Se

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Dopo l’amen

Il quaderno era rimasto aperto sul comodino.

Non ricordavo di averlo lasciato così. Le pagine si erano incurvate per l’umidità e il nastro che teneva insieme il dorso cominciava a staccarsi.

L’avevo comprato molti anni prima per raccogliere le mie preghiere.

Sulla prima pagina avevo scritto una data. Sotto, un elenco.

La salute di mio padre.
Il lavoro.
Un esame importante.
La paura che qualcuno non tornasse.
Il nome di una persona alla quale non riuscivo a perdonare qualcosa.

Accanto ad alcune richieste c’era un segno di matita. Una linea sottile, tracciata in fretta.

Voleva dire che quella preghiera era stata esaudita.

Ho continuato a sfogliare.

Altre date. Altri nomi. Altre paure affidate a Dio come si consegnano dei fogli allo sportello, sperando che qualcuno, dall’altra parte, sappia dove portarli.

Molte richieste erano state cancellate.

Non avevo scritto una sola volta grazie.

E se avessi riletto prima quelle pagine, avrei scoperto che non conservavano soltanto ciò che avevo domandato.

Custodivano tutto quello che avevo ricevuto senza tornare a riconoscerlo.

Mi sedevo sul bordo del letto quando la casa era ormai silenziosa.

Univo le mani.

Chinavo il capo.

Cominciavo sempre nello stesso modo, con parole imparate da bambino, poi arrivavo rapidamente a ciò che mi premeva. Chiedevo protezione, sollievo, una soluzione. Domandavo che il dolore passasse, che una porta si aprisse, che una persona cambiasse idea.

Parlavo sottovoce per non svegliare nessuno.

Ma dentro avevo fretta.

Anche davanti a Dio.

Pronunciavo l’amen, spegnevo la lampada e mi infilavo sotto le coperte. Qualche volta controllavo ancora il telefono. Altre ripercorrevo nella mente la giornata successiva.

Non rimanevo mai.

Avevo trasformato la preghiera in un luogo dal quale uscire appena avevo finito di parlare.

Dicevo di cercare una risposta. In realtà cercavo soltanto una soluzione che avesse la forma dei miei desideri.

Una sera mia figlia entrò nella stanza mentre pregavo.

Era piccola. Indossava un pigiama troppo lungo e trascinava sul pavimento la coperta che avrebbe dovuto tenere nel letto.

Aspettò che dicessi amen.

— Con chi parlavi?

— Con Dio.

Guardò il punto vuoto davanti a me.

— E adesso cosa dice lui?

Sorrisi.

Le spiegai che Dio non risponde come rispondiamo noi. Che bisogna ascoltarlo nel cuore, negli avvenimenti, nelle persone.

Lei rimase immobile.

— Ma tu non hai ascoltato.

Lo disse senza accusarmi. Era soltanto la constatazione di una bambina che aveva visto qualcuno terminare una conversazione e alzarsi.

Le sistemai la coperta sulle spalle.

— È tardi. Torna a dormire.

La accompagnai in camera, le rimboccai le coperte e chiusi la porta.

Non tornai a sedermi.

E se avessi preso sul serio quella domanda, avrei ricominciato da capo.

Non la preghiera.

Il silenzio.

Avrei lasciato le mani aperte sulle ginocchia. Avrei resistito all’impulso di riempire ogni istante con un’altra richiesta. Avrei ascoltato il respiro della casa, i tubi nelle pareti, il vento contro le persiane.

Avrei capito che non tutto ciò che tace è assente.

Invece continuai a domandare segni.

Li volevo chiari, immediati, impossibili da confondere.

Quando arrivavano in una forma diversa, non li riconoscevo.

Pregai perché mio padre guarisse e, il giorno in cui il medico ci rassicurò, dissi che avevamo trovato uno specialista bravo.

Pregai perché il lavoro non finisse e, quando arrivò una nuova occasione, pensai di essere stato capace.

Pregai perché una persona tornasse a parlarmi e, quando il telefono finalmente squillò, aspettai qualche istante prima di rispondere per non sembrare troppo coinvolto.

Avevo chiesto quelle cose in ginocchio.

Le avevo ricevute in piedi.

E da quella posizione mi sembravano mie.

Ci sono grazie che chiamiamo coincidenze soltanto per non dover ammettere di essere stati ascoltati.

Una notte la paura fu più forte delle parole.

Rimasi seduto al buio con il quaderno chiuso tra le mani. Non sapevo più che cosa domandare. Tutte le frasi mi sembravano insufficienti.

Dissi soltanto:

— Non lasciarmi solo.

Poi attesi.

Per pochi secondi.

Dal corridoio arrivò una luce. Mia moglie comparve sulla porta, ancora assonnata. Non mi chiese niente. Si sedette accanto a me e appoggiò la testa sulla mia spalla.

Io pensai che si fosse svegliata per caso.

Le accarezzai una mano e, dopo qualche minuto, le dissi che potevamo tornare a dormire.

E se avessi riconosciuto la risposta, non avrei avuto bisogno di sentire una voce dal cielo.

Era entrata scalza nella stanza.

Aveva i capelli spettinati.

Mi teneva la mano.

Avevo chiesto di non essere lasciato solo e qualcuno, senza sapere nulla della mia preghiera, si era alzato nel cuore della notte per venirmi accanto.

Ma io continuavo ad aspettare Dio mentre Dio mi raggiungeva attraverso le persone che amavo.

Negli anni mi lamentai spesso del suo silenzio.

Lo feci nei giorni difficili, quando ogni domanda sembrava tornare indietro intatta. Lo feci anche nei giorni felici, senza accorgermi che la felicità era già una risposta alla quale non avevo rivolto nessuna domanda.

Dicevo:

— Non sento niente.

Intanto mia figlia rideva nella stanza accanto.

Mia moglie lasciava una tazza calda vicino alla mia mano.

Mio padre pronunciava ancora il mio nome al telefono.

Il mio cuore continuava a battere senza che io dovessi ricordarglielo.

Non era silenzio.

Era una lingua che non avevo imparato perché pretendevo che fosse Dio a parlare la mia.

Questa sera ho ripreso il quaderno.

Ho cercato tutte le linee di matita. Accanto a ciascuna ho scritto ciò che era accaduto.

È tornato.
È guarito.
Siamo rimasti insieme.
La porta si è aperta.
Ho trovato la forza.
Sono stato perdonato.

A un certo punto ho dovuto fermarmi.

La pagina era piena di risposte.

Mancavo soltanto io, dall’altra parte, a riceverle.

E se avessi saputo che la gratitudine è il modo in cui una preghiera torna a casa, non avrei lasciato tutte quelle parole lontane da me.

Avrei ringraziato per le cose grandi.

E ancora di più per quelle che non avevo mai pensato di chiedere: la chiave che gira nella serratura quando chi ami rientra; una voce che dalla cucina domanda se desideri qualcosa; il posto che qualcuno continua a lasciarti accanto a sé; la mano che ti cerca nel sonno per controllare che tu sia ancora lì.

Ho chiuso il quaderno.

Mi sono seduto sul bordo del letto.

Ho unito le mani, poi le ho riaperte.

Questa volta non ho domandato nulla.

Dopo l’amen sono rimasto.

Nel silenzio ho sentito mia moglie respirare. Dal corridoio arrivava un filo di luce. In un’altra stanza, qualcuno si è girato nel letto. Sotto il palmo, il mio cuore continuava il proprio lavoro ostinato.

Non è accaduto niente.

Ed è stato allora che ho riconosciuto tutto.

Avevo trascorso la vita chiedendo a Dio un segno.

Non avevo mai capito che il segno era ciò che rimaneva, ogni volta che riaprivo gli occhi.

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