Il cartografo delle assenze

·

XXIV

FUORI DALLA MAPPA

Elias non aspettò il giorno dopo.

Resistette tre ore e diciassette minuti.

Alle diciannove e quarantadue era di nuovo davanti al Dipartimento Cartografico.

Mara lo guardò dal sedile accanto.

— Tre ore.

— Tre ore e diciassette.

— Impressionante.

— Grazie.

— Non era un complimento.

— Lo prendo comunque.

Mara spense il motore.

Nessuno dei due scese.

Il palazzo era quasi completamente buio.

Una sola finestra illuminata.

Terzo piano.

L’ufficio di Elias.

Mara la indicò.

— Avevi spento tutto.

— Sì.

— Sicuro?

— Sì.

— Quindi qualcuno è dentro.

— Oppure qualcosa.

— Preferivo qualcuno.

Elias aprì la portiera.

— Anch’io.


Il portone era chiuso.

La chiave funzionò.

Nessun allarme.

Nessun rumore.

Salirono a piedi.

Al secondo piano Mara si fermò.

— Elias.

Lui si voltò.

— Se quella pagina dice qualcosa su di me…

— Non la leggerò.

— Non era quello che stavo per dire.

— Cosa allora?

Mara salì un gradino.

— Non crederle.

Elias la guardò.

— Nemmeno se dice qualcosa di bello.

— Soprattutto se dice qualcosa di bello.

— Perché?

Lei riprese a salire.

— Le cose belle sono quelle a cui obbediamo più facilmente.


La porta dell’ufficio era aperta.

Il monitor acceso.

La cartella ASSENZE al centro dello schermo.

Dentro:

PAGINA_24

Elias rimase sulla soglia.

La frase della notte precedente gli tornò in mente.

NON LASCIATE CHE ELIAS LEGGA IL FINALE.

Mara entrò.

— Possiamo andarcene.

— Sì.

— Adesso.

— Sì.

Nessuno si mosse.

Mara sospirò.

— Siamo pessimi.

— Molto.


Elias si sedette.

Il file era chiuso.

Portò la mano sul mouse.

Si fermò.

— Mara.

— Sì.

— Se lo apro…

— Lo so.

— Non sappiamo cosa cambia.

— Lo so.

— Potrebbe essere soltanto un file.

— Non lo credi.

— No.

— Nemmeno io.

Elias guardò lo schermo.

— Allora perché siamo qui?

Mara si appoggiò alla scrivania.

— Perché esiste una differenza tra non voler sapere e scegliere di non sapere.

Elias sorrise.

— Questa l’ho già sentita.

— Da chi?

Lui cercò.

Una donna.

Pioggia.

Un campo.

Un nome che si stava scolorendo.

— Non ricordo.

Mara annuì.

— Allora tienila lo stesso.


Elias spostò il cursore.

Non sul file.

Sul cestino.

Trascinò PAGINA_24.

Il computer chiese:

ELIMINARE DEFINITIVAMENTE?

Mara trattenne il respiro.

Elias cliccò.

SÌ.

Il file scomparve.

Niente.

Il monitor rimase acceso.

La cartella vuota.

Mara sorrise.

— Tutto qui?

— Sembra.

— Quasi offensivo.

Elias si alzò.

Il file ricomparve.


Nessuno disse niente.

PAGINA_24

Mara si avvicinò.

— Ostinata.

Elias lo eliminò di nuovo.

Riccomparve.

Una terza volta.

Riccomparve.

Una quarta.

Questa volta con un nome diverso.

NON_PUOI_CANCELLARE_CIÒ_CHE_STAI_VIVENDO

Mara lo lesse.

— Presuntuoso.

Elias non sorrise.

Aprì il file.


Pagina bianca.

Una sola frase.

Elias aprì il file.

Sotto:

Mara disse:

Poi niente.

Il cursore lampeggiava.

Mara guardò Elias.

— Non parlo.

La frase apparve.

— Non parlo.

Mara chiuse gli occhi.

— Fantastico.

— Fantastico.

— Basta.

— Basta.

Elias le prese la mano.

Mara tacque.

Sul monitor:

Elias le prese la mano.

Poi:

Mara tacque.


Elias lasciò la mano.

Scrisse sulla tastiera:

CHI SEI?

La domanda rimase.

Nessuna risposta.

Scrisse:

SEI TU CHE SCRIVI?

Niente.

Poi una riga.

NO.

Elias si immobilizzò.

Mara si chinò.

— Allora chi?

La pagina rispose.

NON LO SO.

Mara guardò Elias.

— Questa risposta comincia a perseguitarci.


Elias digitò:

COME FAI A SAPERE COSA FACCIAMO?

Risposta:

NON LO SO PRIMA.

Elias corrugò la fronte.

ALLORA PERCHÉ APPARE PRIMA CHE ACCADA?

Questa volta la risposta tardò.

PER VOI APPARE PRIMA.

Mara si irrigidì.

— Per noi.

Elias scrisse:

E PER TE?

NON ESISTE PRIMA.


Silenzio.

Elias guardò la pagina.

Non futuro.

Non previsione.

Non profezia.

Qualcosa di diverso.

— Sta vedendo tutto insieme.

Mara scosse la testa.

— Oppure siamo noi a vedere una riga alla volta.


La pagina cambiò.

Le frasi precedenti scomparvero.

Comparve:

IL CARTOGRAFO CREDEVA CHE OGNI COSA AVESSE BISOGNO DI UNA POSIZIONE.

Seconda riga.

POI HA SCOPERTO CHE ESISTONO COSE CHE RESTANO VERE ANCHE SENZA SAPERE DOVE SONO.

Terza.

GLI MANCA ANCORA UNA COSA.

Elias scrisse:

QUALE?

La risposta:

CAPIRE CHE ANCHE LUI È DA QUALCHE PARTE.


Mara si raddrizzò.

— Questa non mi piace.

— Perché?

— Perché suona come una minaccia.

Elias guardò la frase.

— No.

— Cosa allora?

— Una coordinata.

— Di chi?

Elias non rispose.


La stampante si accese.

Da sola.

Un foglio uscì lentamente.

Bianco.

Poi un secondo.

Un terzo.

Mara si avvicinò.

— Elias.

Sul primo c’erano parole.

Lui lo prese.

Lesse.

Varen non esiste. Forse.

Elias smise di respirare.

— Cosa c’è? — chiese Mara.

Lui le mostrò il foglio.

Lei lesse.

— Questa frase…

— Sì.

— La conosco.

— Da dove?

Mara cercò.

— Non lo so.


Secondo foglio.

Elias lo prese.

C’erano poche righe.

Parlavano di una città.

Di un uomo che misurava pareti.

Di una stanza che non coincideva con la propria pianta.

Elias riconobbe qualcosa.

Non il testo.

La vita.

— Sono io.

Mara prese il foglio.

— È l’inizio.

— Di cosa?

Lei lo guardò.

— Non lo so.


Terzo foglio.

Un altro episodio.

Ada.

Armand.

Varga.

Il nome di Loren.

Elias sfogliò.

La stampante continuava.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Pagine.

La sua vita.

Non tutta.

Soltanto quella parte.

Da quando aveva cominciato a misurare ciò che mancava.

Mara raccolse un foglio.

— Qui ci sono cose che non sapevamo ancora.

— Adesso le sappiamo.

— No.

Gli mostrò una frase.

Era un pensiero di Elias.

Qualcosa che non aveva mai pronunciato.

— Nessuno poteva saperlo.

Elias lesse.

Lo ricordava.

Aveva pensato esattamente quello.

Non l’aveva detto.

Non l’aveva scritto.


La stampante si fermò.

Ventitré gruppi di pagine.

Poi iniziò il ventiquattresimo.

Elias e Mara si guardarono.

Nessuno parlò.

Il primo foglio uscì.

In alto:

XXIV

Sotto:

FUORI DALLA MAPPA


Mara si sedette.

— No.

Elias prese il foglio.

Prima riga.

Elias non aspettò il giorno dopo.

Seconda.

Resistette tre ore e diciassette minuti.

Lui guardò l’orologio.

Mara prese le pagine.

Le scorse.

Parcheggio.

Scale.

Ufficio.

File.

Tutto.

Arrivò al punto in cui si trovavano.

Poi le pagine diventavano bianche.

— Finiscono qui.

Elias si avvicinò.

— Quindi non è scritto.

— O non ancora.


La stampante ripartì.

Una pagina.

Una sola frase.

Mara si voltò verso la porta.

Mara rimase immobile.

Elias guardò il foglio.

Poi lei.

Mara sorrise.

— No.

La frase sul foglio cambiò.

L’inchiostro si mosse.

Mara decise di non voltarsi verso la porta.

Il sorriso sparì.

Elias prese il foglio.

Lo strappò.

— Non serve.

Mara lo guardò.

— Cosa?

— Non sta decidendo.

— Allora?

— Sta raccontando.


Elias guardò i pezzi a terra.

— Qualunque cosa facciamo, può scriverla.

— Sì.

— Anche quando cambiamo idea.

— Sì.

— Quindi non ci controlla.

Mara comprese.

— Ci segue.

— Esatto.

— Come una mappa.

Elias la guardò.

— No.

— Perché?

— Una mappa segue ciò che esiste nello spazio.

Indicò le pagine.

— Questo segue ciò che accade.


Mara rimase in silenzio.

Poi guardò i ventiquattro gruppi.

— Una storia.

Elias sentì la parola.

Non ebbe bisogno di altro.

Una storia.

Varga aveva provato a usare le storie per dare conseguenze alle possibilità.

La figura aveva imparato a misurarle.

Lia aveva disperso le coordinate.

Ma nessuno aveva mai chiesto la cosa più semplice.

Dove finisce una storia quando viene raccontata?


Elias prese una pagina.

— Se questa è una storia…

Mara completò:

— Qualcuno la sta leggendo.

Silenzio.

La luce dell’ufficio tremò.

Una volta.


Elias guardò Mara.

— Hai sentito?

— Cosa?

— Niente.

— Molto utile.

— No.

Si avvicinò alle pagine.

— Quando hai detto “qualcuno la sta leggendo”…

La luce tremò di nuovo.

Mara alzò gli occhi.

— Non mi piace.

— A me sì.

— Naturalmente.


Elias prese la matita dalla scrivania.

La stessa del mattino.

Sul retro dell’ultima pagina scrisse:

CI SEI?

Aspettò.

Niente.

Mara lo guardò.

— A chi stai scrivendo?

— Non lo so.

— Elias.

— Se qualcuno legge…

— Non significa che possa rispondere.

— Lo so.

— E allora?

— Voglio vedere.

Mara sospirò.

— Il tuo epitaffio sarà “voleva vedere”.


Elias lasciò il foglio sul tavolo.

Si voltò.

Andò alla finestra.

Varen sotto di lui.

Viva.

Imperfetta.

Una città che aveva finalmente smesso di chiedere a ogni cosa un documento che certificasse il diritto di esistere.

Quando tornò al tavolo, sotto la domanda c’era una parola.

SÌ.


Mara indietreggiò.

— Tu l’hai scritto?

— No.

— Elias.

— No.

La grafia non era la sua.

Non era quella di Varga.

Non era di Lia.

Non apparteneva a nessuno che riconoscesse.

Elias prese la matita.

CHI SEI?

Aspettarono.

La risposta arrivò.

NON IMPORTA.

Elias scrisse:

PER ME SÌ.

Risposta:

LO SO.


Mara guardò la porta.

— Io preferivo il contenitore.

Elias quasi rise.

Scrisse:

SEI FUORI DA VAREN?

SÌ.

FUORI DAL CONTENITORE?

SÌ.

FUORI DALLE VARIANTI?

SÌ.

Elias esitò.

Poi:

FUORI DALLA STORIA?

La risposta tardò.

Molto.

Infine:

NO.


Elias fissò quella parola.

— Non è fuori.

Mara si avvicinò.

— Allora dov’è?

Elias scrisse:

DOVE SEI?

La risposta:

DALL’ALTRA PARTE.

— Di cosa? — sussurrò Mara.

Elias lo scrisse.

DI COSA?

L’inchiostro comparve lentamente.

DELLA PAGINA.


Mara chiuse gli occhi.

Elias rimase immobile.

Il mondo non tremò.

Varen non scomparve.

Nessuna strada cambiò.

Ed era proprio questo a rendere quella risposta insopportabilmente precisa.


Mara guardò le pagine.

— Quindi qualcuno…

— Sì.

— Ci sta leggendo.

— Sembra.

— Adesso.

— Non sappiamo cosa significhi “adesso” dall’altra parte.

Mara lo fissò.

— Ti odio quando diventi interessante.

— Grazie.


Elias prese la matita.

Stava per scrivere ancora.

Mara gli fermò la mano.

— No.

— Perché?

— Perché hai già fatto questa cosa.

— Quale?

— Hai trovato qualcosa che non capisci e vuoi trasformarlo in una mappa.

Elias guardò la propria mano.

La matita.

La pagina.

Aveva ragione.

Ancora.


Posò la matita.

— Bene.

Mara annuì.

— Bene.

— Non chiediamo altro.

— No.

— Non vogliamo sapere chi è.

Mara esitò.

— Moltissimo.

— Mara.

— Ma non chiediamo.


Raccolsero le pagine.

Non per archiviarle.

Elias le mise in una scatola senza numerarle.

Senza indice.

Senza ordine.

Mara lo osservò.

— Questo ti sta facendo male fisicamente.

— Molto.

— Vuoi almeno mettere il capitolo uno sopra?

— No.

— Stai crescendo.

— Smettila.


Quando uscirono, Elias lasciò il computer acceso.

La cartella ASSENZE rimase aperta.

Nessun file nuovo.


Il giorno successivo Varen continuò.

Fu questa la cosa più sorprendente.

I tram passarono.

I negozi aprirono.

Qualcuno litigò per un parcheggio.

Qualcuno nacque.

Qualcuno morì.

Una donna restituì un libro con sei mesi di ritardo.

Un bambino perse un guanto.

Nessuno organizzò una commissione per stabilire in quale possibilità fosse finito.


Sofia creò un piccolo ufficio senza nome.

Niente moduli prestampati.

Solo sedie.

Chi arrivava raccontava.

Chi voleva restare veniva aiutato.

Chi voleva andare poteva farlo.

Quando qualcuno le chiese quale fosse il regolamento, rispose:

— Stiamo cercando di non averne uno abbastanza stupido da diventare più importante delle persone.

Il Comune non apprezzò.

Sofia considerò la cosa un successo.


Otto Lehm tornò al suo pianoforte.

Non ricordava tutte le note.

Il pianoforte neppure.

Funzionavano bene insieme.


Noa andava ogni settimana nel punto in cui aveva sentito Samuel.

Non cercava di farlo uscire.

Tre colpi.

Pausa.

A volte due rispondevano.

A volte niente.

Quando niente arrivava, Noa tornava a casa.

Aveva imparato che anche il silenzio poteva essere una risposta senza essere un abbandono.


Ada e Nadir cenarono insieme per la prima volta.

Nadir apparecchiò per tre.

Ada guardò la sedia vuota.

— Chi aspetti?

Nadir sorrise.

— Mio padre.

Ada non disse che era morto.

Nadir lo sapeva.

La sedia rimase.

Non per farlo tornare.

Perché era stato lì.


Loren registrò ufficialmente Iris.

Il modulo chiedeva:

MADRE

Iris lasciò lo spazio vuoto.

L’impiegata disse che non si poteva.

Iris rispose:

— Guardi meglio.

L’impiegata guardò.

Si poteva.


Miriam tornò a essere viva anche nei documenti.

Fu più difficile che tornare a esserlo per Elias.

Per l’amministrazione, una donna morta da ventidue anni rappresentava un problema considerevole.

Miriam portò certificati.

Testimoni.

Fotografie.

Poi perse la pazienza.

— Sono qui.

L’impiegato spiegò che non era sufficiente.

Miriam si sporse sul banco.

— Per mia esperienza è un requisito abbastanza importante.

Tre settimane dopo ebbe una carta d’identità.

Nella fotografia era venuta malissimo.

Ne fu felicissima.


Elias tornò a lavorare.

Cartografo.

Non delle assenze.

Cartografo comunale.

Strade.

Marciapiedi.

Edifici.

Confini.

Cose che avevano la cortesia di restare ferme abbastanza a lungo da poter essere misurate.

Ogni tanto trovava un errore.

Prima lo avrebbe seguito.

Adesso controllava se creava un problema.

Se non lo creava, lo lasciava.

I colleghi iniziarono a preoccuparsi.


Mara continuò a bere il caffè amaro.

Un mattino Elias la guardò.

— Perché non metti zucchero?

Mara si fermò.

Jonas.

Il ponte.

La valigia.

Una vita possibile.

Sorrise.

— Perché mi piace così.

Era vero.

Ormai.


Passarono due mesi.

Una sera Elias e Mara uscirono dal Dipartimento insieme.

Pioveva.

Varen rifletteva le luci sull’asfalto.

Arrivati all’incrocio, Mara indicò a destra.

— Io vado di qua.

Elias indicò sinistra.

— Io di là.

Rimasero fermi.

— Bene — disse Mara.

— Bene.

Nessuno si mosse.

— Elias.

— Sì?

— Questa è la parte in cui una persona normale propone di bere qualcosa.

— Ah.

— Sì.

— Non sono molto preparato.

— L’avevo notato.


Elias guardò a destra.

Poi a sinistra.

— Caffè?

— Sono le otto di sera.

— Vino?

— Non bevo con uomini che discutono il colore delle cartelline.

— Era rossa.

Mara fece per andarsene.

Elias le prese la mano.

Lei si fermò.

— Questa è manipolazione.

— Molto probabile.

— Funziona.

— Bene.


Camminarono senza decidere prima dove.

Dopo due isolati Mara disse:

— Ti ricordi la notte?

Elias sapeva quale.

— A pezzi.

— Il contenitore?

— Sì.

— Lia?

Elias cercò.

— Poco.

— La pagina?

Si fermò.

— Sì.

— Hai mai pensato di tornare a vedere?

— Ogni giorno.

— E?

— Non sono tornato.

Mara sorrise.

— Sono impressionata.

— Grazie.

— Questa volta era un complimento.


Trovarono un piccolo locale.

Nessuno dei due lo conosceva.

Entrarono.

Due bicchieri.

Un tavolo vicino alla finestra.

Parlarono.

Non di Varen.

Non di mappe.

Non di persone cancellate.

Di cose infinitamente meno importanti.

E quindi indispensabili.

Mara raccontò di aver rotto una lavatrice.

Elias sostenne che non fosse possibile rompere una lavatrice caricandola male.

Mara spiegò con grande precisione che era possibile.

Elias raccontò di aver comprato una pianta.

— È già morta?

— Sta attraversando una fase complessa.

— È morta.

— Non essere categorica.


A un certo punto tacquero.

Non perché mancassero parole.

Perché non servivano.

Mara guardava fuori.

Elias guardava lei.

Se ne accorse.

— Cosa?

— Niente.

— Mi stai fissando.

— Sto osservando.

— Peggio.

— Deformazione professionale.

Mara sorrise.

— E cosa hai misurato?

Elias pensò.

— Niente.

— Stai migliorando.


Lei tornò a guardare la strada.

Elias le prese la mano.

Non c’era nessun motivo.

Nessun esperimento.

Nessun sistema da confondere.

Nessuna compatibilità da aumentare.

Mara intrecciò le dita alle sue.

— Perché?

Elias sorrise.

— Non lo so.

Lei lo guardò.

Questa volta fu lei ad avvicinarsi.

Il bacio arrivò senza che nessuno avesse bisogno di stabilire quale dei due avesse percorso la distanza.

Breve.

Quieto.

Nessuna città tremò.

Nessuna mappa cambiò.

Nessuna versione scomparve.

Quando si separarono, Mara guardò intorno.

— Deludente.

Elias sorrise.

— Molto.


Quella notte Elias tornò a casa a piedi.

Non prese la strada più corta.

Non seppe perché.

Passò davanti al Dipartimento.

Le finestre erano buie.

Continuò.

Poi si fermò.

Una luce.

Terzo piano.

Il suo ufficio.


Rimase sul marciapiede.

Poteva salire.

Non lo fece.

La luce si spense.

Elias riprese a camminare.


Nell’ufficio vuoto, il computer si accese.

La cartella ASSENZE comparve sul desktop.

Un file.

Nessun numero.

Nessun titolo.

Si aprì.

Pagina bianca.

Una frase.

Elias non salì.

Poi:

Finalmente.


Il cursore lampeggiò.

Per alcuni secondi.

Una nuova riga.

Possiamo chiudere qui.

Pausa.

Varen continuerà anche senza essere raccontata.

Il cursore scese.

Poi qualcosa cambiò.

La grafia.

Non più quella uniforme del sistema.

Non quella di Varga.

Non quella di Elias.

Una grafia umana.

Incerta.

Quasi frettolosa.

Scrisse:

Credi davvero?


Il cursore rimase fermo.

Poi la prima grafia rispose.

CHI SEI?

La seconda:

Non importa.

SEI DENTRO VAREN?

No.

DENTRO UNA VARIANTE?

No.

DALL’ALTRA PARTE DELLA PAGINA?

Una pausa.

Sì.


La prima grafia attese.

HAI UN NOME?

La seconda non rispose subito.

Quando lo fece, scrisse una sola parola.

Francesco.


Il monitor tremò.

Una riga apparve immediatamente.

NOME NON PRESENTE IN ALCUNA MAPPA.

Risposta:

Lo so.

NESSUNA DATA DI NASCITA.

Meglio così.

NESSUNA COORDINATA.

Pausa.

Dipende da dove guardi.


Il cursore lampeggiò.

SEI TU CHE HAI SCRITTO VAREN?

Questa volta la risposta tardò.

Molto.

No.

Pausa.

L’ho ascoltata.


Il sistema non rispose.

La seconda grafia continuò.

Le storie non appartengono completamente a chi le scrive.

Arrivano.

Chiedono spazio.

A volte scelgono qualcuno disposto a restare abbastanza a lungo da sentirle.

Pausa.

Io ho soltanto aperto la porta.


La prima grafia:

ALLORA CHI HA SCRITTO QUESTA STORIA?

La risposta non arrivò.

Un minuto.

Due.

Poi:

Elias.

Pausa.

Mara.

Pausa.

Ada.

Noa.

Miriam.

Loren.

Tutti quelli che hanno scelto qualcosa quando avrebbero potuto scegliere altro.


La prima grafia insistette.

NON È UNA RISPOSTA.

La seconda:

È l’unica che ho.


Poi apparve una domanda.

Questa volta nessuno avrebbe saputo stabilire quale delle due grafie l’avesse scritta.

E CHI STA LEGGENDO?

Silenzio.

Il cursore lampeggiò.

Una volta.

Due.

Tre.


Poi comparvero parole che non appartenevano a nessuna delle due grafie.

PRESENZA RILEVATA.

Pausa.

NESSUNA COORDINATA.

Pausa.

NESSUNA COMPATIBILITÀ CALCOLABILE.

Pausa.

CONSEGUENZA: LETTURA.


La pagina rimase immobile.

Poi:

QUINDI ESISTE.


Il monitor si spense.


Molto lontano da quell’ufficio, Elias dormiva.

Miriam probabilmente aveva lasciato accesa la luce del corridoio.

Loren avrebbe continuato a sostenere che la bicicletta fosse verde.

Iris avrebbe trovato il modo di lasciare vuota una casella che qualcuno considerava obbligatoria.

Nadir avrebbe apparecchiato una sedia in più.

Noa avrebbe bussato tre volte.

Mara avrebbe bevuto il caffè senza zucchero.

E da qualche parte un bambino senza funzione avrebbe scelto un nome che nessuno di loro aveva bisogno di conoscere.

Varen continuava.

Non perfetta.

Non risolta.

Non completamente coerente.

Viva.


Al mattino Elias trovò sulla scrivania un foglio.

Non ricordava di averlo lasciato.

Lo prese.

Era bianco.

Quasi.

In basso, nell’angolo destro, qualcuno aveva scritto una frase.

Non cercare chi racconta.

Sotto:

Chiediti perché hai ascoltato.

Elias la lesse due volte.

Poi girò il foglio.

Niente.

Lo rimise sulla scrivania.

Non cercò la grafia.

Non controllò le telecamere.

Non misurò il foglio.

Non aprì la cartella ASSENZE.

Prese il cappotto.

Uscì.


Prima di chiudere la porta, guardò l’ufficio.

Per un istante ebbe la strana sensazione che qualcuno lo stesse osservando.

Non dalla finestra.

Non dal corridoio.

Da molto più lontano.

E, nello stesso tempo, incredibilmente vicino.

Elias sorrise.

— Va bene.

Chiuse la porta.


Sul tavolo il foglio rimase solo.

La luce della mattina avanzò lentamente sulla carta.

Per qualche secondo non accadde nulla.

Poi, sotto la frase, apparve un’ultima riga.

Non era rivolta a Elias.

Non era rivolta a Mara.

Non era rivolta a Varen.

Era dall’altra parte.

Adesso tocca a te decidere se tutto questo è accaduto.

La luce raggiunse l’inchiostro.

La frase scomparve.

Rimase soltanto il foglio.

Bianco.

Senza coordinate.

Senza prove.

Esattamente come una città che nessuna mappa è mai riuscita a trovare.

E che, da qualche parte, qualcuno aveva appena finito di attraversare.

Varen non esiste.

Forse.

FINE O INIZIO DI QUALCOSA

2 risposte a “Il cartografo delle assenze”

  1. Ecco di nuovo Francesco 😉

    1. Eccolo…volevo esserci è la prima volta che entro in un testo

Rispondi

Il mio Blog

Una parte fondamentale della mia vita? Nascondermi tra le mie emozioni e ricercare dentro me le parole, ogni parola.

Iscriviti

Scopri di più da Silenzio Letteraio - Nel Silenzio del Tempo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere