XXII
LA CASA CHE TI HA SCELTO
Miriam lasciò la luce del corridoio accesa.
Non lo faceva mai.
Elias se ne accorse prima ancora di suonare.
La casa era al secondo piano di un edificio che aveva sempre considerato ordinario.
Quella notte non lo era.
Niente lo era più.
La finestra della cucina era illuminata.
Una tenda leggermente spostata.
Il profilo di una pianta.
Il riflesso di una lampada.
Tutte cose che conosceva.
Tutte cose che avrebbero potuto non esserci.
Mara gli stava accanto.
Loren qualche passo più indietro.
Iris aveva insistito per venire.
Ada e Sofia erano rimaste a Piazza Roven.
Noa era tornata verso il municipio.
O almeno così aveva detto.
Nessuno, a quel punto, chiedeva più dove andassero davvero le persone.
Elias guardò il citofono.
Il cognome.
VENN
Premette.
La porta si aprì subito.
Nessuno chiese chi fosse.
Miriam li aspettava in cima alle scale.
Aveva un cardigan grigio.
Capelli raccolti male.
Ciabatte.
Nessuna solennità.
Nessun volto da custode di segreti.
Sembrava soltanto una donna che aveva aspettato troppo.
Quando vide Elias, non disse niente.
Lui neppure.
Si fermarono a tre gradini di distanza.
Miriam abbassò lo sguardo sulle sue mani.
Poi tornò a lui.
— Sei bagnato.
Elias quasi rise.
— Piove.
— Lo vedo.
— Non è la prima cosa che pensavo mi avresti detto.
— Non è la prima cosa che pensavo di dirti.
Mara guardò Loren.
Loren guardò il pavimento.
Iris sorrise appena.
Miriam scese un gradino.
Poi un altro.
Arrivò davanti a Elias.
Alzò entrambe le mani.
Gli sistemò il colletto.
Esattamente come prima che lui scendesse sotto il municipio.
— Mamma.
Lei continuò a sistemarlo.
— Questo è storto.
— Mamma.
— Lo so.
— No.
Le prese i polsi.
Piano.
— Guardami.
Miriam lo fece.
— Eri tu.
Gli occhi della donna cambiarono.
Non sorpresa.
Stanchezza.
— Sì.
— Nel 1984.
— Sì.
— Mi hai preso tu.
— Sì.
— Dal contenitore.
— Sì.
— E non me l’hai mai detto.
Miriam guardò le sue mani.
— No.
Elias lasciò i polsi.
Fece un passo indietro.
Mara non si mosse.
Non provò a toccarlo.
Era una delle cose che amava di lei.
Sapeva restare vicina senza occupare.
— Entriamo — disse Miriam.
— Voglio parlarne qui.
— No.
— Perché?
— Perché sulle scale passi sempre qualcuno.
Elias la fissò.
— Sono le tre del mattino.
— Appunto. Quelli che passano alle tre sono i peggiori.
Mara abbassò il viso.
Elias la guardò.
— Non ridere.
— Non sto ridendo.
— Stai ridendo.
— Internamente.
Miriam le rivolse un’occhiata.
— Mi piace.
Elias sospirò.
— Naturalmente.
Entrarono.
La casa aveva lo stesso odore che Elias ricordava.
Legno.
Tè.
Sapone.
Qualcosa di cotto molte ore prima.
Sul tavolo c’erano cinque tazze.
Elias si fermò.
— Sapevi che saremmo venuti.
— Speravo.
— Cinque.
Miriam guardò Loren.
Iris.
Mara.
Elias.
Poi la quinta.
— Mi sono sbagliata.
— Chi aspettavi?
Miriam non rispose.
Prese la tazza vuota.
La mise nel lavello.
— Sedetevi.
Elias restò in piedi.
— Io no.
— Elia.
— No.
Miriam lo guardò.
Quella voce.
Quel modo di pronunciare il suo nome.
Impossibile difendersi completamente.
— Va bene.
Lei si sedette.
Mara prese posto all’estremità del tavolo.
Loren davanti a Miriam.
Iris rimase vicino alla finestra.
Elias restò in mezzo alla cucina.
— Dimmi tutto.
Miriam scosse la testa.
— Non posso.
Lui rise.
Una volta.
Senza allegria.
— Siamo ancora qui?
— Sì.
— Dopo stanotte?
— Soprattutto dopo stanotte.
— Perché?
Miriam lo guardò.
— Perché “tutto” non esiste.
Elias chiuse gli occhi.
— Ti prego.
— Non ti sto evitando.
— Sembra.
— Ti sto dicendo che ciò che ricordo non è una linea.
— Lo so.
— No.
Miriam indicò la sedia davanti a lei.
— Siediti.
Questa volta Elias lo fece.
— Nel 1984 non c’era una notte.
— Cosa significa?
— Ce n’erano diverse.
— Miriam.
— Mi hai chiesto la verità.
— Sì.
— Allora lasciami dire quella che ho.
Lei prese la tazza.
La portò alle labbra.
Non bevve.
— La prima volta che ti ho visto avevi nove anni.
Elias si irrigidì.
Mara lo guardò.
— Dove?
— Dietro l’ospedale San Reme.
— Nove anni.
— Sì.
— Ero il bambino del 1931.
— Non lo sapevo.
— Come ero vestito?
Miriam chiuse gli occhi.
— Pantaloni corti.
Camicia troppo grande.
Una scarpa senza laccio.
— Mi parlavi?
— No.
— Piangevo?
— No.
Elias la guardò.
— La voce nella fenditura ha detto…
— Che ti ho preso perché piangevi.
— Sì.
Miriam annuì.
— È successo dopo.
Mara si chinò leggermente.
— Dopo quanto?
Miriam sorrise.
— Dipende.
Mara sospirò.
— Certo.
— Per me?
Miriam pensò.
— Quaranta minuti.
Elias si piegò verso di lei.
— Cosa è successo in quei quaranta minuti?
— Sei scomparso.
— E poi?
— Ho sentito piangere un neonato.
Silenzio.
— Dove?
— Nello stesso punto.
— Eri sicura che fossi io?
— No.
— Allora perché…
— Avevi la stessa cicatrice.
Elias portò una mano al sopracciglio.
Una piccola linea che aveva sempre attribuito a una caduta da bambino.
— Questa?
— Sì.
— Un neonato non può avere…
— Lo so.
Iris si avvicinò al tavolo.
— Quindi Elias è cambiato età.
Miriam annuì.
— Davanti a te?
— No.
— Hai visto il bambino sparire e poi il neonato comparire.
— Sì.
— Nello stesso posto.
— Sì.
Loren guardò Elias.
— Compatibilità.
Elias annuì lentamente.
La parola non gli piaceva più.
— Il contenitore non mi ha rimandato nel 1984 come neonato.
— No — disse Miriam.
— Mi ha provato.
— Questo è quello che ho sempre pensato.
— Una versione di nove anni non poteva essere inserita senza conseguenze.
— Troppo visibile.
— Troppi documenti da spiegare.
— Troppa storia.
— Quindi mi ha ridotto.
Miriam scosse la testa.
— Non dire così.
— È quello che ha fatto.
— No.
— Mi ha reso più compatibile.
— Sì.
— È la stessa cosa.
— Non per me.
Elias la guardò.
— Qual è la differenza?
Miriam appoggiò la tazza.
— Tu continui a parlare di come il sistema ti ha trattato.
— Perché?
— Perché credi che quello abbia deciso chi sei.
— Non lo credo.
— Lo fai da quando sei entrato.
Mara non intervenne.
Loren abbassò gli occhi.
Miriam continuò.
— Quando ti ho preso in braccio non eri compatibile con niente.
— Ero un neonato.
— Eri un bambino che non apparteneva a nessuna storia che conoscessi.
— È esattamente…
— Elia.
La voce si fece più ferma.
— Io non ti ho preso perché potevi essere inserito.
— Allora perché?
— Perché eri solo.
Lui non rispose.
Miriam lo guardò.
— Tutto quello che è venuto dopo ha cercato di trasformare quella cosa in una teoria.
— Adrian.
— Sì.
— Varga.
— Sì.
— Tu gliel’hai detto.
Miriam abbassò gli occhi.
— Sì.
Elias si irrigidì.
— Perché?
— Perché avevo paura.
— Di cosa?
— Che qualcuno venisse a riprenderti.
La frase cambiò la temperatura della stanza.
— Chi?
— Non lo sapevo.
— E allora sei andata da Varga?
— Non subito.
— Quando?
— Tre mesi dopo.
— Perché?
Miriam si strinse il cardigan.
— Perché hai cominciato a ricordare cose che non potevi sapere.
Elias la fissò.
— Quali?
— Una casa.
— Rosenstrasse.
— Non conoscevo il nome.
— Poi?
— Ada.
— Hai sentito quel nome da me?
— Sì.
— Altro?
— Un uomo senza volto.
Mara alzò lentamente gli occhi.
— A che età?
— Tre mesi.
Nessuno parlò.
Iris si voltò verso Elias.
— Un neonato non parla.
Miriam la guardò.
— Elias sì.
Loren si sporse.
— Cosa ha detto?
— Non una frase.
— Cosa?
— Nomi.
— A tre mesi?
— Sì.
— Quali?
Miriam respirò.
— Ada.
Armand.
Noa.
Samuel.
Poi una parola che non capivo.
— Vela.
Miriam lo guardò.
— Sì.
Elias sentì lo stomaco stringersi.
— E Adrian?
— Mi dissero che c’era un uomo che studiava casi di documenti impossibili.
— Varga.
— Non si chiamava ancora così pubblicamente.
— Cosa fece quando mi vide?
Miriam sorrise amaramente.
— Non guardò te.
— Cosa?
— Guardò il braccialetto.
— Quello con il nome.
— Sì.
— Elias, 17 novembre 1931.
— Sì.
— E?
— Cominciò a piangere.
Mara si irrigidì.
— Adrian pianse?
— Sì.
— Perché?
— Disse una frase.
Elias la fissò.
— Quale?
Miriam impallidì al ricordo.
— “Ha funzionato.”
Elias si alzò.
La sedia strisciò sul pavimento.
— Quindi sapeva.
— Credeva di sapere.
— Ha funzionato.
— Sì.
— Aveva previsto il mio arrivo.
— No.
— Miriam.
— Aveva previsto che qualcosa sarebbe arrivato.
— Qual è la differenza?
— Non sapeva che saresti stato tu.
Elias camminò fino alla finestra.
Fuori, Varen sembrava normale.
Quasi.
Una finestra in più.
Un tetto leggermente diverso.
Una strada che terminava qualche metro oltre il solito.
Piccole possibilità rimaste.
— Adrian aveva provocato l’apertura.
Miriam non rispose.
Elias si voltò.
— Vero?
— Sì.
— Come?
— Aveva trovato uno dei punti deboli.
— Sotto l’ospedale?
— Non esattamente.
— Dove?
Miriam guardò il pavimento.
— Nella memoria.
Mara inclinò il capo.
— Spiegalo.
Miriam si rivolse a lei.
— Adrian aveva capito che il contenitore reagiva quando molte persone ricordavano la stessa cosa nello stesso modo.
Elias comprese.
— Riduceva le differenze.
— Sì.
— Creava compatibilità.
— Sì.
— Quindi costruì un ricordo collettivo falso.
Miriam annuì.
— Una storia.
— Quale?
— Che davanti a San Reme fosse stato abbandonato un bambino anni prima.
— Non era vero.
— No.
— Fece circolare la storia.
— Per mesi.
— Perché?
— Per creare un posto.
Iris sussurrò:
— Una conseguenza senza persona.
Elias la guardò.
— Un vuoto predisposto.
— Sì.
Miriam annuì.
— Quando sei apparso, il mondo aveva già una storia in cui un bambino poteva essere trovato lì.
Mara si voltò verso Elias.
— Adrian non ha scelto te.
— Ha preparato una tasca.
— Sì.
— E il sistema ci ha infilato ciò che poteva.
Miriam chiuse gli occhi.
— Non dire così.
Elias si voltò.
— Ma è quello che è successo.
— No.
— Mamma…
— Adrian ha preparato il posto.
Il sistema ti ha fatto arrivare.
Io ho deciso che restavi.
Silenzio.
Tre azioni.
Tre responsabilità diverse.
Elias le separò per la prima volta.
Adrian.
Il contenitore.
Miriam.
Non la stessa cosa.
— E il braccialetto?
Miriam abbassò gli occhi.
— Non era con te.
Elias si voltò di scatto.
— Cosa?
Mara smise di respirare.
— Il braccialetto non era sul neonato?
— No.
— Ma mi hai sempre…
— Lo so.
— Dove l’hai trovato?
Miriam guardò Loren.
Loren impallidì.
— Mamma.
Elias si voltò verso il fratello.
— Tu lo sapevi?
Loren non rispose.
— Loren.
— Non tutto.
— Cosa sapevi?
Miriam intervenne.
— Lascialo.
— No.
— Elia.
— Dove era il braccialetto?
Miriam si alzò.
Andò verso la credenza.
Aprì il cassetto più basso.
Tolse tovaglie.
Una scatola di latta.
Poi una busta.
La portò al tavolo.
La aprì.
Dentro c’era il braccialetto.
Ingiallito.
ELIAS
Sotto:
17 NOVEMBRE 1931
Elias lo prese.
Le mani gli tremavano.
— Dove?
Miriam si sedette.
— Nella tua culla.
— Questo lo so.
— Non quando sei arrivato.
— Quando?
Miriam lo guardò.
— La mattina dopo.
Elias fissò il braccialetto.
— Qualcuno è entrato in casa.
— No.
— Come fai a saperlo?
— Perché non dormii.
Mara la guardò.
— Per niente?
— Avevo appena portato a casa un bambino apparso dal nulla. Non ero particolarmente rilassata.
Iris abbassò il viso.
Miriam continuò.
— Alle 04:12 la culla era vuota.
Elias sentì il sangue fermarsi.
— Vuota?
— Sì.
— Io ero sparito.
— Per undici secondi.
— E poi?
— Sei tornato.
— Con il braccialetto.
— Sì.
— Piangevo.
— Sì.
Elias ricordò la voce nella fenditura.
Perché piangevi.
— Mi hai preso in braccio.
— Sì.
— Quella era la seconda volta.
— Sì.
— La prima eri davanti all’ospedale.
— Sì.
— La seconda nella culla.
— Sì.
— E in quegli undici secondi?
Miriam guardò il braccialetto.
— Hai vissuto altrove.
— Come lo sai?
— Perché quando sei tornato non avevi più tre mesi.
Elias la fissò.
— Quanto?
— Non fisicamente.
— Allora?
— Negli occhi.
Mara non disse nulla.
Miriam continuò.
— Prima eri un bambino.
Difficile.
Strano.
Ma un bambino.
Quando sei tornato…
— Cosa?
— Mi hai guardata come fa qualcuno che ti conosce da tutta la vita.
Elias sentì qualcosa spezzarsi piano.
— E poi?
— Hai smesso di dire quei nomi.
— Tutti?
— Tutti tranne uno.
— Quale?
Miriam lo guardò.
— Il mio.
Elias abbassò il braccialetto.
— Hai mai detto questa cosa ad Adrian?
— No.
— Perché?
— Perché il giorno dopo tornò.
— E?
— Voleva portarti via.
Mara si irrigidì.
— Come?
— Disse che eri troppo importante.
— Per cosa?
— Per capire.
Elias chiuse gli occhi.
Naturalmente.
— E tu?
Miriam sorrise.
— Gli chiusi la porta in faccia.
Mara quasi applaudì.
— Perfetto.
— Tornò con documenti.
— Quali?
— Falsi.
— Autorità?
— Presunte.
— E?
— Chiamai la polizia.
— Miriam.
— Avevo sonno.
Elias rise.
Non riuscì a evitarlo.
Una risata rotta.
Miriam sorrise.
— Tuo padre voleva prenderlo a pugni.
Loren abbassò gli occhi.
— Papà sapeva tutto?
— Sapeva abbastanza.
Elias lo guardò.
— E mi ha tenuto.
— Sì.
— Anche sapendo…
— Soprattutto sapendo.
Miriam prese il braccialetto dalle mani di Elias.
Lo girò.
Sul retro c’era qualcosa che lui non aveva mai visto.
Una scritta minuscola.
Quasi cancellata.
Mara si avvicinò.
— Cosa dice?
Miriam glielo porse.
Elias lesse.
NON È IL PRIMO.
Sotto:
NON DEVE ESSERE L’ULTIMO.
Iris fece un passo.
— Chi l’ha scritto?
Miriam scosse la testa.
— Non lo so.
— Adrian?
— No.
— Come fai a saperlo?
— Glielo mostrai.
— E?
— Ebbe paura.
Elias guardò la scritta.
— Adrian aveva già visto altre versioni.
— Sì.
— Ma questa frase non era sua.
— No.
— Quindi qualcuno dentro il contenitore…
— O fuori dalla nostra versione.
— …sapeva che sarei arrivato.
— Sì.
Mara guardò Elias.
— Il vecchio?
— Possibile.
Elias scosse la testa.
— No.
— Perché?
— “Non deve essere l’ultimo.”
Mara capì.
— Non parla delle versioni di Elias.
— No.
Iris sussurrò:
— Parla delle restituzioni stabili.
Loren si avvicinò.
— Quindi altri come Elias.
Miriam annuì lentamente.
— È quello che ho sempre pensato.
— Ne hai mai visto uno?
— Sì.
Elias la fissò.
— Chi?
Miriam guardò la quinta tazza nel lavello.
Quella che aveva tolto.
— La persona che aspettavo stanotte.
Elias sentì l’aria cambiare.
— Chi?
Miriam non rispose subito.
Si alzò.
Andò verso il corridoio.
Aprì una porta.
Una stanza piccola.
Elias la ricordava come ripostiglio.
Non lo era più.
Dentro c’era un letto.
Una sedia.
Una lampada.
Sul comodino, un bicchiere d’acqua.
— Chi vive qui?
Miriam rimase sulla soglia.
— Nessuno.
— Allora perché…
— Perché a volte torna.
Mara si avvicinò.
— Chi?
Miriam guardò Elias.
— Una bambina.
Noa?
Ada?
Elias non lo disse.
Miriam scosse la testa come se avesse sentito la domanda.
— Non la conoscete.
— Nome?
— Non lo ricorda.
— Età?
— Cambia.
— Come Elias.
— Sì.
— Da quando viene?
— Dal 1997.
Iris entrò nella stanza.
Sul muro c’erano disegni.
Non mappe.
Case.
Persone.
Animali.
Una spiaggia.
Un edificio rosso.
Un uomo con un cappello.
Poi, ripetuto molte volte, un simbolo.
Due cerchi che non si toccavano.
Tra loro una linea aperta.
— Cos’è?
Miriam rispose:
— Dice che è una porta.
Elias si avvicinò.
— Dove conduce?
— Non lo sa.
— Hai chiesto?
— Molte volte.
— E?
— Ogni volta risponde una cosa diversa.
— Tipo?
Miriam guardò i disegni.
— “Dove non sono ancora stata.”
Mara sorrise.
— Mi piace.
Elias la guardò.
— A te piacciono tutte le persone problematiche.
— Confermo.
Miriam continuò.
— La bambina compare quando qualcosa cambia.
— Nel contenitore.
— Credo.
— E sparisce?
— Sì.
— Quanto resta?
— Da pochi minuti a mesi.
— Mesi?
— Una volta quasi un anno.
Loren la guardò.
— E noi non l’abbiamo mai vista?
— No.
— Come hai fatto?
Miriam sorrise amaramente.
— Avete dimenticato.
Elias si irrigidì.
— Tutti?
— Tu per primo.
— L’ho conosciuta.
— Sì.
— Quando?
Miriam guardò il muro.
— Avevi tredici anni.
Elias cercò.
Niente.
— Quanto tempo?
— Tre mesi.
— Viveva qui?
— Sì.
— E io non…
— Eravate inseparabili.
La parola fece male senza motivo.
Forse proprio perché non c’era alcun ricordo a sostenerla.
— Come si chiamava?
— Le avevi dato tu un nome.
— Quale?
Miriam esitò.
— Lia.
Elias chiuse gli occhi.
Niente.
Mara lo guardò.
— Non forzare.
— Non sto…
— Lo stai facendo.
Miriam si avvicinò al muro.
Indicò un disegno.
Due bambini seduti su un tetto.
Uno era Elias.
L’altra, una bambina dai capelli corti.
Sotto, scritto con grafia adolescenziale:
LIA DICE CHE LE COSE NON SPARISCONO. CAMBIANO POSTO.
Elias toccò il foglio.
La carta era vecchia.
La propria grafia.
Inconfondibile.
— L’ho scritto io.
— Sì.
— E l’ho dimenticata.
— Sì.
— Perché?
Miriam abbassò gli occhi.
— Per salvarti.
Elias si voltò.
— Da cosa?
— Avevate cominciato a ricordare le stesse cose.
— Come me e Loren.
— Peggio.
— Zero metri.
— Non conoscevo il nome, ma sì.
— E quindi?
— Lia se ne accorse.
— A tredici anni.
— Non era una bambina normale.
— Cosa fece?
Miriam indicò il disegno.
— Scelse di andarsene.
— Dove?
— Nella porta.
Iris guardò i due cerchi.
— Questa.
— Sì.
— Esiste davvero?
Miriam guardò Elias.
— Credo che sia il motivo per cui il contenitore non sia mai stato davvero chiuso.
Elias sentì il pensiero arrivare.
— Samuel è una cerniera.
— Sì.
— Lia…
— Potrebbe essere l’altra.
— Un secondo punto.
— Sì.
Mara capì.
— Se Samuel tiene aperto il collegamento con ciò che è stato tolto…
Iris completò:
— Lia potrebbe tenere aperto quello con ciò che non è ancora accaduto.
Elias guardò il simbolo.
Due cerchi.
Una linea non chiusa.
Passato.
Possibilità.
Il contenitore tra.
— Ecco perché conteneva anche vite mai vissute.
— Sì — disse Miriam.
— Non è un magazzino.
— No.
— È un passaggio.
Loren guardò Miriam.
— Lia doveva venire stanotte.
— Lo speravo.
— Perché?
— Perché torna quando Elias deve scegliere.
Elias la fissò.
— Come fai a saperlo?
— Perché l’ultima volta è tornata nel 2004.
Il funerale.
Miriam.
Elias sentì il collegamento.
— Quando hai finto di essere morta.
— Sì.
— Lia era qui.
— Sì.
— Ti ha aiutata.
— Sì.
— A cancellarti dalla mia memoria.
Miriam annuì.
— Non completamente.
— Come?
— Non ha cancellato me.
— Cosa allora?
— Ha spostato il punto in cui mi ricordavi.
Elias rimase fermo.
— Spostato?
— Dal presente al passato.
— Per me eri morta.
— Sì.
— Ma continuavo ad avere ricordi di te.
— Sì.
— Quindi non ti ha cancellata.
— Mi ha resa una conseguenza chiusa.
Iris sussurrò:
— Senza futuro.
Miriam annuì.
— Esatto.
— Così il sistema non cercava più di correggere la relazione.
— Sì.
Mara guardò Elias.
— È terribile.
Miriam la guardò.
— Sì.
— Ma ha funzionato.
— Sì.
— E Lia?
— Sparì la mattina dopo.
Elias tornò a guardare il disegno.
— Perché non me l’hai detto appena sei tornata nella mia vita?
— Perché non sapevo se ricordarla avrebbe richiamata anche lei.
— E adesso?
— Adesso tutto è già aperto.
— Quindi può tornare.
— Sì.
— E se non lo fa?
Miriam lo guardò.
— Dovrai scegliere senza di lei.
Elias rise piano.
— Naturalmente.
Mara si avvicinò.
— Che scelta?
Miriam tornò in cucina.
Aprì un altro cassetto.
Prese una busta bianca.
La porse a Elias.
— Questa.
Sul davanti:
PER QUANDO VAREN NON AVRÀ PIÙ BISOGNO DEL CARTOGRAFO.
Elias la fissò.
— Chi l’ha scritta?
— Lia.
— A tredici anni?
— No.
Miriam lo guardò.
— Quando aveva sessantadue anni.
Nessuno parlò.
Elias aprì la busta.
Dentro c’era una sola pagina.
Scrittura sottile.
Regolare.
Non infantile.
Lesse.
Elia,
se stai leggendo questa lettera, significa che sei arrivato abbastanza lontano da capire la cosa che da ragazzo non riuscivi ad accettare: non tutto ciò che scompare deve essere recuperato, e non tutto ciò che resta deve essere trattenuto.
Elias si fermò.
Mara gli sfiorò la spalla.
Lui continuò.
Il contenitore non è nato per custodire le assenze. È nato quando qualcuno ha cercato di impedire che il tempo producesse perdite. Prima ancora di Vela. Prima di Noa. Prima della figura.
Elias alzò gli occhi.
Miriam era immobile.
Riprese.
Non esiste un’origine che tu possa raggiungere camminando indietro. L’origine è una scelta ripetuta: ogni volta che un essere umano decide che ciò che ama non può cambiare, nasce un piccolo contenitore.
Mara abbassò gli occhi.
Varen è soltanto il punto in cui tutti quei rifiuti hanno imparato a toccarsi.
Elias sentì le parole entrare lentamente.
Per questo non puoi chiuderlo. Non puoi distruggerlo. Non puoi salvarlo. Finché esisterà qualcuno disposto a perdere qualcosa pur di aver vissuto, esisterà anche uno spazio in cui ciò che non è stato scelto potrà continuare a essere possibile.
Loren si avvicinò.
Elias continuò.
La tua funzione finisce quando smetti di pensare che ogni assenza sia un errore di mappa.
Una pausa.
Una mappa serve a trovare. Ma esistono cose che devono poter restare senza essere trovate.
Elias chiuse gli occhi.
Poi l’ultima parte.
Quando arriverà il momento, ti verrà chiesto di disegnare l’ultima mappa.
Non farlo.
Mara guardò il foglio.
— Molto chiara.
Elias non sorrise.
Sotto c’erano altre righe.
Se la disegnerai, il passaggio diventerà finalmente completo. Tutto avrà una coordinata. Tutto potrà essere raggiunto. Nulla potrà più essere davvero perduto.
Sembra una salvezza.
È la fine della libertà.
Iris si avvicinò.
— Perché?
Elias rilesse.
— Se ogni possibilità è raggiungibile…
— Nessuna scelta è definitiva — disse Mara.
— Sì.
Loren comprese.
— Puoi sempre tornare indietro.
— Recuperare chi hai perso.
— Cambiare.
— Sostituire.
Miriam annuì.
— Nessuno sarebbe più costretto a vivere le conseguenze.
Mara guardò Elias.
— Un mondo senza perdita.
Elias abbassò il foglio.
— E quindi senza scelta.
La stanza rimase ferma.
Era la tentazione perfetta.
Non un’apocalisse.
Non una distruzione.
Qualcosa di molto più pericoloso.
Poter riavere.
Sempre.
La persona morta.
L’amore perso.
La strada non presa.
Il figlio non avuto.
La parola non detta.
L’errore.
La vita alternativa.
Ogni porta aperta.
Per sempre.
Mara sussurrò:
— Nessuno saprebbe più rinunciare.
— No.
— Nessuno dovrebbe.
— No.
— E sembra bellissimo.
— Sì.
— È questo il problema.
Elias piegò la lettera.
— Quando dovrebbe accadere?
Miriam guardò l’orologio.
03:06.
— Non lo so.
— Lia dice “quando arriverà il momento”.
— Sì.
— Come lo riconosco?
Miriam guardò la finestra.
— Credo che sia già arrivato.
Fuori, Varen cambiò.
Non visibilmente.
Non subito.
La luce della cucina tremò.
Poi il cellulare di Mara vibrò.
Lei guardò lo schermo.
Un messaggio.
Da un numero salvato.
JONAS
Mara non respirò.
Elias la guardò.
— Non aprire.
Lei non lo fece.
Il telefono vibrò ancora.
Sono al Ponte Havel.
Mara chiuse gli occhi.
Terzo messaggio.
Questa volta sono arrivato.
Elias sentì qualcosa dietro di sé.
Iris guardava il proprio telefono.
— Papà.
Loren si voltò.
Lei mostrò lo schermo.
Una fotografia.
Una donna che Loren non aveva mai nominato.
In braccio una bambina.
Iris.
Più piccola.
La donna sorrideva.
Sotto:
MAMMA
Loren smise di respirare.
— Non è possibile.
Iris guardò la foto.
— Io la ricordo.
— Tu non hai mai…
— Adesso sì.
Miriam si portò una mano alla bocca.
— È iniziato.
Elias guardò il proprio telefono.
Nessun messaggio.
Poi lo schermo si accese.
Una fotografia.
Lui.
Mara.
Due bambini.
Una casa che non conosceva.
Mara la vide.
Nessuno parlò.
Nella foto erano più vecchi.
Felici.
Almeno sembravano.
Mara sussurrò:
— Non siamo noi.
Elias guardò quella versione della propria vita.
— Potremmo esserlo.
Il telefono vibrò ancora.
Altra foto.
Miriam giovane.
Suo padre vivo.
Loren bambino.
Tutti insieme.
Una vita senza cancellazioni.
Terza.
Ada adulta accanto a Noa.
Samuel uomo.
Un ponte alle loro spalle.
Quarta.
Varen.
Intatta.
Nessuna assenza.
Quinta.
Una mappa.
Bianca.
Al centro una sola scritta:
DISEGNAMI.
Elias alzò gli occhi.
Sul tavolo, accanto alla lettera di Lia, c’era una matita.
Non c’era prima.
Ne era certo.
Mara la guardò.
— Quella…
— Sì.
Iris aprì la propria mappa.
La carta, fino a un momento prima bianca, mostrava una linea.
Una sola.
Partiva dalla casa.
Attraversava Varen.
Finiva in un punto fuori città.
Sotto:
ULTIMA COORDINATA.
Loren guardò Elias.
— Cos’è?
Lui sapeva già la risposta.
— Il posto da cui posso disegnare tutto.
Miriam si alzò.
— Non andare.
Elias la guardò.
— Lia dice di non disegnare.
— Quindi non serve che tu vada.
— Devo vedere.
— No.
— Mamma.
— È così che comincia sempre.
— Cosa?
— Con te che dici che vuoi soltanto capire.
La frase colpì.
Mara guardò Elias.
Lui abbassò gli occhi.
— Ha ragione.
Elias la fissò.
— Anche tu?
— Sì.
— Se non vado non sapremo cosa sta succedendo.
— È esattamente il punto della lettera.
— Potrebbe esserci qualcuno.
— Potrebbe.
— Lia.
— Potrebbe.
— Il contenitore.
— Sì.
— La soluzione.
Mara si avvicinò.
— O la tentazione.
Il telefono vibrò.
Jonas.
Mara lo prese.
Elias la guardò.
Lei cancellò la notifica senza aprirla.
Il gesto fu piccolo.
Doloroso.
— Ecco.
Elias la fissò.
— Cosa?
— Una porta.
— Mara…
— Vorrei sapere.
La voce le tremò appena.
— Vorrei sapere cosa sarebbe successo se fosse arrivato.
— Lo so.
— Vorrei vedere quella vita.
— Lo so.
— Ma non voglio viverla al posto di questa.
Elias non parlò.
Mara lo guardò.
— Questo è scegliere.
Iris cancellò la fotografia della donna.
Le mani tremavano.
Loren la guardò.
— Non devi.
— Sì.
— Potrebbe essere tua madre.
— Potrebbe.
— Iris…
Lei guardò suo padre.
— Ma tu sei mio padre in questa vita.
Loren abbassò gli occhi.
— E se quella foto fosse vera?
— Allora è vera da qualche parte.
— Non vuoi sapere?
Iris pianse.
Una sola lacrima.
— Tantissimo.
Poi spense il telefono.
Elias guardò Miriam.
— Tu cosa avresti recuperato?
Lei non esitò.
— Tuo padre.
Loren chiuse gli occhi.
Miriam sorrise.
— Anche solo per cinque minuti.
— Lo faresti?
— No.
— Perché?
— Perché se aprissi quella porta non so quale altra cosa della mia vita diventerebbe negoziabile.
Elias guardò la matita.
Capì finalmente il pericolo.
Non era disegnare una mappa.
Era disegnare l’accesso.
Dare coordinate a ogni possibilità.
Trasformare il dolore in un problema reversibile.
La perdita in un errore correggibile.
La vita in qualcosa che poteva essere rifatto finché non risultava perfetta.
Nessuno avrebbe più dovuto sopportare il definitivo.
E proprio per questo nessuna scelta avrebbe avuto peso.
— Bruciala.
Mara indicò la matita.
Elias scosse la testa.
— Non serve.
— Perché?
— Ne comparirebbe un’altra.
— Probabile.
Miriam guardò la lettera.
— Lia non ha scritto di distruggerla.
— Ha scritto di non disegnare.
— Sì.
Elias prese la matita.
Mara si irrigidì.
— Elias.
Lui la guardò.
— Non disegno.
— Allora lasciala.
— No.
— Perché?
Elias osservò la linea sulla mappa.
— Voglio portarla con me.
Miriam impallidì.
— Dove?
Elias guardò fuori.
— All’ultima coordinata.
Mara chiuse gli occhi.
— Hai ascoltato qualcosa di quello che abbiamo detto?
— Tutto.
— E vai comunque.
— Sì.
— Perché?
Elias la guardò.
— Perché se devo scegliere di non disegnare, voglio farlo davanti alla mappa.
Mara rimase in silenzio.
Lui continuò.
— Altrimenti sto soltanto evitando.
— E cosa c’è di male?
— Niente.
— Allora?
— Per me sarebbe diverso.
Mara lo fissò a lungo.
Poi annuì.
— Va bene.
Miriam si alzò di scatto.
— No.
Elias si voltò.
— Mamma.
— Non questa volta.
— Devo.
— No.
— Non puoi…
— Posso.
Miriam gli si avvicinò.
— Ti ho lasciato andare una volta.
Nel 2004.
Ti ho lasciato credere che fossi morta.
Ti ho lasciato perdere me perché pensavo fosse l’unico modo per proteggerti.
Gli occhi le si riempirono.
— Non lo faccio più.
Elias sentì la frase.
Miriam gli prese il viso tra le mani.
— Se vai, vengo.
— Non puoi.
— Ho settantatré anni, Elia. Non sono morta.
— Non ho detto questo.
— Lo stavi pensando.
Mara sorrise.
— Lo pensa spesso.
Miriam la guardò.
— Lo so.
— Vi conoscete da dieci minuti.
— Mi basta.
Loren si alzò.
— Veniamo tutti.
Elias scosse la testa.
— No.
— Elias.
— Tu resti qui con Iris.
— Perché?
— Perché qualcuno deve continuare questa vita mentre io vado a guardare le altre.
Loren lo fissò.
La frase fece il suo lavoro.
— Torni.
— Sì.
— Non era una domanda.
Elias sorrise.
— Torno.
Mara lo guardò.
— Questa promessa è misurabile?
Elias prese la giacca.
— Non c’è più nessuno che misura.
— Meglio.
Uscirono in tre.
Elias.
Mara.
Miriam.
La mappa tra le mani.
La matita in tasca.
Varen era stranamente quieta.
Le possibilità continuavano ad apparire ai margini.
Una porta diversa.
Un viso riconosciuto per errore.
Un negozio che qualcuno ricordava con un altro nome.
Ma la città non combatteva più.
Sembrava aver capito che non tutto ciò che poteva essere doveva necessariamente diventare.
Camminarono.
La linea sulla mappa li guidava verso nord.
Fuori dal centro.
Oltre le ultime case.
Dopo venti minuti arrivarono davanti a un campo.
Niente.
Erba.
Pioggia.
Una strada sterrata.
Mara guardò la mappa.
— Qui?
Elias annuì.
— Qui.
Miriam si fermò.
— Conosco questo posto.
Elias la guardò.
— Da quando?
Lei impallidì.
— 1984.
Camminarono nell’erba.
A circa cinquanta metri dalla strada, Miriam si fermò.
— Qui.
Elias guardò.
Niente.
— Cosa?
Miriam indicò il terreno.
— La prima volta non ti trovai dietro l’ospedale.
Elias si irrigidì.
— Cosa?
— Ti trovai qui.
Mara guardò Miriam.
— Hai mentito.
— Sì.
— Perché?
— Adrian mi disse di non portare mai nessuno qui.
Elias guardò il campo.
— E l’ospedale?
— Ti ci portai io.
— Per costruire la storia.
— Sì.
Elias sentì tutto riallinearsi.
Non ospedale.
Campo.
Nessuna coordinata pubblica.
Nessuna conseguenza.
Il vero punto d’arrivo.
— Perché qui?
Miriam guardò la mappa.
— Non lo so.
Elias fece un passo.
Il terreno sotto di lui si illuminò.
Una linea sottile.
Poi un’altra.
Coordinate.
Non geografiche.
Nomi.
Date.
Possibilità.
La mappa tra le mani si aprì.
Non fisicamente.
La carta divenne più grande senza cambiare dimensione.
Dentro comparve tutto.
Varen.
Vela.
Le città senza nome.
Le vite.
Le persone.
Mara.
Jonas.
Loren.
Iris.
Samuel.
Ada.
Miriam.
Lia.
Elian.
Migliaia di Elias.
Milioni di linee.
Ogni cosa.
Al centro una frase.
TRACCIA L’ULTIMA LINEA.
Mara si avvicinò.
— Non farlo.
Elias prese la matita.
— Lo so.
Una voce arrivò dal campo.
Femmina.
Calma.
— Non ancora.
Miriam si voltò.
— Lia.
Una donna uscì dalla pioggia.
Non comparve.
Era semplicemente lì.
Circa sessant’anni.
Capelli corti.
Cappotto chiaro.
Gli stessi occhi della bambina nel disegno.
Elias la guardò.
Nessun ricordo.
Eppure il corpo reagì prima della mente.
Un dolore dolce.
Antico.
Come nostalgia per una stanza che non si ricorda di avere abitato.
La donna sorrise.
— Ciao, Elia.
Lui non riuscì a parlare.
— Ti ricordi di me?
Elias scosse la testa.
Lia sorrise.
— Perfetto.
Mara la guardò.
— Perfetto?
— Sì.
— Perché?
Lia guardò Elias.
— Perché se mi ricordasse completamente, saremmo già troppo vicini.
Elias fece un passo.
— Sei tu.
— A volte.
— Lia.
— È il nome che mi hai dato.
— Chi sei davvero?
Lei sorrise.
— La domanda sbagliata.
Mara sospirò.
— Mi piace anche lei.
Elias la ignorò.
— Hai scritto la lettera.
— Sì.
— Hai lasciato il braccialetto?
Lia annuì.
Miriam chiuse gli occhi.
— Lo sapevo.
— Perché?
Elias mostrò il retro.
NON È IL PRIMO. NON DEVE ESSERE L’ULTIMO.
Lia guardò la frase.
— Perché tu non sei il primo cartografo.
Elias sentì una risposta già nota.
— Lo so.
Lia scosse la testa.
— Non intendo le tue versioni.
Mara si fece seria.
— Allora chi?
Lia guardò il campo.
— Io.
Silenzio.
Elias la fissò.
— Tu sei il cartografo.
— Lo sono stata.
— Prima di me.
— Sì.
— Quando?
Lia sorrise.
— Dopo.
Mara chiuse gli occhi.
— Naturalmente.
Lia la guardò.
— Mi dispiace.
— No. Ormai è quasi affetto.
Elias non sorrise.
— Spiegami.
Lia indicò la mappa.
— Tu sei il cartografo delle assenze.
— Sì.
— Io sono stata la cartografa delle possibilità.
— Cosa significa?
— Ho fatto quello che tu stai per decidere se fare.
Elias guardò la matita.
— Hai disegnato l’ultima mappa.
— Sì.
Miriam impallidì.
— Ma hai scritto di non farlo.
— Perché so cosa succede.
Elias sentì il cuore accelerare.
— Cosa?
Lia guardò Mara.
Poi Miriam.
Infine lui.
— Funziona.
La parola fu peggiore di qualsiasi avvertimento.
— Tutto diventa raggiungibile.
— Sì.
— Le persone perdute.
— Sì.
— Le vite alternative.
— Sì.
— Il passato.
— Sì.
— Il futuro.
— Sì.
— E allora cosa va storto?
Lia lo guardò.
— Nulla.
Elias rimase fermo.
— Non capisco.
— È proprio quello che va storto.
Lia si avvicinò.
— Nessuno soffre più una perdita definitiva.
Nessuno rimane intrappolato in un errore.
Nessuno deve convivere con una scelta irreversibile.
— Sembra…
— Bellissimo.
— Sì.
— Lo è.
Mara la guardò.
— E quindi?
Lia abbassò gli occhi.
— Dopo qualche generazione nessuno sceglie più davvero.
La pioggia cadeva più forte.
— Perché puoi sempre cambiare.
— Sì.
— Tornare.
— Sì.
— Provare un’altra versione.
— Sì.
— E le persone?
Lia guardò Elias.
— Diventano provvisorie.
Mara si irrigidì.
— Come?
— Amori.
Famiglie.
Figli.
Amicizie.
— Se una relazione fa male…
— Ne scegli una versione diversa.
— Se una persona muore…
— La recuperi da un’altra linea.
— Se rimpiangi qualcosa…
— Entri nella vita in cui non l’hai perso.
Mara abbassò gli occhi.
— Nessuno resta.
— Esatto.
Elias guardò Miriam.
Una madre sostituibile.
Un padre recuperabile.
Un fratello diverso.
Una Mara scelta tra centinaia.
La stessa parola che avevano combattuto dall’inizio.
Sostituzione.
Non più imposta dal sistema.
Scelta dalle persone.
Era peggio.
— Cosa hai fatto?
Lia guardò il campo.
— Ho provato a richiudere la mappa.
— E?
— Una volta tracciata, non puoi cancellarla.
— Quindi?
— Ho separato le coordinate.
— Come?
— Creando il contenitore.
Nessuno parlò.
Elias sentì la storia ribaltarsi.
— Tu hai creato il contenitore.
— Non da sola.
— Quando?
— In una storia che non esiste più.
— Prima di Vela?
— Dopo Varen.
Mara si portò una mano alla fronte.
Lia sorrise appena.
— Il contenitore non ha un’origine temporale.
— È una conseguenza futura che ha prodotto il proprio passato — disse Elias.
— Sì.
— Per impedire all’ultima mappa di esistere.
— Sì.
— Quindi tutto questo…
— È il tentativo del mondo di proteggersi da una soluzione perfetta.
Elias guardò la matita.
La figura.
Vela.
Samuel.
Le correzioni.
Le città cancellate.
Tutto nato non perché qualcuno volesse distruggere.
Ma perché qualcuno, un giorno, aveva trovato il modo di non perdere più niente.
— Hai creato un sistema terribile.
Lia non si difese.
— Sì.
— Ha cancellato persone.
— Sì.
— Città.
— Sì.
— Vite.
— Sì.
— Per evitare un mondo senza perdita.
— Sì.
Elias la fissò.
— Chi ti ha dato il diritto?
Lia abbassò gli occhi.
— Nessuno.
La risposta fermò Elias.
Lia continuò.
— È questo che ho impiegato più tempo a capire.
Ho fatto esattamente ciò che hanno fatto tutti dopo di me.
Ho deciso per gli altri.
— Quindi adesso?
— Adesso non decido.
— E lasci a me la scelta.
— Sì.
— È comodo.
— È terribile.
Mara si avvicinò a Elias.
— Non devi farlo adesso.
Lia scosse la testa.
— Sì.
Mara la guardò.
— Perché?
Lia indicò la mappa.
Le linee si stavano accendendo.
Una dopo l’altra.
— Perché il passaggio è aperto.
— E?
— Se Elias non decide, la mappa si completerà da sola.
Miriam impallidì.
— Quanto tempo?
Lia guardò il cielo.
— Fino all’alba.
Elias guardò l’orologio.
03:41.
Mara gli strinse il braccio.
— Quindi due possibilità.
— Sì — disse Lia.
— Disegnare l’ultima linea.
— E rendere tutto raggiungibile.
— Oppure?
Lia guardò Elias.
— Spezzare la matita.
Mara quasi sorrise.
— Semplice.
Lia scosse la testa.
— No.
— Perché?
— Perché non spezzerà soltanto la mappa.
Elias comprese.
— Cosa cancella?
Lia lo guardò.
— Tutte le possibilità che non hanno ancora trovato una conseguenza nel vostro mondo.
Miriam si sedette nell’erba.
Come se le gambe avessero smesso di appartenerle.
— Quante?
— Non lo so.
— Persone?
— Anche.
— Lia…
— Vite non vissute.
Relazioni che potrebbero ancora nascere.
Luoghi.
Scelte.
Futuri.
Mara guardò Elias.
— Quindi se spezzi la matita…
— Chiudiamo la porta.
— Definitivamente.
— Sì.
— Anche sul futuro.
Lia annuì.
— Su tutti i futuri tranne quello che state già vivendo.
Elias sentì la vera scelta.
Non perdita contro salvezza.
Non Varen contro il contenitore.
Possibilità contro libertà.
Se tracciava la linea, ogni possibilità restava accessibile.
Ma nessuna vita sarebbe stata definitiva.
Se spezzava la matita, il mondo conservava una sola direzione.
Ma cancellava anche il diritto di ciò che ancora non era accaduto a diventare diverso.
— Entrambe sono sbagliate.
Lia lo guardò.
— Sì.
— E tu hai scelto la prima.
— Sì.
— Poi hai creato il contenitore per correggerla.
— Sì.
— Quindi anche tu non sai cosa fare.
Lia sorrise.
— Finalmente.
Mara guardò Elias.
— C’è una terza possibilità.
Lia si voltò.
— Non l’ho mai trovata.
Mara alzò le spalle.
— Tu non sei lui.
Elias la guardò.
Quelle parole.
Le aveva già dette a Elian.
Adesso tornavano.
Miriam alzò lentamente il viso.
— Che possibilità?
Mara guardò la matita.
Poi la mappa.
— Non finire la linea.
Elias aggrottò la fronte.
— Lia ha detto che si completa da sola.
— Se resta una mappa.
Silenzio.
Elias la fissò.
— Cosa vuoi dire?
Mara prese la carta dalle sue mani.
La guardò.
Poi la strappò a metà.
Lia urlò.
— NO!
Il campo tremò.
La mappa non si spezzò.
Le due metà continuarono a mostrare linee.
Mara le strappò ancora.
Quattro.
Otto.
Sedici.
— Mara!
— Se una mappa dà coordinate…
Strappò.
— …smettiamo di avere una mappa.
I pezzi caddero nell’erba.
Su ciascuno rimase una porzione.
Una persona.
Una strada.
Una possibilità.
Nessuna completa.
Nessuna raggiungibile da sola.
Elias capì.
— Distribuirla.
Mara ansimava.
— Non una rete.
Non un archivio.
Non un centro.
— Frammenti.
— Sì.
— Nessuno possiede abbastanza per ricostruire tutto.
Lia fissava i pezzi.
— Lo avevo provato.
Mara la guardò.
— A chi li avevi dati?
Lia non rispose.
Elias capì.
— Li avevi catalogati.
— Sì.
— Quindi erano ricostruibili.
— Sì.
Mara sorrise.
— Noi no.
Elias si inginocchiò.
Prese un frammento.
Mostrava soltanto una finestra.
Nessun nome.
Nessuna coordinata.
Lo porse a Miriam.
— Tienilo.
— Perché?
— Non lo so.
Miriam lo prese.
Nessuna voce.
Nessuna reazione.
Elias prese un altro.
Una linea.
Lo diede a Mara.
— Questo?
— Non lo so.
Lei sorrise.
— Bene.
Un altro a Lia.
Lei lo guardò.
— A me?
— Sì.
— Perché?
— Non lo so.
Lia cominciò a piangere.
Il campo smise di tremare.
Le coordinate sulla terra si spensero.
Non tutte.
Una alla volta.
Mara guardò Elias.
— Funziona?
— Non dirlo.
— Giusto.
Lia guardava il proprio frammento.
— Non c’è niente.
— Cosa vedi?
— Un pezzo di strada.
— Quale?
— Non lo so.
— Dove porta?
— Non lo so.
Elias sorrise.
— Perfetto.
Lia rise attraverso le lacrime.
— Ti odio.
— Anche questo sembra di famiglia.
Mara annuì.
— Molto.
Poi la matita nella mano di Elias si spezzò.
Da sola.
Non in due.
In centinaia di schegge.
Caddero nell’erba.
Nessuna aveva abbastanza grafite per disegnare una linea.
Miriam guardò il cielo.
— È finita?
Lia alzò gli occhi.
— No.
— Cosa manca?
Lia guardò Elias.
— Il prezzo.
Mara si irrigidì.
— Naturalmente.
Elias rimase immobile.
— Quale?
Lia indicò i frammenti.
— La mappa non esiste più.
— Sì.
— Quindi nessuno potrà più trovare tutte le possibilità.
— Sì.
— Ma qualcuno deve dimenticare come ricostruirla.
Elias capì.
Miriam disse:
— Chi?
Lia guardò lui.
— Il cartografo.
Mara fece un passo.
— No.
Elias non parlò.
— Cosa dimentica?
— Tutto ciò che riguarda il contenitore.
— No.
— Le mappe.
— No.
— Varen?
Lia annuì.
— In parte.
Mara si avvicinò.
— Noi?
Lia guardò Elias.
— Non lo so.
— Non è una risposta.
— È la verità.
— Tu l’hai già fatto.
— Sì.
— Cosa hai perso?
Lia guardò Elias.
— Lui.
Elias sentì il significato.
— Mi hai dimenticato.
— Sì.
— A tredici anni.
— Sì.
— Per chiudere la tua parte della mappa.
— Sì.
— E per questo io ho dimenticato te.
— La distanza doveva essere reciproca.
Mara si voltò verso Elias.
— No.
Lui la guardò.
— Mara.
— No.
— Non sappiamo…
— È esattamente quello che sappiamo.
Lia si avvicinò.
— Se accetti, quando il processo finisce non ricorderai come sei arrivato qui.
— E il resto?
— Dipenderà da cosa è necessario separare.
— Potrei dimenticare Mara.
Silenzio.
Lia non rispose.
Elias la guardò.
— Dillo.
— Sì.
Mara si voltò.
Camminò qualche metro.
Si fermò.
Non pianse.
Elias avrebbe preferito.
Miriam guardò Lia con rabbia.
— Trova un altro modo.
— Lo sto cercando da più vite di quante ricordi.
— Non m’interessa.
— Miriam…
— Gli hai già portato via abbastanza.
Lia abbassò gli occhi.
— Lo so.
— Allora no.
Elias raggiunse Mara.
Lei non si voltò.
— Dimmi qualcosa.
— Non posso.
— Insultami.
— Non adesso.
— È grave.
Mara rise.
Una volta.
Poi si girò.
Gli occhi lucidi.
— Se dimentichi tutto questo…
— Sì.
— E me?
— Non lo so.
— Io sì.
— Cosa?
— Io ti ricorderò.
Elias la guardò.
— Non è abbastanza.
— Per me potrebbe doverlo essere.
— Mara.
— Non fare quella faccia.
— Quale?
— Quella con cui stai già scegliendo di sacrificarti.
— Non sto…
— Sì.
Lei gli prese il viso.
— Ascoltami.
Non siamo arrivati fin qui per fare di te l’ultima cosa sacrificabile.
— Non c’è nessun sacrificio.
— Dimenticare una persona è una perdita.
— Se salva…
— Non dire “salva”.
Elias tacque.
— Non trasformarmi in una conseguenza utile.
Le parole tornarono.
La lezione del vecchio Elias.
Le relazioni non come strumenti.
— Hai ragione.
Mara annuì.
— Bene.
— Ma potrei comunque scegliere.
— Sì.
— Non per salvarti.
— No.
— Non per salvare Varen.
— No.
— Perché voglio che questa vita resti una vita.
Mara lo guardò.
Questa volta non rispose subito.
Lia li osservava.
Miriam anche.
Il cielo cominciava appena a schiarire molto lontano.
Non alba.
Un avvertimento.
Elias guardò i frammenti nell’erba.
Ogni possibilità dispersa.
Incompleta.
Viva abbastanza da poter essere immaginata.
Non abbastanza da essere raggiunta.
Forse era questo il massimo che una vita poteva chiedere.
Sapere che avrebbe potuto essere diversa.
E restare comunque dentro quella scelta.
— Quanto tempo?
Lia guardò il cielo.
— Poco.
— Cosa devo fare?
— Niente.
Elias sorrise amaramente.
— Ancora.
— Sì.
— E come dimentico?
— Non lo decidi.
— Cosa allora?
— Lasci andare.
— Cosa?
Lia lo guardò.
— La necessità di sapere dove sono tutte le cose che hai perso.
Elias abbassò gli occhi.
Il Cartografo.
Tutta la sua vita.
Misurare.
Disegnare.
Trovare.
Capire.
Tenere traccia.
Non perdere.
La vera rinuncia non era Mara.
Non Miriam.
Non Varen.
Era la domanda.
Dove?
Dove finiscono le persone.
Dove vanno le vite non vissute.
Dove rimane ciò che perdiamo.
Dove sarebbe stata la strada diversa.
Dove ci aspetta ciò che non è accaduto.
Forse non serviva saperlo.
Elias chiuse gli occhi.
Mara era davanti a lui.
Lo sapeva senza guardare.
Miriam poco distante.
Lia.
Il campo.
La pioggia.
Lasciò andare la mappa.
Non i frammenti.
L’idea.
Il bisogno che tutto avesse una posizione.
E per un momento non successe niente.
Poi sentì una voce.
Lontana.
Infantile.
La propria.
Perché così sappiamo che manca.
Elias sorrise.
— No.
Mara sussurrò:
— Cosa?
Lui aprì gli occhi.
— Non serve sapere che manca.
— E cosa serve?
Elias la guardò.
— Accorgersi quando c’era.
Il campo si spense.
Non buio.
Normalità.
La pioggia continuò.
La terra tornò terra.
I frammenti diventarono semplici pezzi di carta.
Lia guardò le proprie mani.
Cominciavano a diventare trasparenti.
Miriam corse verso di lei.
— No.
Lia sorrise.
— Va bene.
Elias si avvicinò.
— Ti dimenticherò?
Lei lo guardò.
— Probabile.
— Di nuovo.
— Sì.
— Mi dispiace.
Lia sorrise.
— A me no.
— Perché?
— Questa volta mi hai conosciuta abbastanza da potermi perdere.
Elias sentì la frase.
Lia lo abbracciò.
Non come una donna di sessant’anni.
Per un attimo il suo corpo fu quello della bambina.
Tredici anni.
Poi adulta.
Poi vecchia.
Poi niente.
Prima di sparire gli sussurrò:
— Non cercarmi.
Elias chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, aveva le braccia vuote.
Miriam pianse.
Mara raccolse uno dei frammenti da terra.
Lo infilò nella tasca.
— Perché quello?
Elias la guardò.
Lei alzò le spalle.
— Non lo so.
Lui sorrise.
— Perfetto.
Camminarono verso la strada.
Dopo alcuni metri Elias si fermò.
— Aspetta.
Mara si voltò.
— Cosa?
Lui guardò il campo.
— Eravamo venuti qui per qualcosa.
Miriam si bloccò.
Mara non respirò.
— Elias.
Lui aggrottò la fronte.
— Cosa?
Mara lo guardò.
Paura.
Questa volta vera.
— Sai chi sono?
Elias la fissò.
Un secondo.
Due.
Poi sorrise.
— Quella della cartellina rossa.
Mara chiuse gli occhi.
— Grigia.
— Era rossa.
Lei rise piangendo.
— Sei insopportabile.
— Trentadue virgola…
Si fermò.
— Cosa?
Elias aggrottò la fronte.
— Niente.
Miriam gli prese il braccio.
— Andiamo a casa.
Elias la guardò.
— Mamma.
Lei quasi cedette.
— Sì.
— Hai sette modi diversi di mescolare il tè.
Miriam scoppiò a piangere.
— Sette giri.
— Lo so.
— Non modi.
— È quello che ho detto.
— No.
— Va bene.
Mara sorrise.
— Direi che funziona ancora.
Salirono in macchina.
Elias guardò fuori.
Varen appariva lontana.
Una città.
Soltanto una città.
Nessuna linea luminosa.
Nessun punto.
Nessuna misura sbagliata.
O forse sì.
Non riusciva più a ricordare perché avrebbe dovuto controllarle.
Gli sembrò stranamente bello.
A metà strada Mara aprì il finestrino.
L’aria fredda entrò.
Elias la guardò.
— Perché?
— Mi andava.
— Fa freddo.
— Chiudilo tu.
Elias allungò la mano.
Poi si fermò.
Lasciò il finestrino aperto.
Mara sorrise.
— Perché?
Elias guardò la strada.
— Non lo so.
Alle 04:26 entrarono a Varen.
Il cartello stradale era al suo posto.
VAREN
Sotto, qualcuno aveva scritto con un pennarello:
NON TUTTO DEVE ESSERE TROVATO.
Elias rallentò.
— Chi l’ha scritto?
Mara guardò il cartello.
Poi lui.
— Non lo so.
Elias avrebbe potuto fermarsi.
Fotografarlo.
Cercare.
Chiedere.
Ricostruire.
Non lo fece.
Continuò a guidare.
Dietro di loro, il cartello rimase.
Per qualche secondo.
Poi la scritta scomparve sotto la pioggia.
La città davanti cominciava a illuminarsi.
Un’alba qualsiasi.
Una strada qualsiasi.
Tre persone dentro un’auto.
Nessuna mappa.
Nessuna coordinata.
E nessuno, per la prima volta, aveva bisogno di sapere con certezza dove stessero andando tutte le cose che avevano scelto di non portare con sé.

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