Se

·

Ci penso io

La tazza è ancora nell’armadietto.

Sta dietro quelle bianche, tutte uguali, che l’azienda ha comprato quando ha rinnovato la sala ristoro. Ha il manico scheggiato e una frase quasi cancellata:

Il tempo migliore è quello che scegli.

Non era mia.

L’ho capito quando l’ho presa e un collega mi ha detto:

— Quella la usava lui.

L’ho rimessa subito al suo posto.

Non lavora più qui da quasi due anni, eppure nessuno ha avuto il coraggio di buttarla. Gli oggetti dimenticati possiedono una strana autorità: continuano a occupare spazio anche quando la persona non può più reclamarlo.

Sono rimasto a guardarla.

Sul fondo c’era una piccola macchia scura che nessun lavaggio aveva rimosso. Accanto, appoggiato contro la parete, un cucchiaino piegato.

Ricordavo entrambi.

Non ricordavo l’ultima volta in cui li avevo visti nelle sue mani.

E se avessi saputo quanto tempo gli stavo chiedendo, non avrei chiamato favore ciò che prendevo dalla sua vita.

Cominciava quasi sempre nello stesso modo.

Mi avvicinavo alla sua scrivania con una richiesta già pronta e una voce più gentile del necessario.

— Avrei un problema.

Lui sollevava gli occhi dallo schermo.

Non domandava quale. Sorrideva appena e diceva:

— Ci penso io.

Quattro parole.

Semplici, rapide, perfette per permettermi di tornare alle mie cose senza sentirmi in debito.

A volte era un turno da coprire. Altre una pratica da terminare, una consegna arrivata tardi, un cliente che nessuno voleva richiamare.

Lui prendeva il foglio dalle mie mani.

Io prendevo il tempo che aveva destinato ad altro.

Il tempo non si presta mai. Quando lo restituiamo, appartiene già a un giorno diverso.

La prima volta gli promisi che avrei ricambiato.

Lo dissi con sincerità.

— Quando avrai bisogno, chiamami.

Lui annuì.

Non mi chiamò.

Questa circostanza diventò, nella mia coscienza, la prova che tra noi fosse tutto in equilibrio. Avevo offerto la mia disponibilità; lui non l’aveva utilizzata.

Non mi domandai mai se fosse il tipo di persona capace di chiedere.

Ci sono uomini che preferiscono stancarsi piuttosto che rischiare di sentirsi un peso. Li riconosci dal modo in cui aiutano: con una naturalezza così perfetta da sembrare inesauribili.

Io lo consideravo affidabile.

Era la parola con cui nascondevo quanto mi facesse comodo.

E se una sola volta avessi sostituito “quando avrai bisogno” con “questa volta faccio io”, avrei impedito alla gratitudine di restare soltanto una frase.

Avrei osservato la sua scrivania.

La tazza piena di caffè freddo. Il giubbotto già indossato e poi tolto. Le chiavi dell’automobile posate accanto alla tastiera, pronte per un’uscita rimandata.

Avrei capito che non rimaneva perché non avesse niente ad attenderlo.

Rimaneva perché io gli avevo consegnato qualcosa che non sapeva rifiutare.

Una sera gli chiesi di sostituirmi.

Dovevo andare via prima. Avevo promesso di essere a casa per cena e non volevo arrivare ancora una volta quando gli altri avevano già sparecchiato.

— Solo un paio d’ore — dissi.

Guardò il calendario appeso accanto al monitor.

Un quadrato era stato cerchiato in blu.

— Va bene.

Esitò appena.

Io lo notai.

Questa è la parte che rende il ricordo più difficile: non posso dire di non aver visto.

Vidi il suo sguardo fermarsi su quella data. Vidi la mano restare per qualche secondo sopra il cassetto. Vidi il telefono illuminarsi e un nome comparire sullo schermo.

Scelsi di non chiedere.

Temevo che la risposta potesse impedirmi di andare via.

E se avessi avuto il coraggio di conoscere ciò a cui stava rinunciando, avrei ripreso il turno prima che potesse accettare.

Avrei detto che una cena può aspettare.

Che una promessa non diventa meno importante soltanto perché appartiene alla vita di un altro.

Invece gli lasciai le consegne sulla scrivania.

— Ti devo un favore enorme.

Lui sorrise.

— Vai.

Andai.

A casa raccontai che ero riuscito a liberarmi. Usai proprio quel verbo, come se il lavoro fosse caduto da qualche parte senza finire sulle spalle di nessuno.

Quella sera cenai con la mia famiglia.

Lui rimase qui.

Molti mesi dopo, durante una pausa, una collega nominò per caso il saggio di danza di sua figlia.

— Quello che si è perso?

Domandai di quale sera stesse parlando.

Me lo disse.

Non ebbi bisogno di controllare il calendario.

Ricordavo il cerchio blu.

Ricordavo il telefono acceso.

Ricordavo il suo vai.

Tornai alla scrivania e lo guardai lavorare. Avrei potuto raggiungerlo, chiedergli scusa, domandargli perché non mi avesse detto niente.

Non lo feci.

La vergogna possiede una forma raffinata di egoismo: ci convince a tacere per non costringere l’altro a consolarci per ciò che gli abbiamo fatto.

Alcune scuse arrivano tardi non perché manchino le parole, ma perché pretendiamo di pronunciarle soltanto quando non ci fanno più male.

Da quel momento provai a chiedergli meno.

Non abbastanza da cambiare davvero.

Spostavo le richieste, le rendevo più piccole, aggiungevo:

— Se non puoi, tranquillo.

Lui poteva sempre.

O almeno così diceva.

Un pomeriggio lo trovai nella sala ristoro. Teneva la tazza tra le mani e guardava la frase stampata sul bordo.

— Bella — dissi. — Te l’hanno regalata?

— Mia figlia.

— Per qualche occasione?

Passò il pollice sopra le parole quasi cancellate.

— Dopo il saggio.

Avrei dovuto capire che mi stava offrendo il momento che avevo evitato per mesi.

Si era fermato lì, accanto a me, con la prova del mio errore tra le mani.

Io lessi nuovamente la frase.

Il tempo migliore è quello che scegli.

— Ha ragione — risposi.

Poi terminai il caffè e tornai al lavoro.

E se quel giorno avessi compreso che non tutte le accuse usano la voce, sarei rimasto.

Gli avrei detto che sapevo.

Che avevo collegato la data, il turno, quel cerchio blu. Che la sera trascorsa con la mia famiglia era stata pagata con una sedia vuota accanto alla sua.

Non avrebbe cambiato ciò che era accaduto.

Sua figlia aveva già danzato cercando il padre tra i volti degli altri genitori.

Ma almeno lui avrebbe saputo che la sua rinuncia non era rimasta invisibile.

Invece la lasciai chiusa dentro una tazza.

Quando diede le dimissioni, organizzammo un saluto.

Comprammo un regalo, firmammo un biglietto, dicemmo che senza di lui sarebbe stato tutto più difficile.

Era vero.

Nessuno aggiunse la parte che ci riguardava: sarebbe stato più difficile perché per anni gli avevamo consegnato ciò che non volevamo portare.

Il suo ultimo giorno mi strinse la mano.

— Se hai bisogno, hai il mio numero.

Anche mentre se ne andava continuava a offrirsi.

Io gli dissi:

— Ci sentiamo.

Non ci siamo sentiti.

Oggi ho preso la tazza dall’armadietto e ho letto ciò che resta della frase. Mancano alcune lettere, ma ormai la conosco.

Ho pensato a tutte le volte in cui aveva detto ci penso io.

Credevo significasse che avrebbe risolto il problema.

Ora so che significava qualcosa di molto più grande:

la parte che pesa a te, da questo momento, peserà a me.

Lui lo aveva fatto decine di volte.

Io non gli avevo mai chiesto quanto riuscisse ancora a portare.

La tazza è rimasta qui perché nessuno ha pensato di restituirgliela.

Proprio come tutto il tempo che gli abbiamo preso.

Soltanto che la tazza può ancora tornare al suo proprietario.

Il saggio di sua figlia no.

Rispondi

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti

Scopri di più da Silenzio Letteraio - Nel Silenzio del Tempo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere