Certe cose diventano visibili soltanto quando smettono di appartenere al loro posto.
La sedia
Al bar ci sono sei tavolini.
Tutte le sedie guardano verso la strada.
Tranne una.
È girata verso il muro.
Non capovolta, non abbandonata.
Semplicemente al contrario.
Mi siedo al tavolo accanto e la guardo.
Naturalmente.
Ormai ho sviluppato una preoccupante predisposizione per le cose che non collaborano con l’ordine generale.
Cinque sedie hanno capito tutto.
Strada.
Passanti.
Macchine.
Mondo.
Lei no.
Lei guarda un muro.
E devo ammettere che ha una certa personalità.
Mi viene in mente quanto tempo passiamo a controllare di essere rivolti nella stessa direzione degli altri.
Si fa così.
Si pensa così.
Alla tua età dovresti.
Alla tua età non dovresti più.
Questa cosa è normale.
Quell’altra un po’ meno.
E noi, diligentemente, spostiamo la sedia.
Un centimetro alla volta.
Fino a quando guardiamo tutti dalla stessa parte.
Il problema è che stare nella posizione corretta non garantisce affatto una bella vista.
Quella sedia, invece, ha davanti un muro.
Niente di entusiasmante.
Ma almeno è il suo.
Arriva il cameriere.
Prende la sedia e la gira verso la strada.
Ecco.
Risolto.
Adesso sono tutte perfettamente allineate.
Le guardo.
Non so perché, ma mi piacevano di più prima.
Poi il cameriere viene verso di me.
— Il solito?
Annuisco.
E mi accorgo che sono seduto esattamente come tutti gli altri.
Guardo la strada.
Guardo la sedia.
Poi mi giro verso il muro.
Solo per vedere che effetto fa.
Niente.
È un muro.
Anche la ribellione, ogni tanto, viene parecchio sopravvalutata.

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