Il cartografo delle assenze

·

XXIII

QUELLO CHE RESTA QUANDO SMETTI DI CERCARE

Alle sette e dodici del mattino Elias si accorse di non avere più una mappa in tasca.

Lo scoprì cercando le chiavi.

Prima la destra.

Poi la sinistra.

Poi quella interna della giacca, dove per anni aveva infilato fogli piegati, matite, misure annotate in fretta, piccoli errori che prometteva a se stesso di controllare più tardi.

Niente.

Solo le chiavi.

Le prese.

Rimase qualche secondo davanti alla porta.

Mara, dietro di lui, aspettava.

— Problemi?

— No.

— Allora perché non entri?

Elias guardò la serratura.

— Non ricordo quale chiave sia.

Mara lo fissò.

— Quella lunga.

— Come fai a saperlo?

— Perché vivo in un mondo in cui esistono serrature.

Elias provò.

La porta si aprì.

— Impressionante.

— Ho molte qualità.

— Me ne avevano parlato.

Mara smise di sorridere.

— Chi?

Elias la guardò.

Poi abbassò gli occhi sulle chiavi.

— Non lo so.


La casa era esattamente come l’aveva lasciata.

Una tazza nel lavello.

Un libro aperto sul divano.

Una camicia appoggiata sulla sedia invece che nell’armadio.

Sul tavolo, una matita.

Elias si fermò.

Mara la vide.

Nessuno dei due la toccò.

— Era lì?

— Non ricordo.

— Io sì.

— E?

— Non c’era.

Elias si avvicinò.

La matita era normale.

Legno chiaro.

Punta consumata.

Nessuna incisione.

Nessun simbolo.

La prese.

Aspettò.

Non accadde niente.

— Deludente — disse Mara.

— Molto.

La rimise sul tavolo.


Miriam entrò qualche minuto dopo.

Aveva insistito per passare prima da casa propria.

Doccia.

Vestiti puliti.

Sette giri nel tè.

La normalità aveva improvvisamente acquisito una disciplina quasi sacra.

Quando arrivò portava una borsa di carta.

— Mangiate.

Mara guardò dentro.

Pane.

Formaggio.

Mele.

— La fine del mondo è decisamente migliorata.

Miriam appoggiò la borsa.

— La fine del mondo non è mai stata una buona ragione per saltare la colazione.

Elias la guardò.

Sua madre.

Viva.

Nella sua cucina.

La cosa più impossibile di tutte.

E nessuna parete tremava.


— Ti ricordi Lia?

La domanda arrivò senza preparazione.

Elias rimase immobile.

Mara si voltò verso Miriam.

— Perché glielo chiedi?

— Per sapere.

Elias cercò.

Un campo.

Pioggia.

Carta strappata.

Una donna.

Un viso che non riusciva a trattenere.

Più provava a definirlo, più diventava generico.

— Sì.

Miriam si rilassò.

— Cosa ricordi?

— Che c’era.

— Altro?

— Era importante.

— Altro?

Elias scosse la testa.

Miriam abbassò gli occhi.

— Basta.

— Non per me.

— Elia.

— Era tua amica?

— Anche.

— Mia?

Miriam lo guardò.

— Molto.

Elias annuì.

Non insistette.

Mara se ne accorse.

— Tutto qui?

— Tutto qui.

— Non vuoi sapere?

Elias guardò la matita sul tavolo.

— Sì.

— E?

— Sto provando una cosa nuova.

— Quale?

— Non sapere.

Mara sorrise.

— Ti sta malissimo.

— Dammi tempo.


Alle otto meno cinque arrivò Loren con Iris.

Iris aveva dormito ventidue minuti in macchina.

Lo dichiarò come se fosse una certificazione medica.

Loren non aveva dormito.

Si vedeva.

Entrò, abbracciò Miriam, poi Elias.

Nessuno disse niente.

Quando si staccarono, Elias lo trattenne un secondo per la spalla.

— Ti ricordo.

Loren sorrise.

— Che fortuna.

— Non completamente.

Il sorriso sparì.

— Cosa significa?

— Ricordo che sei mio fratello.

— E?

— Ricordo Rosenstrasse.

— E?

— La bicicletta blu.

Loren respirò.

— Era verde.

— No.

— Era verde.

— Blu.

Iris li guardò.

— Siete sopravvissuti alla cancellazione della realtà per litigare sul colore di una bicicletta?

Miriam aprì la borsa del pane.

— Era verde.

Elias la fissò.

— Tradimento.


Risero.

Tutti.

Non molto.

Abbastanza.

Elias pensò che nessuna mappa avrebbe saputo rappresentare quella cosa.

Cinque persone in una cucina.

Una madre che aveva avuto un funerale.

Due fratelli che si erano dimenticati.

Una ragazza che aveva vissuto senza documenti.

Una donna che avrebbe potuto scegliere un’altra vita e non l’aveva fatto.

E lui.

Il cartografo senza mappa.

Non servivano coordinate.

Erano lì.


Alle otto e diciassette suonarono.

Miriam alzò gli occhi.

— Aspettate qualcuno?

Nessuno rispose.

Elias andò alla porta.

Aprì.

Nadir Holt aveva il cappotto sbottonato.

Capelli spettinati.

Il vecchio quaderno nero stretto contro il petto.

Sembrava avesse corso.

— Devo parlare con te.

Elias lo guardò.

— Entra.

Nadir non si mosse.

— Prima devi dirmi una cosa.

— Quale?

— Ho una zia?


Elias sentì Mara alzarsi dietro di lui.

Nadir continuò.

— Non dirmi il nome.

— Perché?

— Non lo so.

— Nadir…

— Stamattina mi sono svegliato e c’era una sedia.

Elias lo fissò.

— Dove?

— A casa mia.

— Una sedia.

— Sì.

— È insolito?

Nadir rise.

Una risata nervosa.

— Era apparecchiata.


Miriam comparve nel corridoio.

Quando vide Nadir, impallidì.

— Entra.

Nadir la guardò.

— Lei sa.

Miriam annuì.

— Entra.


Si sedettero.

Nadir posò il quaderno sul tavolo.

Non lo aprì.

— Mio padre apparecchiava sempre per quattro.

— Eravate in tre — disse Elias.

— Sì.

— Tua madre, tuo padre, tu.

— Sì.

— E la quarta sedia?

Nadir guardò il tavolo.

— Diceva che gli piaceva avere spazio.

Miriam chiuse gli occhi.

— Non era vero.

— Lo so adesso.

— Come?

Nadir si passò una mano sul viso.

— Stamattina ho messo tre tazze.

— Vivi solo — disse Mara.

Nadir la guardò.

— Lo so.

— Allora perché tre?

— Una per me.

Indicò un punto immaginario.

— Una per mio padre.

Un altro.

— E una…

Si fermò.


Elias non pronunciò il nome.

Nessuno lo fece.

Nadir aprì il quaderno.

Una pagina che Elias ricordava vuota non lo era più.

C’era il disegno di un tavolo.

Quattro sedie.

Tre occupate.

Una vuota.

Sotto, grafia infantile:

PAPÀ DICE CHE NON SI TOGLIE LA SEDIA A CHI POTREBBE TORNARE.

Nadir sfiorò la frase.

— Questa è la mia scrittura.

— Quanti anni avevi? — chiese Iris.

— Otto. Credo.

— Non ricordi di averla scritta.

— No.

— Ma riconosci la grafia.

— Sì.

Elias guardò il disegno.

Una conseguenza.

Non un nome.

Non una fotografia.

Non una coordinata.

Una sedia rimasta al proprio posto per decenni.


Qualcuno bussò.

Non il campanello.

Tre colpi leggeri.

Nadir smise di respirare.

Miriam guardò Elias.

Elias non si alzò.

— Vai tu.

Nadir lo fissò.

— Perché?

— Perché hanno bussato a te.

— Questa è casa tua.

— Non credo importi.


Nadir raggiunse la porta.

La mano rimase sulla maniglia.

— Se è lei?

Elias non rispose.

— Come faccio a saperlo?

— Non lo so.

— Elias.

— Apri.


Nadir aprì.

Ada era sul pianerottolo.

Aveva ancora il cappotto della notte.

Capelli umidi.

Il bottone che aveva dato a Noa non c’era più.

Guardò Nadir.

Lui guardò lei.

Nessun lampo.

Nessuna parete deformata.

Nessun nome comparve sui muri.

Nadir rimase fermo.

Ada sorrise appena.

— Ciao.

Lui non rispose.

Lei abbassò gli occhi.

— Va bene.

Fece mezzo passo indietro.

Nadir parlò.

— Mio padre lasciava una sedia vuota.

Ada si fermò.

— Sempre.

Nadir deglutì.

— Per chi?

Ada lo guardò.

Gli occhi si riempirono.

— Per qualcuno che non riusciva a ricordare.

Nadir abbassò il viso.

— No.

Ada aspettò.

— Non è vero.

Lei non si mosse.

Nadir alzò nuovamente gli occhi.

— Lui ti ricordava.


Ada smise di respirare.

— Cosa?

— Non il nome.

Nadir indicò il quaderno.

— Ma la sedia sì.

Ada portò una mano alla bocca.

— Tuo padre…

— Ha apparecchiato per te tutta la vita.


Nessuno intervenne.

Nadir la guardò.

Ancora senza riconoscerla davvero.

Eppure qualcosa nel suo corpo aveva già scelto.

Fece un passo.

— Papà aveva ragione.

Ada pianse.

— Su cosa?

Nadir sorrise.

— Che un giorno avrei capito perché quella sedia non poteva essere spostata.

Ada abbassò la testa.

Poi rise.

Una risata piccola.

Quasi infantile.

Elias la riconobbe.

La stessa che aveva custodito quando nessuno doveva più pronunciare il suo nome.

Questa volta non ebbe bisogno di custodirla.

Era di Ada.

Poteva restare con lei.


Nadir non l’abbracciò subito.

Fu meglio così.

Le indicò la cucina.

— Vuoi sederti?

Ada guardò le sedie.

Ce n’erano cinque.

Miriam ne prese una dalla stanza accanto.

La aggiunse.

Nessuno contò più.


Più tardi Sofia chiamò.

Non c’erano emergenze.

Era la prima telefonata di Sofia che Elias ricordasse senza una catastrofe allegata.

— L’anagrafe è un disastro.

— Quanto?

— Dipende da cosa consideriamo una persona.

— Non ricominciamo.

— Sto scherzando.

Elias rimase in silenzio.

— Sofia.

— Sì?

— Era una battuta?

— Credo.

— Stai bene?

— No.


Gli raccontò che alcune persone tornate durante la notte erano rimaste.

Altre no.

Alcune avevano documenti.

Altre soltanto qualcuno disposto a dire: io lo conosco.

Un uomo del 1956 aveva ritrovato il proprio pianoforte.

Una donna comparsa in una casa del Distretto III aveva deciso di andarsene quando aveva capito che lì viveva ormai un’altra famiglia.

Due fratelli si erano riconosciuti.

Una madre aveva rifiutato di incontrare una versione adulta del figlio che aveva perso bambino.

Nessuno sapeva cosa fosse giusto.

E, per la prima volta, nessun ufficio stava cercando di stabilirlo.

— Cosa state facendo?

— Sedie.

— Cosa?

— Mettiamo sedie.

Elias sorrise.

— Spiegati.

— Chi arriva si siede. Gli diamo qualcosa da mangiare. Poi ascoltiamo.

— E dopo?

— Vediamo.

— Non è molto amministrativo.

— Sto attraversando una fase ribelle.


Quando chiuse la chiamata, Mara era alla finestra.

— Stai sorridendo.

— Sofia mette sedie.

— Rivoluzionario.

— Pare di sì.

Mara lo guardò.

— Come stai?

Elias pensò.

— Non lo so.

— Bene.

— Perché?

— È una risposta che ultimamente porta fortuna.


Verso mezzogiorno la casa si svuotò.

Nadir uscì con Ada.

Non sapevano dove andare.

Ada propose una passeggiata.

Nadir disse che odiava passeggiare.

Uscì con lei lo stesso.

Loren e Iris tornarono a casa.

Miriam rimase.

Mara pure.

Elias fece una doccia.

Dormì quarantatré minuti.

Quando si svegliò, per qualche secondo non ricordò Varga.

Poi tornò.

Non tutto.

Un simbolo.

Carta.

Un uomo.

Un archivio.

Le informazioni sembravano fotografie lasciate troppo al sole.

C’erano ancora.

Ma i contorni cominciavano a perdere precisione.


Scese in cucina.

Miriam dormiva sul divano.

Mara sedeva al tavolo.

Davanti aveva il frammento preso nel campo.

Elias lo riconobbe.

— Cosa c’è?

Lei glielo mostrò.

Un pezzo di carta.

Una linea nera.

Nient’altro.

— Prima non era così.

— Com’era?

— C’era un tratto di strada.

Elias si sedette.

— Sei sicura?

— Sì.

— Quale strada?

Mara esitò.

— Non ricordo.

Elias prese il frammento.

Lo girò.

Sul retro c’era qualcosa.

Una lettera.

F

Mara si chinò.

— Era già lì?

— No.

— Sicuro?

Elias la guardò.

— No.


Aspettarono.

La lettera non cambiò.

— Potrebbe essere qualsiasi cosa — disse Mara.

— Sì.

— Un segno della carta.

— Sì.

— Una stampa.

— Sì.

— Non sembri convinto.

— Non lo sono.

Mara riprese il frammento.

— Allora facciamo quello che abbiamo imparato.

— Cioè?

Lo infilò in tasca.

— Niente.


Alle quattordici e trentuno Elias tornò al Dipartimento Cartografico.

Non avrebbe saputo spiegare perché.

Mara venne con lui.

L’edificio era quasi vuoto.

Alcuni dipendenti erano tornati.

Altri avevano deciso che, dopo una notte in cui la città aveva quasi sostituito se stessa con tutte le proprie possibilità, un giorno di permesso fosse ragionevole.

Elias non li giudicò.

Salì al proprio piano.

La porta dell’ufficio era aperta.

La scrivania intatta.

Cartelle.

Righelli.

Monitor.

La cartellina grigia.

Mara la vide.

— Vedi?

— Cosa?

— Grigia.

Elias la prese.

— Questa non è quella.

— Elias.

— Quella era rossa.

— Hai un problema.

— Tu hai un problema cromatico.


Si sedette.

Accese il computer.

Password.

La ricordava.

Aprì il programma cartografico.

Varen apparve.

Normale.

Strade.

Edifici.

Coordinate.

Nessuna zona bianca.

Nessuna distanza impossibile.

Elias ingrandì Rosenstrasse.

Il civico 14 esisteva.

Il 16.

Il 18.

Tutti.

Misurò una parete.

Dodici metri e quaranta.

La planimetria diceva dodici metri e quaranta.

Misurò il corridoio.

Quattro e ventidue.

Quattro e ventidue.

Mara lo osservava.

— Ti dà fastidio.

— Moltissimo.

— Perché?

— È tutto giusto.

— Terribile.

— Non sai quanto.


Elias chiuse il programma.

Sul desktop c’era una cartella che non ricordava.

ASSENZE

La fissò.

Mara la vide.

— Non aprirla.

— Perché?

— Perché lo vuoi.

— Ottimo criterio.

— Finora ha funzionato.

Elias portò il cursore sopra la cartella.

Si fermò.

Poi lo spostò.

— Bene — disse Mara.

— Non fare la maestra.

— Sono orgogliosa.

— Peggio.


Il computer emise un suono.

La cartella si aprì da sola.

Mara smise di sorridere.

Dentro c’era un unico file.

Nessun nome.

Solo una data.

17_11_2026

Elias guardò l’orologio.

14:36.

— Pensavo non ci fosse più una scadenza.

— Anch’io.

Aprì il file.

Mara non lo fermò.


Era una mappa di Varen.

Ma non quella attuale.

Non una precedente.

Era incompleta.

Metà città disegnata.

L’altra metà bianca.

Al centro una linea.

Nessuna coordinata.

In basso una frase.

LA MAPPA NON È STATA COMPLETATA.

Mara si avvicinò.

— Lo sappiamo.

Sotto comparve una seconda riga.

CORRETTO.

Elias si immobilizzò.

— Hai visto?

— Sì.

Terza riga.

ERA NECESSARIO.

Mara guardò Elias.

— Non mi piace.

— Nemmeno a me.

Quarta.

ORA NON DISEGNARE.

Elias si sporse.

— Chi sei?

Scrisse la domanda.

Niente.

Aspettò.

Il cursore lampeggiò.

Poi:

NON SONO UNA FUNZIONE.


Mara inspirò.

— Il bambino.

Elias ricordò.

La figura.

La dissoluzione.

Il piccolo che non aveva un nome.

— Potrebbe.

Digitò.

Hai scelto un nome?

Risposta:

SÌ.

Elias aspettò.

— Non ce lo dice?

Mara lo guardò.

— Magari ha imparato la privacy.

Comparve una nuova frase.

NON È IMPORTANTE PER VOI.

Mara indicò lo schermo.

— Visto?

Elias quasi sorrise.

Digitò:

Perché sei qui?

La risposta impiegò molto più tempo.

NON SONO QUI.


Elias sentì freddo.

— Dove sei?

Nessuna risposta.

— Elias.

— Aspetta.

Scrisse:

Dove sei?

Il cursore lampeggiò.

NON LO SO.

Elias si rilassò.

Mara pure.

Poi comparve altro.

MA HO TROVATO QUALCOSA CHE NON APPARTIENE A NESSUNA DELLE VOSTRE POSSIBILITÀ.


Elias non toccò la tastiera.

Mara lesse due volte.

— Cosa significa?

— Non lo so.

Una nuova riga.

NON È VAREN.

Poi:

NON È VELA.

Poi:

NON È IL CONTENITORE.

Una pausa.

NON È UNA VARIANTE.

Elias sentì il cuore accelerare.

Digitò:

Cos’è?

Il cursore rimase fermo.

Dieci secondi.

Venti.

Trenta.

Poi:

UNA PAGINA.


Mara si voltò verso Elias.

— Una cosa?

Lui non rispose.

Sul monitor:

NON SO COSA SIA UNA PAGINA.

Elias avvicinò il viso.

— Allora perché la chiami così?

Scrisse.

La risposta:

PERCHÉ C’È SCRITTO SOPRA.

— Cosa?

Elias digitò:

Cosa c’è scritto?

Il cursore lampeggiò.

Poi smise.

Il file si chiuse.


Desktop.

Cartella ASSENZE.

Niente altro.

Mara espirò.

— Bene.

— Bene?

— Non volevo saperlo.

— Io sì.

— Lo so.

Elias riaprì la cartella.

Il file non c’era più.

Al suo posto:

PAGINA_23


Mara impallidì.

Elias non si mosse.

— Ventitré — disse lei.

— Sì.

— Ti dice qualcosa?

Elias cercò.

Niente.

— No.

— A me neppure.

Elias fece doppio clic.

Il file si aprì.

Bianco.

Poi apparve una frase.

Alle quattordici e trentuno Elias tornò al Dipartimento Cartografico.

Nessuno respirò.

Mara guardò l’orologio del computer.

Poi Elias.

Lui scorse.

Seconda frase.

Non avrebbe saputo spiegare perché.

Elias si alzò.

La sedia arretrò.

Mara si avvicinò allo schermo.

Le righe continuavano.

Mara venne con lui.

L’edificio era quasi vuoto.

Alcuni dipendenti erano tornati.

Mara sussurrò:

— Elias.

Lui non rispose.

Scorsero più velocemente.

La cartellina grigia.

La discussione sul colore.

La cartella ASSENZE.

La mappa incompleta.

Il bambino.

La pagina.

Tutto.


Arrivarono all’ultima riga disponibile.

Elias fece doppio clic.

Sotto:

Il file si aprì.

Poi:

Bianco.

Mara arretrò.

— Sta descrivendo quello che abbiamo già fatto.

Elias guardò il cursore.

— No.

— Cosa?

Una nuova frase apparve.

Mara arretrò.

Mara rimase immobile.

Sul monitor:

— Sta descrivendo quello che abbiamo già fatto.

Elias sentì il sangue abbandonargli il volto.

La riga successiva:

Elias guardò il cursore.

Poi:

— No.

Mara guardò lui.

— Non dirlo.

Troppo tardi.

Sul monitor comparve:

— Cosa?


Nessuno dei due parlò più.

Il cursore lampeggiava.

Aspettava.

Poi apparve una frase che nessuno aveva ancora pronunciato.

Mara si avvicinò alla finestra.

Mara non si mosse.

Elias la guardò.

Lei guardò lo schermo.

Cinque secondi.

Dieci.

— Non farlo.

— Non avevo intenzione.

La frase rimase.

Niente accadde.

Mara sorrise lentamente.

— Sbagliato.

Elias non sorrise.

— Aspetta.

La frase scomparve.


Ne apparve un’altra.

Mara decise di non avvicinarsi alla finestra.

Il sorriso le morì.

— No.

Elias si alzò.

Nuova riga:

Elias si alzò.

Lui si fermò.

Altra:

Lui si fermò.

Mara guardò il monitor.

— Spegnilo.

Elias allungò la mano.

Mara gli disse di spegnerlo.

Elias ritrasse la mano.

Elias ritrasse la mano.


Il cursore lampeggiò.

Poi una frase diversa.

Non descriveva nessuno dei due.

Questa non è una mappa.

Elias sentì la gola secca.

Seconda:

Una mappa viene dopo il territorio.

Terza:

Questa viene prima.


Mara si sedette.

Non perché il file lo avesse scritto.

La frase comparve un istante dopo.

Mara si sedette.

Lei guardò Elias.

— Prima o dopo?

— Dopo.

— Sei sicuro?

— Sì.

Sul monitor:

Elias non era sicuro.


Mara smise di guardare lo schermo.

— Andiamocene.

Elias non rispose.

— Elias.

Lui indicò il monitor.

In fondo alla pagina stava comparendo qualcosa.

Una riga.

Lentamente.

Come se chi la stesse scrivendo avesse esitato.

Mara aveva già pronunciato una volta un nome che non apparteneva a Varen.


Elias la guardò.

Lei impallidì.

— Cosa significa?

Lui sentì qualcosa.

Non un ricordo.

Una sensazione.

Una crepa.

Una parola sentita senza sapere dove.

Mara portò una mano alla fronte.

— Io…

— Cosa?

— C’è un nome.

Elias rimase immobile.

— Quale?

Mara chiuse gli occhi.

Per un istante sembrò sul punto di pronunciarlo.

Poi li riaprì.

— Non riesco.


Il file continuò.

Non era stato un errore.

Pausa.

Non era stata una variante.

Pausa.

Non proveniva dal contenitore.

Elias si avvicinò.

L’ultima frase comparve lentamente.

Proveniva da qui.


Il cursore scese.

Una riga vuota.

Poi:

FINE DELLA PAGINA 23

Niente altro.


Elias e Mara rimasero davanti allo schermo.

Per molto tempo.

Nessuno parlò.

Fu Mara a rompere il silenzio.

— Quante pagine ci sono?

Elias guardò la cartella.

Un nuovo file stava comparendo.

Non era ancora completo.

Prima una lettera.

P

Poi:

PA

Poi:

PAG

Elias spense il monitor.

Buio.


Mara lo guardò.

— Non vuoi sapere?

Elias rimase con la mano sul pulsante.

— Sì.

— Molto?

— Più di qualsiasi altra cosa.

— E allora?

Elias guardò il proprio riflesso nello schermo nero.

Dietro di lui Mara.

L’ufficio.

La finestra.

Varen.

Tutto contenuto dentro una superficie che, spenta, non raccontava niente.

— Domani.

Mara aggrottò la fronte.

— Perché domani?

Elias prese la giacca.

— Perché oggi voglio fare qualcosa che quella pagina non sappia già.

— Tipo?

Elias la guardò.

— Non lo so.

Mara sorrise.

— Finalmente stai imparando.


Uscirono dall’ufficio.

La porta si chiuse.

Il corridoio rimase vuoto.

Per alcuni secondi non accadde nulla.

Poi il monitor, nella stanza deserta, si accese da solo.

La cartella ASSENZE era aperta.

Il nuovo file aveva terminato di formarsi.

PAGINA_24

Rimase chiuso.

Sotto comparve una sola riga.

Non apparteneva alla mappa.

Non apparteneva a Varga.

Non apparteneva al contenitore.

Non apparteneva a nessuna delle versioni conosciute di Varen.

Diceva soltanto:

NON LASCIATE CHE ELIAS LEGGA IL FINALE.

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