Se

·

Vale per sempre

Il cartoncino si è spezzato lungo la piega.

Non del tutto.

Le due metà restano unite da una striscia sottile, abbastanza resistente da impedire alle parole di separarsi.

L’ho trovato nel portafoglio che non uso più, nascosto dietro una tessera scaduta e alcune ricevute diventate bianche. Era lì da diciassette anni.

Sul davanti c’è un cuore storto, colorato oltre i bordi.

Dentro, una frase scritta con lettere grandi:

BUONO PER UN POMERIGGIO SOLO IO E TE.

Sotto, in caratteri più piccoli:

Vale per sempre.

Ho riconosciuto la sua grafia prima ancora di ricordare il giorno.

Le E avevano troppe linee. La R di sempre era stata corretta con un tratto più scuro. Nell’angolo aveva disegnato noi due: io molto alto, lei con le braccia aperte e sei dita in ogni mano.

Non avevo mai usato quel buono.

Lo avevo conservato.

Per anni avevo considerato questa la parte più tenera della storia.

Ora so che è la peggiore.

E se avessi capito che non mi aveva regalato un cartoncino, avrei scelto subito un giorno.

Non un giorno perfetto.

Un martedì qualunque, un pomeriggio di pioggia, una domenica con la casa in disordine. Avrei scritto la data sul retro e le avrei detto:

— Preparati. Oggi lo usiamo.

Lei non aveva stabilito che cosa fare.

Non aveva chiesto un parco, un giocattolo, un gelato.

Aveva chiesto di essere sola con me.

A quell’età, considerava il mio tempo un luogo nel quale desiderava entrare senza doverlo dividere con nessuno.

Io presi il buono tra le dita, la baciai sulla fronte e dissi:

— Questo lo tengo per un’occasione speciale.

Lei sorrise.

Non sapeva ancora che gli adulti chiamano speciale il tempo che non trovano mai il coraggio di vivere.

Ci sono regali che si rovinano quando li usiamo. Il tempo si rovina quando non lo facciamo.

Per alcune settimane me lo ricordò.

— Quando facciamo il nostro pomeriggio?

Io controllavo gli impegni anche quando non avevo bisogno di farlo.

— Presto.

— Domani?

— Domani vediamo.

Lei accettava.

I bambini credono che presto sia una data. La aspettano con la stessa precisione con cui aspettano il compleanno.

Un sabato si presentò davanti a me con lo zainetto sulle spalle.

Dentro aveva messo una bottiglietta d’acqua, due biscotti avvolti nella carta e un pupazzo al quale mancava una scarpa.

— Sono pronta.

Stavo lavorando.

Ricordo lo schermo acceso, i fogli sul tavolo, la penna ferma tra le dita. Non ricordo nulla di ciò che mi sembrava tanto urgente.

— Per cosa?

La domanda le tolse il sorriso.

— Per il buono.

Guardai l’orologio.

Le spiegai che avremmo avuto poco tempo, che il tempo stava cambiando, che sarebbe stato meglio rimandare.

Lei tolse lo zaino.

— Va bene.

Non protestò.

Appoggiò i biscotti sul tavolo.

— Questi puoi mangiarli tu.

E se quel giorno avessi chiuso il computer, avremmo avuto il nostro pomeriggio.

Non importava dove.

Potevamo camminare fino alla fine della strada, sederci su una panchina, inventare nomi per le persone che passavano. Avremmo diviso quei biscotti e bevuto dalla stessa bottiglia.

Il pupazzo senza scarpa sarebbe venuto con noi.

Io avrei ricordato ogni cosa.

Invece mangiai i biscotti mentre continuavo a lavorare.

Lei trascorse il pomeriggio nella stanza accanto.

A pochi metri da me.

Fu la prima volta in cui la rimandai pur avendola abbastanza vicina da sentire i suoi passi.

Dopo quel giorno me lo chiese ancora.

Sempre meno.

All’inizio portava il buono con sé. Lo estraeva da una tasca e lo teneva davanti al petto come una prova.

— Non è scaduto.

— Lo so.

— C’è scritto per sempre.

— Appunto. Abbiamo tempo.

Quella frase mi rassicurava.

Abbiamo tempo.

Non avevo compreso che ogni volta che la pronunciavo, il tempo al quale mi riferivo era già diventato più piccolo.

E se avessi saputo leggere ciò che accadeva tra una richiesta e la successiva, avrei visto la sua attesa cambiare forma.

Prima era impazienza.

Poi speranza.

Infine educazione.

Aveva imparato a domandare soltanto quando mi vedeva libero. In seguito smise di fidarsi anche di quei momenti: una persona può essere seduta sul divano e continuare a non avere spazio per te.

Una sera mi trovò davanti alla televisione.

— Adesso potremmo.

Le risposi che ero stanco.

— Non devi fare niente — disse. — Stiamo soltanto insieme.

Avrei dovuto sentire quanto poco fosse rimasto della richiesta iniziale.

Non voleva più uscire.

Non chiedeva un pomeriggio.

Era disposta a ridurre il proprio desiderio fino a farlo entrare nella mia stanchezza.

Dissi:

— Domenica, promesso.

Quella domenica arrivò.

Non il nostro pomeriggio.

Le promesse non mantenute insegnano agli altri a desiderare meno di noi.

Crescendo, cominciò ad avere impegni suoi.

Compiti, amiche, telefonate, pomeriggi nei quali usciva senza raccontarmi ogni dettaglio. Io osservavo quella nuova autonomia con orgoglio e una sottile malinconia.

— Ormai non hai più tempo per tuo padre — le dicevo.

Ridevo.

Anche lei rideva.

Nessuno dei due nominava gli anni in cui era stata lei ad aspettare.

Un giorno le proposi di uscire insieme.

Avevo alcune ore libere.

— Facciamo un giro?

Stava preparando lo zaino.

— Oggi non posso.

Provai una delusione ingiusta.

Mi sembrò che stesse rifiutando qualcosa di importante. Non riconobbi nella sua voce la stessa naturalezza con cui le avevo detto di no tante volte.

— Sarà per un’altra volta — risposi.

Lei annuì.

Aveva imparato bene la mia lingua.

E se avessi capito che i figli ci restituiscono il tempo nello stesso modo in cui glielo abbiamo consegnato, non avrei aspettato che fosse libera quando finalmente lo ero io.

Avrei protetto il suo desiderio mentre esisteva.

Non avrei preteso di ritrovarlo intatto anni dopo, disponibile soltanto perché avevo smesso di essere occupato.

Il buono rimase nel portafoglio.

Ogni tanto lo vedevo e sorridevo. Mi dicevo che glielo avrei mostrato da grande. Sarebbe stato un ricordo tenero, la prova di quanto mi volesse bene.

Non pensavo contenesse anche la prova di quanto l’avevo fatta aspettare.

Questa sera gliel’ho portato.

Era seduta al tavolo con il suo calendario aperto e il telefono accanto. Le ho mostrato il cuore disegnato male.

Ha riconosciuto il cartoncino.

— Lo hai ancora?

— L’ho conservato bene.

Mi aspettavo che sorridesse.

Ha fatto scorrere il pollice sulla piega.

— Non lo hai mai usato.

Non c’era rimprovero.

Soltanto precisione.

Ho provato a scherzare.

— C’è scritto che vale per sempre.

Lei ha sollevato gli occhi.

— Il buono sì.

Ha lasciato la frase incompleta.

Non serviva altro.

E se potessi usarlo oggi, sceglierei quel sabato.

Non questo.

Vorrei la bambina con lo zaino già pronto, i biscotti avvolti nella carta, il pupazzo senza una scarpa. Vorrei la sua impazienza ancora intera, prima che imparasse a ridurla per non disturbarmi.

Oggi potremmo trascorrere insieme un pomeriggio bellissimo.

Ma non sarebbe quello.

La bambina che mi aspettava nella stanza accanto non esiste più. È diventata una donna capace di riempire da sola le proprie giornate.

Ho rimesso il cartoncino sul tavolo.

— Tienilo tu.

Lei lo ha spinto verso di me.

— Era tuo.

Solo allora ho compreso.

Avevo creduto che conservarlo significasse aver dato valore al suo regalo.

Ma lei non mi aveva regalato qualcosa da custodire.

Mi aveva regalato una bambina di pochi anni, pronta ad aspettarmi sulla porta con tutto ciò che riteneva necessario per essere felice.

Il cartoncino valeva per sempre.

Lei, a quell’età, no.

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