Capitolo II — Il nome dietro il vetro
La luce rimase accesa per sette minuti.
Tommaso li contò.
Non perché avesse deciso di farlo, ma perché quando qualcosa non possiede una spiegazione la mente comincia a misurarlo, come se i numeri potessero renderlo meno assurdo.
Sette minuti.
Dall’altra parte del cortile la finestra era tornata ad avere le tende chiare.
Nessuna persiana.
Nessuna donna.
Soltanto una stanza illuminata da una lampada che Tommaso non riusciva a vedere.
Si avvicinò al vetro.
La pioggia aveva lasciato piccole gocce sulla parte esterna della finestra. Mantova, oltre il cortile, era diventata un insieme di tetti scuri e chiarori trattenuti.
Guardò ancora.
La luce si spense.
22:30.
Tommaso rimase fermo.
Poi fece ciò che fanno quasi tutti davanti a qualcosa che non comprendono.
Cercò una spiegazione abbastanza mediocre da poterci dormire sopra.
Due finestre simili.
Una prospettiva sbagliata.
Le persiane forse erano interne.
La donna poteva essere un riflesso.
Il resto lo aveva fatto la stanchezza.
Funzionava.
Quasi.
Tornò allo scrittoio.
La fotografia era ancora lì.
La prese.
Violetta.
Quel nome aveva qualcosa di anacronistico, come certi profumi che appartengono alle case delle nonne e sembrano incapaci di sopravvivere all’aperto.
Voltò nuovamente l’immagine.
Ci siamo incontrati troppo presto.
Tommaso passò il pollice accanto alla frase senza toccarla.
— Chi sei?
Naturalmente Violetta non rispose.
Ada, però, forse poteva.
Aprì la seconda busta.
Quella trovata davanti alla porta.
Dentro c’era un foglio piegato in quattro.
Questa volta nessuna frase enigmatica.
Un indirizzo.
Via della Conciliazione, 11.
Sotto:
Chiedi di Ernesto.
Tommaso lasciò cadere il foglio sul tavolo.
— Certo.
Si alzò.
— Perché morire normalmente quando puoi organizzare una caccia al tesoro.
Il sarcasmo gli fece bene.
Andò in cucina, versò altro vino e tornò davanti alla fotografia.
Era convinto di averla osservata abbastanza.
Si sbagliava.
Dietro Violetta c’era una finestra.
Alta.
Due ante.
Un fermo di ferro al centro.
Oltre il vetro si intravedeva una porzione di edificio.
Tommaso avvicinò l’immagine alla lampada.
Un arco.
Una colonna.
E qualcosa che sembrava acqua.
Prese il telefono e fotografò la fotografia, ingrandendo il dettaglio.
La definizione peggiorò.
Ma vide altro.
Sul vetro, quasi sovrapposta al volto della donna, c’era una forma.
Una figura maschile.
Probabilmente chi aveva scattato la foto.
Tommaso inclinò la testa.
Il riflesso era troppo debole per distinguere un viso.
Soltanto una sagoma.
Alta.
Cappotto scuro.
Una mano sollevata davanti alla macchina fotografica.
Guardò meglio.
Alla mano mancava qualcosa.
O forse aveva qualcosa.
Un punto chiaro sull’anulare.
Un anello.
Tommaso abbassò la fotografia.
Per qualche ragione pensò a suo nonno.
Poi si sentì stupido.
Non ricordava neppure se suo nonno avesse posseduto una macchina fotografica.
Spense la lampada.
Quella notte dormì male.
Sognò una finestra aperta.
Non ricordò altro.
Il mattino entrò nella casa senza chiedere permesso.
Tommaso si svegliò sul divano con il collo piegato e una coperta addosso che non ricordava di aver preso.
Aprì gli occhi.
La fissò.
Era una vecchia coperta color senape.
La riconobbe.
Era sempre stata sul divano.
Probabilmente se l’era tirata addosso durante la notte.
Probabilmente.
Si mise seduto.
La fotografia era sul tavolino.
La busta accanto.
Il bicchiere conteneva ancora un dito di vino.
Guardò l’orologio.
8:16.
— Perfetto.
Alle nove aveva appuntamento con l’agente immobiliare.
Alle dieci e trenta con il notaio.
Alle tredici aveva deciso di cominciare a dividere gli oggetti di Ada.
Alle diciotto avrebbe dovuto essere già abbastanza stanco da non pensare a donne fotografate sessantaquattro anni prima.
Il programma durò quarantuno minuti.
— Qui abbattendo questa parete si recupera moltissimo.
L’agente immobiliare si chiamava Corrado Benassi e possedeva l’entusiasmo tipico delle persone che guadagnano immaginando case senza chi le ha abitate.
Tommaso lo seguiva da una stanza all’altra.
— Anche il parquet?
— Bellissimo. Da recuperare.
— Le porte?
— Assolutamente.
— Mia zia?
Corrado si voltò.
Tommaso rimase serio per due secondi.
Poi sorrise.
L’agente capì.
Rise più del necessario.
— No, quella purtroppo non riusciamo a recuperarla.
Tommaso guardò la parete che Corrado voleva abbattere.
C’erano ancora due piccoli segni a matita vicino allo stipite.
Uno riportava:
T. 9 anni
Più in alto:
T. 12 anni
Ada misurava la sua altezza ogni estate.
— Questa parete resta.
Corrado si sistemò gli occhiali.
— Certo. Naturalmente. Il nuovo proprietario poi…
— Anche dopo.
L’uomo lo guardò.
Tommaso non seppe perché l’avesse detto.
Quella casa doveva essere venduta.
Era venuto a Mantova precisamente per quello.
— Vedremo — aggiunse.
Corrado annuì con l’espressione di chi aveva già capito che non avrebbero concluso nulla quella mattina.
Quando se ne andò, Tommaso chiuse la porta e appoggiò la fronte al legno.
Tre giorni.
Gli sembrarono improvvisamente pochi.
Il notaio non sapeva nulla di Violetta.
O almeno così disse.
— Sua zia non ne ha mai parlato in mia presenza.
Tommaso gli mostrò la fotografia.
L’uomo la osservò a lungo.
— Non è sua zia.
— Questo l’avevo intuito.
— Ada da giovane aveva i capelli molto più corti.
— Conosce qualcuno che si chiami Ernesto?
Il notaio alzò gli occhi.
Per una frazione di secondo qualcosa attraversò il suo viso.
Troppo rapido.
Tommaso lo vide comunque.
— No.
— Sicuro?
— Signor Rinaldi, conosco diversi Ernesto.
— Uno in via della Conciliazione?
Questa volta la pausa fu più lunga.
— Non saprei.
Tommaso riprese la fotografia.
— Lei mente male.
— Come, scusi?
— Niente.
La infilò nella tasca interna del cappotto.
Il notaio si tolse gli occhiali.
— Sua zia era una donna molto riservata.
— Me ne sto accorgendo adesso che è morta.
— Ada riteneva che alcune cose dovessero arrivare alle persone soltanto quando erano pronte.
Tommaso si fermò.
— Questa frase è sua o di mia zia?
Il notaio rimise gli occhiali.
— Non ricordo.
Era una bugia migliore.
Alle undici e quarantasette Tommaso si trovava davanti al numero 11 di via della Conciliazione.
Non aveva programmato di andarci.
Aveva semplicemente cominciato a camminare.
Mantova aveva cambiato colore.
La pioggia della sera precedente era rimasta soltanto nelle fughe tra le pietre e sotto le grondaie. Un sole pallido attraversava le nuvole senza riuscire a scaldare niente.
Tommaso guardò il numero civico.
Una legatoria.
L’insegna era piccola.
BELLINI — CARTE E RILEGATURE
Sotto, quasi cancellata:
dal 1938
Tommaso rimase sul marciapiede.
Attraverso la vetrina vide libri, fogli, scatole, strumenti di legno.
E nessuno.
Entrò.
Un campanello annunciò la sua presenza con un suono minuscolo.
L’odore fu la prima cosa.
Carta.
Colla.
Pelle.
Polvere riscaldata.
Aveva qualcosa di rassicurante e funerario insieme.
— Arrivo.
La voce proveniva dal retro.
Maschile.
Anziana.
Tommaso aspettò.
Sul bancone c’era un libro aperto sotto un piccolo peso di ottone.
Non lesse il testo.
Guardò le mani disegnate sul margine.
Qualcuno, molti anni prima, aveva tracciato due dita che quasi si toccavano.
— Posso aiutarla?
Tommaso alzò lo sguardo.
L’uomo doveva avere più di ottant’anni.
Capelli completamente bianchi, camicia azzurra, cardigan marrone. Le mani portavano macchie d’inchiostro che sembravano essersi arrese all’idea di non andare più via.
— Ernesto?
L’uomo lo fissò.
Non disse sì.
Non disse no.
Guardò invece il viso di Tommaso.
Poi il cappotto.
Poi nuovamente gli occhi.
— Sei arrivato.
Tommaso sentì qualcosa irrigidirsi dentro di sé.
— Ci conosciamo?
L’anziano fece un passo indietro.
— No.
— Allora perché ha detto che sono arrivato?
Ernesto sembrò pensarci.
— Perché Ada mi aveva detto che saresti venuto.
Tommaso infilò una mano nella tasca.
Estrasse la fotografia.
La posò sul bancone.
L’uomo non la toccò.
Il suo volto cambiò.
Non molto.
Abbastanza.
— Violetta — disse.
Era la prima volta che Tommaso sentiva quel nome pronunciato da qualcun altro.
Improvvisamente diventò una persona.
— Chi era?
Ernesto guardò la porta.
— Non qui.
— Perché?
— Perché alcune storie hanno una pessima abitudine.
Tommaso aspettò.
— Quale?
L’anziano prese finalmente la fotografia.
— Ricominciare.
Uscirono dal retro.
Un piccolo cortile separava la legatoria da un secondo edificio.
Ernesto camminava lentamente.
Non per debolezza.
Sembrava piuttosto conoscere il valore di ogni passo.
Aprì una porta.
Salirono una scala stretta.
Al primo piano c’era una stanza piena di scatole.
Ernesto ne cercò una senza leggere le etichette.
La trovò.
La portò su un tavolo.
— Ada mi ha lasciato questa dodici anni fa.
Tommaso lo guardò.
— Dodici?
— Mi disse che un giorno saresti venuto a prenderla.
— Dodici anni fa non sapevo nemmeno che sarei tornato a Mantova.
— Nemmeno io.
— E questo non le è sembrato strano?
Ernesto sorrise appena.
— Alla mia età smetti di chiederti se le cose siano strane. Ti interessa soltanto sapere se sono vere.
Aprì la scatola.
Dentro c’erano lettere.
Decine.
Legate con un nastro scolorito.
Tommaso ne prese una.
Sul davanti:
Violetta Bernardi.
— Sono sue?
— Alcune.
— Le altre?
Ernesto indicò un secondo gruppo.
Tommaso sciolse il nastro.
Il primo nome gli fece perdere per un istante la percezione della stanza.
Tomaso Rinaldi.
Una sola m.
Rilesse.
Tomaso.
Rinaldi.
— Chi è?
Ernesto non rispose.
Tommaso sollevò gli occhi.
— Chi era Tomaso Rinaldi?
— Non lo so.
— Come sarebbe a dire?
— So quello che Ada mi raccontò. E quello che c’è scritto lì dentro.
— Era un mio parente?
— Probabilmente.
— Probabilmente?
Ernesto si avvicinò alla finestra.
— Tua zia non voleva che cercassi una genealogia.
— E cosa voleva?
— Che leggessi una storia.
Tommaso prese la prima lettera.
La carta era sottile.
Ingiallita ai bordi.
La data:
21 novembre 1962.
Tre giorni dopo la fotografia.
Stava per aprirla quando il campanello della bottega suonò al piano inferiore.
Ernesto si fermò.
— Aspetta qui.
Scese.
Tommaso rimase solo.
Non aprì la lettera.
Non ancora.
Si avvicinò alla finestra.
Il cortile era stretto, chiuso da muri color ocra. In basso c’erano vasi vuoti, una vecchia bicicletta, un tavolo coperto da un telo.
Poi udì una voce.
Femminile.
Arrivava dalla bottega.
— Ernesto?
Tommaso smise di respirare per un istante.
Non conosceva quella voce.
Eppure qualcosa, dentro di lui, reagì prima del pensiero.
— Sono qui — rispose l’anziano.
— Ti ho portato le fotografie.
Tommaso guardò la porta.
Passi sulle scale.
Uno.
Due.
Tre.
Una figura comparve sul pianerottolo.
Prima una mano.
Poi una manica scura.
Poi il volto.
Tommaso non si mosse.
Lei sì.
Salì l’ultimo gradino e lo vide.
Aveva una custodia fotografica appesa alla spalla, i capelli scuri raccolti male e alcune ciocche che l’umidità aveva arricciato vicino alle tempie.
Non era bellissima nel modo semplice in cui certe persone lo sono.
C’era qualcosa di irregolare nel suo viso.
La bocca appena troppo larga.
Una piccola linea tra le sopracciglia.
Gli occhi di un colore che Tommaso, in quel momento, non seppe decidere.
E proprio per questo continuò a guardarla.
Lei fece lo stesso.
Non ci fu musica.
Nessuna folgorazione.
Nessuna certezza.
Soltanto due sconosciuti in una stanza piena di lettere morte.
— Scusa — disse lei. — Pensavo non ci fosse nessuno.
Tommaso aprì la bocca.
— Tecnicamente ci sono.
Lei lo guardò per un secondo.
Poi sorrise.
Appena.
Fu sufficiente a cambiarle completamente il volto.
Ernesto comparve dietro di lei.
E smise di camminare.
Tommaso vide il colore abbandonargli le guance.
L’anziano guardò la donna.
Poi Tommaso.
Poi la fotografia del 1962 rimasta sul tavolo.
Lei seguì il suo sguardo.
— Cos’è?
Tommaso avrebbe potuto impedirglielo.
Non lo fece.
La donna si avvicinò.
Prese la fotografia.
Per alcuni secondi non accadde niente.
Poi il sorriso le scomparve.
La voltò.
Lesse la data.
Lesse la frase.
Infine il nome.
Violetta.
Tommaso la osservava.
— La conosci?
Lei non rispose.
Guardava ancora il volto della donna fotografata sessantaquattro anni prima.
Ernesto si sedette.
Come se improvvisamente le gambe non fossero più sufficienti.
Tommaso sentì il bisogno di fare la domanda.
Non sapeva ancora che, molti mesi dopo, avrebbe ricordato proprio quel momento come l’istante esatto in cui la sua vita aveva smesso di appartenergli completamente.
— Come ti chiami?
La donna sollevò gli occhi dalla fotografia.
Esitò.
Soltanto un battito.
— Viola.
Fuori, da qualche parte oltre i tetti, una campana cominciò a suonare.
Tommaso non contò i rintocchi.
Per la prima volta da quando era tornato a Mantova, non sentì alcun bisogno di capire.
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