Ci sono storie che non cominciano quando iniziamo a raccontarle.
Prima di noi c’erano già delle strade.
C’erano finestre illuminate la sera, mani che apparecchiavano tavole, passi che attraversavano stanze nelle quali non saremmo mai entrati.
C’erano persone che si amavano senza sapere che, molto tempo dopo, qualcosa di quell’amore sarebbe arrivato fino a noi.
È da questa sensazione che nasce Prima di noi.
Non dal desiderio di raccontare ciò che è stato, ma da una domanda più intima:
quanto di ciò che siamo è cominciato prima che arrivassimo?
Ci sono luoghi che sembrano ricordare.
Oggetti che sopravvivono alle mani.
Parole che attraversano gli anni senza essere state pronunciate per noi e che, inspiegabilmente, un giorno finiscono per riguardarci.
E poi c’è il tempo.
Quello che crediamo passato e che invece rimane nascosto nelle cose, nelle case, nelle abitudini, perfino in certi silenzi che non sappiamo spiegare.
Prima di noi cammina lì.
Tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo ereditato senza accorgercene.
È una storia da leggere lentamente, lasciando che siano i dettagli ad avvicinarsi.
Senza cercare subito risposte.
Senza avere fretta di capire dove conduca.
Perché alcune storie non chiedono di essere scoperte.
Chiedono soltanto che qualcuno, molti anni dopo, si fermi abbastanza a lungo da sentirle ancora respirare.
E questa, prima di diventare nostra,
era già la storia di qualcuno.
Ho scritto questo progetto nel momento più buio della mia vita.
Non lo sapevo ancora, mentre lo scrivevo, ma stava diventando un motivo. Un motore. Una risorsa necessaria per non cadere nel più grande dei tranelli: smettere di credere.
Ci sono stati giorni in cui non avevo molto da offrire alla vita. Allora offrivo una pagina. Poi un’altra. E un’altra ancora.
Scrivere Prima di noi non ha cancellato ciò che stavo attraversando. Mi ha dato, semplicemente, qualcosa verso cui andare mentre lo attraversavo.
Quando l’ho terminato e l’ho riletto, ho sentito il desiderio quasi istintivo di trasformarlo in qualcosa che rimanesse per sempre. Di consegnargli il compito di ricordare. Di farne una specie di luogo nel quale poter tornare e dire: io sono stato qui.
Poi ho capito che sarebbe stato ingiusto.
Ci sono momenti della nostra vita ai quali non dobbiamo costruire un monumento. Non tutto ciò che ci ha feriti merita di essere ricordato per sempre. Alcune cose hanno già avuto il loro tempo, il loro peso, il loro spazio.
E non volevo concedere al buio un ruolo più grande di quello che aveva avuto.
Così ho lasciato Prima di noi esattamente dove doveva stare.
Non come il ricordo di ciò che mi stava accadendo.
Ma come la prova di ciò che, mentre accadeva, sono riuscito a fare.
Continuare.
Scrivere.
Credere ancora.
Per questo non so se Prima di noi sia il progetto più importante
So soltanto che, tra tutte le storie che ho provato a salvare con le parole, questa è stata l’unica che, per un tratto di strada,
ha salvato me.
dal 15 Settembre

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