Blackout Letterario

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Avevo smesso di mancarmi

Per molto tempo ho creduto che perdersi fosse un evento riconoscibile.

Immaginavo una frattura, un prima e un dopo, il rumore secco di qualcosa che cede. Pensavo che avrei assistito alla mia scomparsa con la stessa lucidità con cui si guarda una nave allontanarsi dal porto: centimetro dopo centimetro, fino a non distinguerla più dall’orizzonte.

Non è accaduto così.

Non me ne sono andato da me in un solo giorno. Mi sono sottratto lentamente, attraverso concessioni minime. Ho rinunciato a un pensiero per non doverlo difendere. Ho inghiottito parole che mi appartenevano per evitare discussioni. Ho accettato versioni di me nelle quali gli altri si trovavano comodi.

Ogni rinuncia sembrava innocua.

Nessuna, da sola, possedeva la forza necessaria per allarmarmi. Eppure, sommate, avevano cominciato a ridurmi. Non ero diventato un altro. Ero diventato meno.

Continuavo ad avere opinioni, ma le lasciavo in disparte. Provavo inclinazioni che correggevo prima ancora di seguirle. Avvertivo un rifiuto e subito lo rivestivo di educazione, disponibilità, comprensione.

Mi adattavo con tale abilità che nessuno si accorgeva della sottrazione.

Nemmeno io.

La mia presenza aveva assunto la forma richiesta da ogni luogo. Ero affidabile dove serviva affidabilità, paziente dove occorreva pazienza, leggero quando la mia profondità avrebbe creato disagio. Conoscevo il modo esatto di non pesare.

Alla fine ero diventato semplice da avere accanto.

Terribilmente difficile da trovare.

Non soffrivo per questa distanza. La sofferenza avrebbe almeno indicato un legame ancora attivo. Io avevo superato anche quella soglia: non provavo più mancanza per l’uomo che ero stato.

Lo ricordavo con la stessa neutralità con cui si ricorda un indirizzo nel quale non si abita più.

Sapevo che un tempo avevo difeso certe idee con ostinazione. Sapevo di aver posseduto slanci, curiosità, insofferenze. Conoscevo la mia biografia, ma non riuscivo più a riconoscermi come suo protagonista.

Ero diventato l’archivista di me stesso.

Catalogavo ciò che ero stato senza avvertire l’impulso di tornare a esserlo.


BLACKOUT


La parte più inquietante non fu scoprire quanto mi fossi allontanato.

Fu capire che non mi stavo cercando.

Non avevo lasciato briciole lungo il percorso. Non interrogavo le mie decisioni. Non tornavo sui passi compiuti. Avevo accettato la mia assenza come si accetta la chiusura definitiva di un negozio davanti al quale si passa ogni giorno: all’inizio si nota la serranda abbassata, poi diventa parte della strada.

Io ero quella serranda.

Dietro, nessun commercio, nessun movimento, nessuna richiesta. Solo metri quadrati inutilizzati che continuavano a risultare occupati.

Cominciai a comprendere che si può rimanere presenti nella propria vita senza abitarla davvero. Si può firmare, rispondere, decidere, perfino amare, lasciando però fuori dalla porta la parte più integra di sé.

È una forma educata di abbandono.

Non sporca. Non interrompe gli impegni. Non costringe nessuno a venirci a recuperare.

Per questo dura tanto.

Il ritorno non cominciò con una scoperta. Cominciò con un fastidio.

Una cosa piccola, quasi indegna di attenzione, mi contrariò. La risposta abituale sarebbe stata lasciar correre. Conoscevo bene quella procedura: ridimensionare, comprendere, assolvere, proseguire.

Quella volta non lo feci.

Dissi no.

Una parola breve, pronunciata senza violenza, che tuttavia mi produsse una sensazione sconosciuta. Non era forza. Non era orgoglio.

Era riconoscimento.

Per un istante tornai a distinguere i miei contorni.

Quel no non allontanava qualcuno da me. Riportava me nel luogo dal quale mi ero escluso.

Ne seguirono altri, diversi. Alcuni furono pronunciati, altri rimasero decisioni private. Smisi di giustificare ciò che mi feriva. Interruppi la manutenzione di rapporti sostenuti soltanto dalla mia disponibilità. Restituii agli altri responsabilità che avevo raccolto per abitudine.

Ogni volta recuperavo una particella.

Non la versione antica di me. Quella non sarebbe tornata, e non la desideravo più. Recuperavo una forma nuova, ancora incerta, che non aveva bisogno di somigliare a ciò che ero stato.

Dovetti imparare una cosa scomoda: ritrovarsi non significa piacersi immediatamente.

Quando tornai vicino a me, incontrai anche ciò che avevo evitato. Limiti, errori, rigidità. Parti poco nobili che l’adattamento aveva coperto con una rispettabilità impeccabile.

Non ero migliore perché ero tornato.

Ero intero.

Da allora controllo la mia presenza in modo diverso. Non mi domando soltanto dove sono, con chi, per quale ragione. Mi domando se, nel luogo in cui mi trovo, esisto nella mia misura oppure sto nuovamente diventando la forma necessaria agli altri.

La risposta non è sempre piacevole.

Ma adesso la ascolto.

Ho compreso che il blackout più profondo non avviene quando perdiamo noi stessi. Accade quando la nostra assenza smette di preoccuparci.

Io ero arrivato lì.

Poi una parola di due lettere ha sollevato la serranda.

Non ha riaperto ciò che esisteva prima.

Ha permesso a qualcosa di nuovo di cominciare a espormi.

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