XVIII
LA CITTÀ DEVE FARE POSTO
La quarta fotografia non arrivò.
Sofia continuò a fissare il telefono aspettando la vibrazione successiva.
Niente.
Sul display restava l’ultima immagine di Piazza Roven.
Dodici persone.
Dodici figure ferme sotto una pioggia che nella stanza sotto il municipio nessuno poteva sentire.
Noa teneva gli occhi sulla bambina con la corda.
Sua madre.
Dieci anni.
O forse l’ultima età con cui il mondo aveva saputo conservarla.
Elias guardò l’orario.
01:16.
— Dobbiamo andare.
La figura senza volto si mosse.
— No.
Elias alzò gli occhi.
— Non era una richiesta.
— Se uscite, aumenterete i punti di riconoscimento.
— È esattamente quello che dobbiamo fare.
— Non adesso.
Mara si voltò verso la figura.
— Fino a cinque minuti fa volevi convincerci che era inevitabile.
— Lo è.
— E adesso hai fretta di impedirlo.
La crepa sulla guancia della figura pulsò.
Per un istante un nome diventò leggibile sotto la superficie.
ELSA
Poi sparì tra gli altri.
— La restituzione deve avvenire quando la compatibilità è completa.
Elias fece un passo.
— Il 17 novembre.
— Sì.
— Perché?
La figura non rispose.
— Questa parte continui a saltarla.
— Perché non è rilevante.
Mara sorrise senza allegria.
— Quando qualcuno dice che una cosa non è rilevante, di solito è la prima che bisogna guardare.
Elias indicò la data ancora visibile sul pavimento.
— Cosa succede il 17 novembre che non può succedere stanotte?
La figura rimase ferma.
Noa smise di guardare la fotografia.
— Elias.
Lui si voltò.
Noa aveva capito qualcosa.
— Non è una data.
— Cosa?
— Il 17 novembre.
Si avvicinò alla mappa.
— Continuiamo a trattarlo come un giorno.
— È un giorno.
— Anche il 3 febbraio 1892 lo era.
Indicò il punto in cui aveva misurato il foro.
— Anche il 17 novembre 1931.
Poi guardò Elias.
— E se fosse una distanza?
Iris si inginocchiò.
— Tra cosa?
Noa indicò le due mappe sovrapposte.
Vela.
Varen.
— Tra due versioni.
Elias sentì il pensiero formarsi.
— Una ricorrenza.
— No.
Noa scosse la testa.
— Un allineamento.
Sofia la guardò.
— Come due coordinate?
Elias si voltò verso la figura.
— Rispondi.
La figura non lo fece.
Quella fu la risposta.
Mara si avvicinò a Elias.
— Ci siamo.
Elias guardò la mappa.
Avevano continuato a leggere quelle date come una cronologia.
Ma lì sotto il tempo non aveva mai funzionato in quel modo.
— Il 17 novembre 2026 Varen raggiunge zero metri da…
Si fermò.
Iris completò:
— …da ciò che dovrebbe sostituirla.
La figura abbassò lentamente il capo.
Loren guardò la figlia.
— Quindi quella notte due città…
— Non necessariamente due città — disse Elias.
Guardò la rete immensa.
— Due storie.
— E se arrivano a zero?
— Una deve cedere.
Mara guardò la figura.
— E tu avevi già scelto quale.
— Non scelgo.
— Certo.
— Calcolo.
— È la stessa cosa quando sei tu a decidere chi resta.
La figura non rispose.
Elias osservò le fotografie.
— Ma le persone che stanno tornando stanotte stanno entrando prima dell’allineamento.
— Sì — disse Noa.
— Quindi non stanno sostituendo nessuno.
La figura intervenne.
— Non ancora.
Elias la guardò.
— Spiegati.
— Ogni restituzione crea una nuova conseguenza.
— Lo sappiamo.
— Ogni nuova conseguenza modifica la compatibilità.
Iris sollevò gli occhi.
— Stanno cambiando il 17 novembre.
— Sì.
Mara guardò Elias.
— In meglio o in peggio?
La figura rispose:
— Non esistono queste categorie.
Mara indicò la crepa sul suo volto.
— Continui così e te ne creo una nuova.
Per la prima volta Iris rise davvero.
Fu breve.
Inopportuna.
Necessaria.
Persino Noa si voltò.
La figura rimase immobile.
— Era una minaccia?
— Una conseguenza imprevedibile.
Elias abbassò il viso per nascondere un sorriso.
Poi tornò serio.
— Dobbiamo vedere cosa sta succedendo fuori.
Noa non si mosse.
— Io resto.
Elias la guardò.
Lei indicò Samuel.
— Non lo lascio di nuovo.
Armand si avvicinò.
— Resto con lei.
Noa lo fissò.
Per un momento Elias pensò che avrebbe rifiutato.
Poi annuì.
— Sofia?
La donna guardò la porta.
Poi il registro.
— Vengo.
— Loren?
— Non lasciare che finisca la domanda.
Iris chiuse la mappa.
— Anch’io.
Loren si voltò.
— Tu vai a casa.
— Papà.
— Iris.
— Sono riuscita a non esistere ufficialmente per diciassette anni. Credo di poter attraversare una piazza.
Mara guardò Loren.
— Ha un punto.
— Non aiutarla.
— Non lo faccio. Constato.
Elias guardò Iris.
— Resti con tuo padre.
— Va bene.
Loren sospirò.
— Non era quello che intendevo.
— Ma è quello che hai ottenuto.
Elias si fermò davanti alla figura.
— Tu vieni.
— No.
— Perché?
— Non posso essere visto da troppe persone.
Mara lo guardò.
— Finalmente qualcosa di piacevole.
Elias non distolse gli occhi.
— Cosa succede se ti vedono?
— Mi ricordano.
La risposta lo colpì.
— E?
La figura indicò la propria guancia.
— Questo.
La crepa.
I nomi.
Elias comprese.
— Ogni persona che riesce a ricordare qualcosa di te restituisce uno dei nomi che contieni.
— Sì.
— Quindi perdi stabilità.
— Sì.
Mara sorrise.
— Vieni.
La figura la guardò.
— Potrei cessare di esistere.
Mara rimase seria.
— E tutti quelli che contieni tornerebbero.
— Sì.
— È quello che vogliamo.
— Non in questo momento.
— Perché non c’è ancora spazio.
— Esatto.
Elias intervenne.
— Resta qui.
Mara si voltò.
— Elias.
— Ha ragione.
— Non mi piace quando succede.
— Nemmeno a me.
Elias guardò la figura.
— Ma se si rompe adesso, apriamo tutto.
Noa disse:
— Andate.
Era già inginocchiata davanti al foro.
— Prima che ne arrivino altri.
Salirono.
Il corridoio di pietra sembrò più lungo.
Sofia camminava davanti.
Mara dietro Elias.
Loren e Iris chiudevano il gruppo.
Quando raggiunsero il primo piano interrato del municipio, Elias sentì qualcosa che non aveva notato scendendo.
Musica.
Molto lontana.
Un pianoforte.
Tre note.
Pausa.
Altre quattro.
Si fermò.
— Lo sentite?
Mara annuì.
Sofia guardò il soffitto.
— Non c’è nessun pianoforte nel municipio.
Iris sussurrò:
— Adesso sì.
Salirono ancora.
La musica diventò più nitida.
Non proveniva da una stanza.
Sembrava attraversare le pareti.
Al piano terra trovarono il pianoforte.
Nell’atrio.
Un verticale scuro.
Legno consumato.
Un uomo anziano era seduto davanti alla tastiera.
Suonava.
Sofia si fermò.
— Quello non era qui.
Elias guardò l’uomo.
— Il pianoforte o lui?
— Nessuno dei due.
L’uomo continuò a suonare.
Non sembrava accorgersi di loro.
Vestiva una giacca marrone.
Cravatta stretta.
Scarpe lucidate.
Abiti di un’altra epoca, ma non abbastanza teatrali da sembrare un costume.
Sul pavimento, accanto allo sgabello, c’era un cappello.
Mara si avvicinò.
— Signore?
La musica si fermò.
L’uomo sollevò le mani.
Si voltò.
— È già mattina?
Mara guardò Elias.
— Non ancora.
L’uomo osservò l’atrio.
Le luci.
Le porte automatiche.
Il pannello elettronico.
— Hanno cambiato molto.
— Quando è stato qui l’ultima volta? — chiese Elias.
L’uomo ci pensò.
— Ieri.
— Che giorno era?
— Mercoledì.
— La data.
L’uomo sorrise.
— Mia moglie dice sempre che dimentico le date.
Poi la ricordò.
— Ventidue marzo.
Elias aspettò.
— Di quale anno?
L’uomo lo guardò come se la domanda fosse strana.
— 1956.
Iris abbassò gli occhi sulla mappa.
Un nuovo nome era comparso.
OTTO LEHM
Accanto:
PIANOFORTE MUNICIPALE — RIMOSSO 1956
Sofia lesse.
— Aspettate.
Corse verso una porta laterale.
Sparì nell’archivio.
Tornò con un fascicolo.
Lo aprì sul banco della reception.
— Nel 1956 l’atrio venne ristrutturato.
Scorse.
— “Rimozione pianoforte verticale, proprietà comunale.”
Elias indicò l’uomo.
— E lui?
Sofia cercò.
Una pagina.
Poi un’altra.
— Niente.
Iris guardò la mappa.
— Perché il pianoforte è registrato.
Mara capì.
— Lui no.
Otto si era rimesso a suonare.
Elias lo osservò.
Una persona dimenticata.
Un oggetto ricordato.
Il sistema aveva restituito entrambi.
Ma non aveva dovuto creare nulla.
Il pianoforte aveva già avuto un posto.
— Mara.
Lei lo guardò.
— Il posto.
— Quale?
— Avevi ragione.
— Vorrei registrare il momento.
— Non fisico.
Elias indicò il pianoforte.
— Le cose che tornano cercano una conseguenza già esistente.
Iris si avvicinò.
— Il pianoforte era documentato.
— Sì.
— Quindi aveva ancora un legame.
— E Otto?
Elias guardò l’uomo.
— Otto era legato al pianoforte.
Mara sorrise.
— È entrato attraverso qualcosa che il mondo ricordava ancora.
— Esatto.
Elias si avvicinò all’uomo.
— Otto.
Le mani si fermarono.
L’anziano lo guardò.
— Ci conosciamo?
— No.
— Allora come sa il mio nome?
Elias esitò.
Non poteva dirgli la verità.
Non tutta.
— Era scritto vicino al pianoforte.
Otto guardò il legno.
Passò una mano sulla superficie.
— No.
— No?
— Non c’è mai stata una targhetta.
Elias guardò Mara.
Otto sorrise.
— Mia moglie diceva che avrebbero dovuto metterla.
— Sua moglie come si chiama?
Il sorriso dell’uomo cambiò.
— Klara.
Iris guardò la mappa.
Niente.
— Dov’è?
Otto indicò l’ingresso.
— Mi aspetta fuori.
Elias sentì il pericolo prima di comprenderlo.
— Quando l’ha vista l’ultima volta?
— Prima di entrare.
— Oggi?
Otto rise.
— Certo.
Elias guardò Mara.
Lei aveva capito.
Corsero verso l’uscita.
Le porte automatiche si aprirono.
Pioveva.
Varen era lì.
E non lo era più completamente.
Dall’altra parte della strada c’era una farmacia.
Elias la conosceva.
Accanto, però, compariva una bottega con l’insegna:
H. MERTENS — OROLOGIAIO
Non c’era un minuto prima.
Un tram attraversò l’incrocio.
Moderno.
Dietro di lui ne passò un altro.
Color crema.
Legno.
Nessun numero di linea.
Le due vetture occuparono per un istante lo stesso binario.
Poi quella vecchia scomparve.
Mara guardò Elias.
— Stanno tornando anche i luoghi.
— Sì.
Un lampione cambiò forma davanti ai loro occhi.
Metallo moderno.
Ferro lavorato.
Di nuovo metallo.
Due versioni.
La città non stava ancora scegliendo.
Le stava provando entrambe.
Piazza Roven era a tre isolati.
Corsero.
Iris e Loren dietro.
Sofia cercava di telefonare.
— Centralino della polizia occupato.
— Emergenze?
— Stessa cosa.
— Ospedale?
— Sto provando.
Mara guardò Elias.
— La gente li vede?
— Lo scopriremo.
Svoltarono.
Un uomo in pigiama era fermo sul marciapiede.
Guardava una porta comparsa nel muro di casa.
Piangeva.
Davanti a lui c’era una donna anziana.
— Mamma?
La donna gli toccò il viso.
L’uomo crollò sulle ginocchia.
Elias rallentò.
Mara lo afferrò.
— Non possiamo fermarci.
— Lo so.
Ma continuò a guardare.
La donna aveva forse ottant’anni.
Il figlio almeno sessanta.
Per lui erano passati decenni.
Per lei, forse, una notte.
La restituzione non riportava indietro il tempo.
Lo metteva davanti a chi era rimasto.
Poco più avanti un ragazzo gridava contro qualcuno.
— Non sei mio fratello!
L’altro aveva circa tredici anni.
— Davide.
— Non chiamarmi così!
— Hai ancora paura dei cani?
Il ragazzo smise di gridare.
— Come lo sai?
Il bambino sorrise.
— Perché ti sei nascosto dietro di me quando quello dei Bassi ci ha rincorsi.
Il ragazzo portò entrambe le mani alla bocca.
Un ricordo.
Una conseguenza.
Elias vide qualcosa sul muro dietro di loro.
Una linea sottile.
Rossa.
La stessa della stanza.
Partiva dal bambino.
Entrava nel fratello.
Poi proseguiva.
— Mara.
Lei la vide.
— La rete.
— Sta uscendo dal contenitore.
Arrivarono a Piazza Roven.
Si fermarono.
Le fotografie avevano mentito.
Non perché fossero false.
Perché erano già vecchie.
Non c’erano dodici persone.
Ce n’erano almeno cento.
Sparse nella piazza.
Alcune vestite come nel presente.
Altre appartenevano chiaramente ad anni diversi.
Un soldato con una divisa che Elias non riconosceva.
Una donna con un abito degli anni Venti.
Tre bambini.
Un uomo con una valigia di cartone.
Una ragazza in jeans e giubbotto.
Un sacerdote.
Un operaio.
Un neonato tra le braccia di una donna che continuava a chiedere dove fosse l’ospedale.
E intorno a loro gli abitanti di Varen.
Affacciati.
Scesi in strada.
Con i telefoni.
Con gli ombrelli.
Con la paura.
Con qualcosa di più forte della paura.
Riconoscimento.
Un uomo attraversò la folla.
Spinse.
Corse verso una delle figure.
— Papà!
Un anziano si voltò.
L’uomo lo abbracciò.
L’anziano rimase rigido.
— Mi scusi…
— Papà.
— Credo che abbia sbagliato persona.
L’uomo piangeva.
— Avevo sei anni.
L’anziano lo fissò.
— Cosa?
— Quando sei sparito.
La frase attraversò la piazza.
Qualcuno smise di parlare.
Qualcun altro si voltò.
Elias vide una linea rossa accendersi.
Poi un’altra.
Poi dieci.
Mara gli prese il braccio.
— Guarda.
La piazza si stava riempiendo di fili.
Non reali.
Non del tutto.
Relazioni.
Iris aprì la mappa.
Le mani le tremavano.
— Elias.
Lui si avvicinò.
I punti neri stavano diventando rossi.
Uno dopo l’altro.
— Quanti?
— Non lo so.
— Non contarli.
Iris lo guardò.
Elias sorrise.
— Sto imparando.
Noa era lì.
Elias la vide al centro della piazza.
Ma l’avevano lasciata sotto il municipio.
Quella non era Noa.
Era sua madre.
La bambina della fotografia.
Dieci anni.
La corda stretta nella mano.
Il numero 0 scritto sul palmo.
Noa aveva avuto dieci anni quando sua madre era stata cancellata.
Ma la donna davanti a Elias ne mostrava altrettanti.
Qualcosa non tornava.
Elias si avvicinò lentamente.
— Come ti chiami?
La bambina lo guardò.
Aveva gli stessi occhi di Noa.
— Emilie.
— Emilie cosa?
— Ert.
Elias sentì Mara fermarsi dietro di lui.
Ert.
Jonas Ert.
L’uomo che Mara avrebbe dovuto incontrare sul ponte nel 2008.
Mara sussurrò:
— No.
Elias si voltò.
Lei fissava la bambina.
— Mara?
— Jonas mi raccontava di una storia della sua famiglia.
— Quale?
— Una bambina scomparsa.
— Quando?
— Non lo sapeva.
Mara si premette una mano sulla fronte.
— Diceva che sua nonna lasciava sempre un posto vuoto a tavola.
Elias sentì il collegamento.
La cucina che aveva visto.
Quattro piatti.
Poi tre.
— Emilie.
La bambina guardò Mara.
— Conosci Jonas?
Mara impallidì.
— Sì.
Emilie sorrise.
— È mio fratello.
Mara scosse la testa.
— No.
Elias guardò la bambina.
— Quanti anni ha Jonas?
— Sette.
Mara fece un passo indietro.
— Jonas è nato nel 1984.
Emilie aggrottò la fronte.
— Cos’è 1984?
Elias sentì la mappa dentro la testa cercare disperatamente una forma.
— In che anno siamo?
La bambina rispose:
— 1892.
Mara chiuse gli occhi.
— Non può essere sua sorella.
Iris si avvicinò.
— Può.
Loren la guardò.
— Come?
Iris indicò la mappa.
— Se una persona viene cancellata, le sue conseguenze vengono ridistribuite.
Elias capì.
— La famiglia continua.
— Sì.
— Ma in un’altra forma.
Mara guardò Emilie.
— Jonas non sarebbe dovuto nascere.
La bambina non capiva.
Elias scosse la testa.
— Non possiamo saperlo.
— Elias.
— Non possiamo.
— Ma se lei torna…
Mara non terminò.
Non ne aveva bisogno.
Emilie la guardò.
— Jonas sta bene?
Mara si inginocchiò.
Il gesto fu lento.
Come se stesse entrando dentro qualcosa che non avrebbe più potuto lasciare.
— Sì.
Mentì.
O forse no.
Non sapeva dove fosse Jonas.
Non sapeva nemmeno se la vita che ricordava fosse ancora la stessa.
— È grande.
Emilie sorrise.
— Più di me?
Mara rise con gli occhi pieni di lacrime.
— Molto.
— Fa ancora quella cosa con il naso quando mente?
Mara smise di respirare.
Elias la guardò.
— La faceva.
Emilie sorrise.
— Lo sapevo.
Una linea rossa comparve.
Partì dalla bambina.
Raggiunse Mara.
Poi si divise.
Una parte andò verso qualcosa che non era nella piazza.
Jonas.
Ovunque fosse.
La rete aveva trovato un altro nodo.
Il telefono di Mara vibrò.
Lei lo tirò fuori.
Un messaggio.
Nessun numero.
Solo un testo.
6 SETTEMBRE 2008
Mara guardò Elias.
Poi aprì.
Una fotografia.
Il Ponte Havel.
Pioggia.
Una valigia.
Jonas.
Era lì.
Aspettava.
Mara ingrandì l’immagine.
Accanto a lui c’era qualcuno.
Una bambina.
Emilie.
Impossibile.
1892 e 2008 nello stesso fotogramma.
Sotto comparve una seconda fotografia.
Stesso ponte.
Stesso Jonas.
Nessuna bambina.
Terza.
Mara accanto a Jonas.
Quarta.
Ponte vuoto.
Quattro versioni.
Mara sussurrò:
— Sta scegliendo.
Elias guardò le immagini.
— No.
— Cosa?
— Ci sta mostrando cosa può scegliere.
Il campanile di San Jeron suonò.
Una volta.
Due.
Tre.
Elias guardò l’orologio.
01:31.
Non era un’ora.
Le campane continuarono.
Quattro.
Cinque.
La folla alzò lo sguardo.
Sei.
Sette.
Otto.
Poi quarantasette rintocchi.
Uno per ogni persona scomparsa nel 1931.
Al quarantottesimo, Elias guardò Iris.
Lei aveva già aperto la mappa.
— C’è un nuovo punto.
— Dove?
Iris alzò gli occhi.
— Qui.
Piazza Roven.
— Il quarantottesimo era già comparso a Via Celan.
— Non è lo stesso.
— Come lo sai?
Iris gli mostrò la mappa.
Il punto non era nero.
Era bianco.
Al centro della piazza qualcosa cambiò.
Le persone si spostarono.
Non per paura.
Come se improvvisamente avessero capito che lì dovevano lasciare spazio.
Si formò un cerchio.
Vuoto.
Elias lo guardò.
— No.
Mara gli prese il polso.
— Cosa?
— Non stanno facendo spazio a qualcuno.
— E allora?
Elias osservò il cerchio perfetto.
— A qualcosa.
La pioggia cadeva.
Ma dentro quel punto non arrivava a terra.
Le gocce sparivano a circa un metro dal suolo.
Una dopo l’altra.
Il selciato cominciò a perdere colore.
Poi consistenza.
Una linea comparve.
Orizzontale.
Sotto:
0
Lo stesso simbolo della porta sotto il municipio.
Sofia sussurrò:
— Il foro.
Elias scosse la testa.
— No.
Guardò la piazza.
Le persone.
I fili rossi.
Le assenze restituite.
— Un altro accesso.
Il terreno si aprì.
Nessun crollo.
Nessuna esplosione.
Semplicemente smise di esserci.
Un cerchio nero.
Due metri.
Poi tre.
La folla arretrò urlando.
Elias fece un passo avanti.
Mara lo trattenne.
— Non pensarci.
— Non sto pensando.
— È peggio.
Dal buio arrivarono tre colpi.
Toc.
Toc.
Toc.
Elias si fermò.
Samuel.
Ma Samuel era sotto il municipio.
Tre colpi ancora.
Poi una voce.
— Elias.
Non Samuel.
Ada.
Elias si liberò dalla presa di Mara.
— Ada!
La voce arrivò dal nuovo foro.
— Non avvicinarti.
Elias si fermò.
— Dove sei?
Una risata breve.
Stanca.
— Questa domanda, da te, è quasi offensiva.
Elias chiuse gli occhi un istante.
Era lei.
Mara gli fu accanto.
— Ada, riesci a uscire?
— Sì.
Elias aprì gli occhi.
— Allora fallo.
Una pausa.
— Non posso.
— Hai appena detto che puoi.
— Posso uscire.
La voce si abbassò.
— Non posso uscire da sola.
Elias guardò il buio.
— Cosa significa?
— Qualcosa è attaccato a me.
Mara si irrigidì.
— La figura?
— No.
Elias sentì la risposta prima che arrivasse.
— Ada.
— Sì?
— Cosa?
Dal foro venne un suono.
Non il respiro di Samuel.
Un fruscio.
Come migliaia di fogli sfogliati contemporaneamente.
Ada disse:
— Una città.
Elias guardò Sofia.
Lei aveva capito.
— Vela.
Ada rispose:
— No.
La piazza sembrò diventare improvvisamente troppo piccola.
— Quale città? — chiese Elias.
Ada rimase in silenzio.
Poi:
— Non ha un nome.
Iris guardò la mappa.
Le linee stavano correndo fuori dai confini di Varen.
— Perché?
Ada respirò.
— Perché nessuno è rimasto a ricordarlo.
Elias sentì il significato della frase.
Una città completamente cancellata.
Nessuna conseguenza abbastanza forte.
Nessun documento.
Nessun sopravvissuto.
Nessun nome.
Zero.
La cosa perfetta da restituire.
— Quante persone?
Ada rispose:
— Non lo so.
— Dove si trovava?
— Non lo so.
— Quando?
— Elias…
— Ada, dobbiamo sapere qualcosa.
La voce arrivò piano.
— So una cosa.
— Quale?
— Non apparteneva al nostro mondo.
Mara guardò Elias.
Lui non disse nulla.
Ada continuò.
— Adesso ascoltami.
Il fruscio aumentò.
— Quello che sta tornando non è soltanto ciò che il mondo ha dimenticato.
Elias sentì il cuore accelerare.
— Cosa intendi?
— Il contenitore non sa distinguere tra ciò che avete dimenticato…
Una pausa.
— …e ciò che non avete mai vissuto.
Iris sussurrò:
— Possibilità.
Elias ricordò Armand.
Una città non è edifici. È conseguenze.
Ada continuò.
— Dentro ci sono anche le cose che avrebbero potuto esistere.
Mara fissò il foro.
— Vite non accadute.
— Sì.
— Luoghi mai costruiti.
— Sì.
— Persone mai nate.
— Sì.
Elias guardò Emilie.
Poi la piazza.
Tutto cambiò.
Non stavano restituendo soltanto il passato.
Stavano aprendo la porta a ogni conseguenza scartata.
— Ada.
— Sono qui.
— Come lo fermiamo?
La voce esitò.
— Non dovete fermarlo.
Mara chiuse gli occhi.
— Naturalmente.
Elias ignorò il commento.
— Allora cosa dobbiamo fare?
— Scegliere.
— Avevamo deciso di non farlo.
— No.
La voce di Ada divenne più vicina.
— Avevate deciso di non scegliere chi merita di esistere.
— Qual è la differenza?
— Enorme.
Il fruscio cessò.
— Non dovete scegliere le persone.
— E cosa?
— La storia.
Elias guardò le quattro fotografie sul telefono di Mara.
Quattro versioni del ponte.
Capì.
— Una storia sola.
— Sì.
— Le altre?
Ada rimase in silenzio.
— Ada.
— Tornano qui.
— Nel contenitore.
— Sì.
Mara scosse la testa.
— Quindi ricominciamo.
— No.
Ada rispose subito.
— Perché questa volta non saranno dimenticate.
Elias si fermò.
Eccolo.
Il punto.
— Possiamo sapere che esistono senza viverle.
— Sì.
— Ricordare ciò che non è accaduto.
— Sì.
Iris sorrise.
— Una mappa.
Elias la guardò.
Ada rise piano dal foro.
— Finalmente.
Il Cartografo.
Non doveva disegnare ciò che era scomparso.
Non doveva misurare il vuoto.
Non doveva decidere chi salvare.
Doveva fare ciò che aveva fatto a nove anni.
Disegnare perché si sapesse che qualcosa mancava.
Solo che adesso la mappa sarebbe stata diversa.
Non una mappa dei luoghi.
Non delle persone.
Una mappa delle storie che il mondo non aveva scelto.
— Posso farlo.
Mara lo guardò.
— Come?
Elias osservò la piazza.
Quattro versioni.
Migliaia di fili.
Persone che tornavano.
— Non da solo.
Mara sorrise.
— Era ora.
Ada parlò ancora.
— Elias.
— Sì.
La voce era cambiata.
— Devi andare via.
— Perché?
— Adesso.
Il foro cominciò a tremare.
— Ada?
— Ricorda quello che ti ho detto.
— Non me ne vado senza di te.
— Non fare l’eroe.
— Non lo sto facendo.
— Lo fai malissimo, tra l’altro.
Mara sorrise.
— Mi piace sempre di più.
Poi Ada urlò.
— VIA!
Dal foro esplose aria.
La folla cadde all’indietro.
Elias afferrò Mara.
Loren trascinò Iris.
Sofia rotolò sul selciato.
Il cerchio nero si allargò.
Cinque metri.
Sei.
Otto.
Gli edifici intorno alla piazza cominciarono a cambiare.
Una facciata moderna.
Poi ottocentesca.
Poi qualcosa che non apparteneva a nessuna Varen conosciuta.
Il campanile di San Jeron scomparve.
Al suo posto comparve una torre bassa.
Poi entrambi.
Sovrapposti.
Elias alzò gli occhi.
La città senza nome stava arrivando.
Ma non fu quella la cosa peggiore.
Mara gli indicò il centro del foro.
— Elias.
Lui guardò.
Qualcuno stava salendo.
Una mano.
Poi un braccio.
Una donna.
Ada.
Elias corse.
— Ada!
Lei emerse fino alla vita.
Elias le afferrò entrambe le mani.
Mara lo prese per la cintura.
Loren arrivò dietro.
— Tirate!
Ada gridò.
Qualcosa la tratteneva.
Elias strinse.
— Non ti lascio.
Ada lo guardò.
— Lo so.
— Allora aiutami!
— Elias.
— No.
— Guardami.
Lui la guardò.
Ada sorrise.
Lo stesso spazio tra i denti.
Lo stesso ricordo che aveva scelto di conservare senza coordinate.
— Adesso puoi disegnarmi.
Elias sentì qualcosa spezzarsi.
— No.
Ada spinse.
Non verso il foro.
Verso lui.
Con tutta la forza.
Elias cadde all’indietro.
Ada uscì.
Rotolò sul selciato.
Mara la afferrò.
Il foro reagì.
Un suono enorme.
Non un respiro.
Un’intera città che sembrava inspirare.
Ada era fuori.
Elias si rialzò.
— Ce l’abbiamo fatta.
Ada lo guardò.
Non sorrise.
— No.
Indicò il foro.
— Ho detto che non potevo uscire da sola.
Il buio si mosse.
Qualcosa salì.
Prima un tetto.
Poi una finestra.
Poi una parete.
Impossibile.
Un edificio emergeva dal foro senza romperne i bordi.
Più grande dell’apertura.
Come se le dimensioni non avessero più alcuna importanza.
Dietro, un’altra casa.
Poi una strada.
Un lampione.
Un albero.
Elias indietreggiò.
La città senza nome non stava comparendo sopra Varen.
Stava attraversandola.
Mara guardò Ada.
— Come la rimandiamo indietro?
Ada scosse la testa.
— Non possiamo.
— Perché?
Ada guardò Elias.
— Perché è sua.
— Di chi?
Ada indicò qualcosa dietro di lui.
Elias si voltò.
In mezzo alla piazza c’era un uomo.
Non era lì un secondo prima.
Circa cinquant’anni.
Cappotto scuro.
Volto normale.
Perfettamente ricordabile.
Elias lo fissò.
Non lo aveva mai visto.
Eppure lo conosceva.
L’uomo sorrise.
— Finalmente.
Mara si avvicinò a Elias.
— Chi è?
Elias non riusciva a rispondere.
Perché aveva appena riconosciuto gli occhi.
I propri.
L’uomo fece un passo.
— Non avere paura.
Elias sentì il mondo restringersi.
— Chi sei?
L’uomo guardò la città che emergeva.
Poi tornò a lui.
— Quello che saresti diventato…
Una pausa.
— …se nel 1984 non fossi tornato.
Elias rimase fermo.
L’uomo sorrise.
— Mi chiamo Elian.
Poi guardò Mara.
E il sorriso scomparve.
— E tu non dovresti essere qui.
Mara lo fissò.
— Questa frase comincia a stancarmi.
Elian non rise.
Guardò Elias.
— Nella mia storia lei è morta diciotto anni fa.
Elias sentì la mano di Mara cercare la sua.
La trovò.
Elian osservò quel gesto.
Poi disse:
— E nella sua, sei stato tu a ucciderla.

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