo anniversari.
Misuriamo la fedeltà del sentimento attraverso il calendario.
Che ingenuità.
Esistono minuti capaci di compromettere una vita intera.
Un gesto può avere una durata ridicola
una permanenza smisurata.
Una persona può restare poco
lasciando dietro di sé un tempo che non finisce insieme a lei.
L’orologio non possiede strumenti per misurare queste cose.
Neppure noi.
Resta.
Non per sempre.
Oltre.
Oltre il tempo necessario a esserci.
Oltre la presenza.
Oltre ciò che accadrà.
Oltre me.
Resta in quella mia provincia senza governo dove il tuo nome non è nemmeno più necessario.
Questo è il punto più estremo.
Quando non serve più chiamarti.
Quando la tua identità si è già trasformata in una modalità della mia esistenza.
Non penso a te.
Penso attraverso ciò che hai modificato.
Guardo attraverso quella variazione.
Tocco attraverso quella variazione.
Comprendo attraverso quella variazione.
Persino ciò che non ti riguarda riceve qualcosa dal fatto che tu sia esistita per me.
Allora l’amore non è più una relazione tra due persone.
Diventa una modifica nella struttura di una delle due.
Una mutazione senza ritorno.
Il mondo continua identico.
La gravità funziona.
I treni arrivano.
Le serrande si abbassano.
Qualcuno apparecchia.
Qualcuno spegne un televisore.
Milioni di persone compiono gesti semplioci senza sapere che, nello stesso istante, dentro un essere umano è appena comparsa una superficie che l’universo non aveva previsto.
Nessuno sente rumore.
Nessuna crepa.
Nessun allarme.
È questa la magnificenza.
Le cose immense accadono senza chiedere al mondo di fermarsi.
Una persona continua normalmente la propria giornata mentre dentro di lei perde sovranità su una parte di sé.
Compra il pane.
Risponde al telefono.
Attraversa una piazza.
Sorride quando deve sorridere.
Nessuno vede niente.
Intanto porta con sé un territorio nuovo.
Un luogo che non appare sulle radiografie.
Non pesa.
Non sanguina.
Non possiede coordinate.
Eppure determina la direzione di tutto.
Io ti amo lì.
Dove non posso raggiungermi.
Dove la mia volontà arriva senza autorità.
Dove non posso promettere, perché promettere significherebbe fingere di possedere ciò che provo.
Non lo possiedo.
Mi accade.
Questa è la verità più nuda che conosco.
Tu mi accadi.
Anche immobile.
Anche lontana.
Anche assente.
Persino quando non fai nulla per continuare.
Continui.
Perciò resta.
Non accanto a me.
Quello appartiene alle possibilità della vita.
Resta dove la vita non può più intervenire.
Nel punto esatto in cui hai smesso di essere una presenza
diventando una conseguenza.
Lì non saprei perderti.
Per perderti dovrei prima riuscire a raggiungerti.
Io, invece,
in quella parte di me,
non sono mai arrivato.
