Se

·

Fino al letto

È rimasta addormentata in automobile.

La testa inclinata contro il finestrino, una ciocca sul viso, le mani raccolte dentro le maniche del cappotto. La luce del cortile attraversava il vetro e le lasciava sugli occhi una striscia chiara.

Ho spento il motore.

Per alcuni minuti non mi sono mosso.

Aveva vent’anni, le gambe piegate per mancanza di spazio e il telefono ancora acceso sul sedile. Tornavamo da un viaggio lungo. Aveva detto che avrebbe dormito soltanto dieci minuti.

Guardandola, ho riconosciuto la bambina.

Non nel viso.

Nel modo in cui il sonno le aveva tolto ogni difesa.

Un tempo, arrivati a casa, aprivo la portiera e la prendevo in braccio.

Questa sera non potevo più farlo.

Sono rimasto seduto, con le mani sul volante, cercando di ricordare l’ultima volta in cui il suo corpo aveva avuto ancora la misura delle mie braccia.

Non ci sono riuscito.

E se avessi saputo che esiste un’ultima volta per ogni gesto, l’avrei sollevata più lentamente.

Avrei trattenuto il suo peso.

La guancia calda contro il collo, le scarpe che oscillavano vicino alle mie ginocchia, il respiro che cambiava quando dal freddo dell’automobile entravamo nel tepore della casa.

Avrei contato i passi.

Dal cancello alla porta.
Dalla porta al corridoio.
Dal corridoio al suo letto.

Li percorrevo in fretta.

Credevo di portare soltanto mia figlia.

Stavo attraversando un tempo che non avrebbe conosciuto il ritorno.

Le ultime volte non fanno rumore. Si lasciano vivere come giorni qualunque, poi aspettano anni prima di dirci chi erano.

Quando era piccola, si addormentava sempre durante il viaggio.

Potevano mancare pochi minuti a casa: le palpebre cedevano, il mento scendeva sul petto e il corpo si arrendeva alla curva successiva.

Io la chiamavo dallo specchietto.

— Non dormire, siamo arrivati.

Lei apriva gli occhi e li richiudeva.

Allora le dicevo che avrebbe dovuto camminare.

— Sei diventata pesante.

Lo dicevo ridendo.

Non capivo che per lei quella frase non parlava del peso.

Parlava della possibilità che un giorno le mie braccia smettessero di riconoscerla.

Appena aprivo la portiera, sollevava le mani verso di me.

Non chiedeva nulla.

Quel gesto bastava.

E se avessi compreso ciò che mi stava affidando, non le avrei mai detto che era diventata troppo grande.

Mi sarei chinato comunque.

Avrei lasciato che mi stringesse il collo e che il sonno completasse ciò che la sua voce non sapeva ancora formulare:

portami tu, perché con gli occhi chiusi conosco la strada soltanto attraverso il tuo corpo.

Invece mi lamentavo.

La prendevo con un piccolo sforzo, sistemavo un braccio sotto le ginocchia e l’altro dietro la schiena. Durante il tragitto le ripetevo:

— La prossima volta cammini.

Lei non rispondeva.

Nascondeva il viso sulla mia spalla.

La volta successiva tendeva ancora le braccia.

Sapeva che le mie parole appartenevano alla stanchezza, non al rifiuto.

I bambini possiedono una fiducia ostinata: tornano a chiederci amore anche dopo che lo abbiamo fatto sembrare faticoso.

Una sera arrivammo molto tardi.

Pioveva. Avevo guidato per ore e desideravo soltanto entrare, chiudere la porta, lasciare cadere ogni cosa.

Lei dormiva sul sedile posteriore.

La svegliai.

— Siamo a casa.

Sollevò la testa. Aveva il segno della cintura sulla guancia e gli occhi ancora impastati di sonno.

Scese dall’automobile, poi rimase ferma sotto la pioggia.

— Mi prendi?

Ricordo la sua voce.

Non era capricciosa.

Era già incerta.

Come se avesse intuito che la richiesta doveva essere giustificata.

— Dai, cammina. Sei grande ormai.

Lei guardò la porta di casa.

Erano pochi metri.

Fece un passo. Poi un altro.

Io presi le borse dal bagagliaio e la superai.

E se quella notte avessi posato tutto a terra, avrei visto che ciò che stavo trasportando non valeva il peso che avevo rifiutato.

Le valigie potevano bagnarsi.

La spesa poteva aspettare.

La mia stanchezza avrebbe attraversato comunque la porta.

Lei, invece, stava uscendo dalle mie braccia per l’ultima volta e io non mi voltai nemmeno a guardarla.

Entrò dietro di me.

I capelli le gocciolavano sulla fronte. Si tolse le scarpe senza slacciarle e raggiunse il corridoio trascinando i piedi.

Prima di andare nella sua stanza si fermò.

— Almeno fino al letto?

Avrei potuto ancora cambiare il finale di quella sera.

Le dissi:

— Sono stanco anch’io.

Lei annuì.

Non protestò. Non pianse. Non ripeté la domanda.

Camminò fino alla propria stanza e chiuse la porta con delicatezza.

È questo che ricordo più chiaramente.

La delicatezza.

Come se, persino mentre rinunciava a essere portata, avesse avuto cura della mia stanchezza.

Alcuni bambini crescono nel momento esatto in cui comprendono che chiedere ancora potrebbe affaticarci.

Da quella sera non tese più le braccia.

All’inizio non me ne accorsi.

Continuava ad addormentarsi in automobile, ma al mio richiamo si svegliava e scendeva. Camminava piano, ancora sospesa nel sonno, tenendosi alla portiera per trovare l’equilibrio.

Io ero orgoglioso.

— Hai visto? Ormai sei grande.

Lei sorrideva.

Credevo di averle insegnato l’autonomia.

Le avevo insegnato a non domandarmi più ciò che desiderava.

Con gli anni il suo corpo cambiò.

Le gambe diventarono lunghe, il viso perse le rotondità dell’infanzia, le mani smisero di cercare le mie quando attraversavamo la strada.

Tutto accadde con una lentezza invisibile.

Ogni giorno portava via una quantità minima della bambina, troppo piccola perché potessi accorgermene.

Poi un mattino mi trovai davanti una ragazza capace di uscire da sola, rientrare tardi, sostenere pesi che non conoscevo.

Mi chiesi quando fosse cresciuta.

Conoscevo la risposta.

Era cresciuta anche quella sera, nei pochi metri tra l’automobile e il suo letto.

E se avessi saputo che diventare genitori significa perdere lentamente il diritto di ripetere certi gesti, non avrei avuto tanta fretta di vederla grande.

Non avrei celebrato ogni indipendenza senza chiedermi quale vicinanza stesse sostituendo.

Avrei capito che i figli non smettono di aver bisogno di noi in un solo giorno.

Smettono di mostrarcelo.

Questa sera ho aperto la portiera.

Lei si è svegliata subito.

— Siamo arrivati?

Ha raccolto il telefono, sistemato i capelli e slacciato la cintura.

Per un istante ho desiderato dirle:

— Ti porto io.

La frase è rimasta dentro.

Sarebbe stata assurda. Le sue gambe avrebbero raggiunto terra, il suo corpo non sarebbe più entrato nel mio abbraccio come allora.

Siamo scesi.

Lei ha preso una valigia.

— Dammi, è pesante — ho detto.

— Tranquillo, ce la faccio.

Quelle parole mi hanno attraversato con la voce che avevo usato io tanti anni prima.

Ha camminato verso casa.

Io sono rimasto accanto all’automobile, con le braccia libere.

Finalmente ricordavo l’ultima volta.

La pioggia.
Le borse.
I pochi metri.
La sua richiesta.

Almeno fino al letto?

Aveva ragione.

Non mi stava chiedendo di portarla per sempre.

Soltanto fino al letto.

Soltanto quella sera.

Soltanto un’ultima volta.

Io credevo di insegnarle a camminare da sola.

Non avevo capito che sapeva già farlo.

Voleva soltanto sapere se, prima di diventare troppo grande per le mie braccia, avesse ancora il diritto di tornarci.

4 risposte a “Se”

  1. Questo tuo brano è di una bellezza struggente. L’ho sentito due volte mentre lo leggevo: mi sono immedesimata nella bambina, con la nostalgia delle braccia di mio padre che tante volte mi hanno preso in braccio finché ha potuto, e mi sono immedesimata nel genitore, perché è vero che abbiamo fretta che i figli si rendano indipendenti, e cerchiamo di aiutarli a crescere, ma poi ci mancano quelle braccine che mettevano intorno al nostro collo. Grazie per come sai esprimere le tue emozioni e per come ci permetti di condividerle.

    1. Raffaella… il tuo commento mi ha commosso. Ricordo bene il tuo amore smisurato per il tuo papà e, come dissi allora, spero di cuore che un giorno i miei tre figli abbiano la stessa profondità delle tue parole quando parli di tuo padre. Sarebbe il dono più bello dopo averli amati smisuratamente e cresciuti con cura e amore.

      È vero, oggi la mia Aurora ha 20 anni e, se potessi, la porterei ancora sulle spalle fino a Kathmandu… Il ricordo da cui è nato questo articolo era proprio legato a quella sensazione che ho provato. Oggi è una donna meravigliosa, che non ha bisogno di niente se non della presenza, per il resto è ormai autonoma.

      Sul brano… è una di quelle canzoni in cui l’interpretazione diventa già, da sola, la forma più potente dell’emozione. Lei è un’interprete pazzesca, ha una voce che ti entra nell’anima e le sue sonorità non sono soltanto riconoscibili, sono una vera forma d’arte.

      Rachael Yamagata, “Something in the Rain” è il brano… ma io, che conosco praticamente tutta la sua musica, posso garantire una cosa.. delle sue canzoni ci si innamora.

      Grazie di cuore, come sempre, per le tue parole…

      1. La canzone è molto bella, ma quando ho parlato del tuo brano, mi riferivo a quello che hai scritto…

      2. Scusa ho confuso…allora ancora più contento…grazie infinite

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