Se

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Quello che rideva

Nella fotografia siamo tutti in piedi.

Tre file davanti alla scuola, le finestre aperte alle nostre spalle e il sole negli occhi. Alcuni sorridono, altri tengono le braccia rigide lungo i fianchi. Io sono al centro.

Lui è nell’ultima fila.

Si riconosce appena.

Una spalla rimane nascosta dietro il ragazzo più alto, il mento è abbassato, le mani sembrano cercarsi davanti al corpo. Mentre tutti guardiamo l’obiettivo, lui guarda verso sinistra.

Ho seguito la direzione dei suoi occhi.

Guardava me.

Non me ne ero mai accorto.

Sul retro della fotografia sono scritti i nostri nomi. Il suo è l’unico tracciato a matita. Qualcuno ha provato a cancellarlo, ma la pressione ha lasciato un solco sulla carta.

Anche senza grafite, sarebbe rimasto.

E se quel giorno avessi sostenuto il suo sguardo, non sarei rimasto al centro della fotografia.

Avrei fatto un passo indietro.

Mi sarei messo accanto a lui, abbastanza vicino da restituirgli una spalla intera. Avrei lasciato che il fotografo aspettasse, che i compagni protestassero, che l’insegnante ripetesse di stare fermi.

Sarebbe bastato poco.

Nella memoria, però, i passi che non abbiamo compiuto diventano distanze interminabili.

Non sempre abbandoniamo qualcuno andando via. A volte restiamo esattamente dove siamo, mentre lui comprende di essere solo.

Era arrivato a metà anno.

Indossava vestiti più larghi della sua misura e teneva lo zaino davanti al petto quando attraversava il corridoio. Parlava poco. Prima di sedersi controllava sempre la sedia, perché qualcuno aveva cominciato a nascondergli le cose o a sporcarla con il gesso.

All’inizio non partecipavo.

Guardavo.

Mi dicevo che non erano affari miei.

La frase con cui i vigliacchi riescono a dormire senza considerarsi crudeli.

Durante l’intervallo restava vicino alla finestra. Mangiava lentamente, ripiegando la carta del panino dopo ogni morso. Io ero a pochi metri da lui, dentro il gruppo.

Una mattina mi offrì metà della sua merenda.

— Ne ho troppa.

Sapevamo entrambi che non era vero.

Accettai.

Mangiammo senza parlare.

Per alcuni minuti nessuno si avvicinò a disturbarlo. La mia presenza gli aveva concesso una tregua e io provai un orgoglio piccolo, facile.

Credevo che bastasse non fargli del male.

Non sapevo ancora che il bene, quando rimane segreto per non costarci nulla, protegge soprattutto noi stessi.

E se avessi continuato a sedermi accanto a lui anche quando gli altri potevano vedermi, quella merenda non sarebbe rimasta l’unico ricordo in cui eravamo dalla stessa parte.

Il giorno seguente tornai con il gruppo.

Lui mi guardò dalla finestra.

Io abbassai gli occhi sul panino.

Avevo paura che qualcuno ricordasse il tempo trascorso insieme e decidesse di includermi nelle battute.

Non accadde.

Nessuno aveva notato.

Avrei potuto raggiungerlo.

Scelsi il sollievo di essere invisibile proprio mentre lui aveva bisogno di essere visto.

Le cose peggiorarono lentamente.

Prima il soprannome.

Poi i fogli strappati, l’astuccio lanciato da un banco all’altro, le risate ogni volta che veniva interrogato. Qualunque risposta desse diventava sbagliata appena usciva dalla sua bocca.

Un giorno l’insegnante domandò chi volesse lavorare con lui.

Nessuno alzò la mano.

Io stavo per farlo.

Lo ricordo con precisione: il gomito si staccò dal banco, le dita si aprirono.

Poi qualcuno dietro di me sussurrò il suo soprannome.

La classe rise.

Abbassai il braccio prima che superasse la spalla.

L’insegnante scelse un compagno.

Non me.

Provai sollievo.

È questo il sentimento che ancora oggi mi fa vergognare.

E se avessi lasciato che la mia mano arrivasse in alto, avrei perso il favore di alcuni ragazzi che non ricordo più.

Lui, invece, avrebbe ricordato almeno una persona disposta a essere indicata insieme a lui.

Non serviva coraggio per tutta la vita.

Bastava tenermi il braccio sollevato pochi secondi.

Non ci riuscii.

Esistono istanti nei quali scegliamo chi diventeremo senza sapere che la scelta è già cominciata.

Il peggio accadde negli spogliatoi.

Qualcuno gli nascose i vestiti mentre faceva la doccia. Quando uscì, trovò soltanto le scarpe e un asciugamano bagnato gettato sul pavimento.

Noi eravamo lì.

Ricordo il vapore sui vetri, l’odore delle piastrelle umide, le voci troppo alte. Lui si coprì come poteva e chiese che gli restituissero le cose.

Uno dei ragazzi imitò il suo modo di parlare.

Tutti risero.

Anch’io.

Non perché fosse divertente.

Risi un istante dopo gli altri, con maggiore forza, affinché nessuno dubitasse da quale parte mi trovassi.

Lui non guardò chi aveva nascosto i vestiti.

Guardò me.

Il ragazzo della merenda.

Quello che conosceva il suono della sua voce quando non doveva difendersi.

E se fossi rimasto in silenzio, avrei fatto almeno esistere un punto della stanza nel quale la sua umiliazione non diventava spettacolo.

Potevo raccogliere l’asciugamano.

Cercare i vestiti.

Uscire.

Non feci niente.

La mia risata durò pochi secondi.

Dentro di lui non so quanto.

Dopo quel giorno smise di offrirmi qualunque occasione per avvicinarmi.

Se ci incontravamo nel corridoio, passava oltre. Quando l’insegnante formava i gruppi, sceglieva l’ultimo banco senza aspettare.

Mi convinsi che non volesse più parlare con me.

Era più facile attribuire a lui la distanza che avevo creato io.

Alla fine dell’anno cambiò scuola.

La notizia attraversò la classe senza lasciare molto.

Qualcuno fece un’altra battuta. L’insegnante cancellò il suo nome dall’elenco. Il banco rimase vuoto alcuni giorni, poi venne spostato.

Io non domandai dove fosse andato.

Continuai a crescere.

Imparai a difendere idee difficili, a indignarmi davanti alle ingiustizie, a dire che il silenzio rende complici. Ogni volta che pronunciavo quelle parole, il suo sguardo tornava dallo spogliatoio.

Non aveva bisogno delle mie convinzioni adulte.

Aveva bisogno della mia voce allora.

E se potessi tornare in quella stanza, non cercherei una frase eroica.

Non affronterei tutti.

Non diventerei il ragazzo coraggioso che oggi mi piacerebbe ricordare.

Smetterei soltanto di ridere.

Raccoglierei l’asciugamano da terra e glielo porgerei.

Un gesto.

Abbastanza piccolo da essere possibile anche per il ragazzo impaurito che ero.

Abbastanza grande da dirgli:

non tutto il mondo è dalla loro parte.

Oggi ho girato nuovamente la fotografia.

Ho scritto il suo nome sopra il solco lasciato dalla matita. La penna ha incontrato l’incisione e ha seguito senza fatica le vecchie lettere.

La carta lo ricordava.

Io ho impiegato anni per avere il coraggio di farlo.

Nella fotografia sorrido.

Per molto tempo mi sono difeso dicendo che non ero stato io a nascondergli i vestiti, a inventare il soprannome, a spingerlo contro il muro.

Era vero.

Non ero stato quello che gli aveva fatto tutto questo.

Ero stato quello che sapeva che poteva essere gentile con lui.

Poi, nel momento in cui cercò il mio sguardo, gli mostrai che avevo scelto gli altri.

Non fui il ragazzo che lo ferì per primo.

Fui quello che gli tolse l’ultimo posto nel quale sperava di non essere ferito.

3 risposte a “Se”

  1. Quanta verità in questa frase: “Non sempre abbandoniamo qualcuno andando via. A volte restiamo esattamente dove siamo, mentre lui comprende di essere solo.”

    1. Confermo…non perchè scritta dal sottoscitto…ma perchè quando rileggi certe cose…hai una sensazione precisa “Hai trovato la voce che cercavi dentro di te” non sempre succede. Grazie

  2. Un testo perfetto per le scuole, e non solo…

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