Prima di noi

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Capitolo IV — La seconda volta

Tommaso lesse la lettera fino alla fine.

Poi la ricominciò.

Non perché non avesse capito.

Perché aveva capito troppo.

La grafia di Tomaso Rinaldi attraversava il foglio con un’inclinazione impaziente, alcune parole quasi addossate alle successive, come se l’uomo che le aveva scritte avesse avuto paura di arrivare tardi persino sulla carta.

Violetta,

oggi ti ho incontrata per la seconda volta.

La cosa strana è che tu sostieni fosse la prima.

Non ho insistito. Sarebbe stato poco elegante spiegare a una donna appena conosciuta che ricordo perfettamente una conversazione che lei non ha mai avuto.

Ti ho incontrata domenica, vicino a San Lorenzo.

Pioveva.

Avevi un ombrello chiaro.

Tommaso smise di leggere.

Un ombrello chiaro.

Tornò alla riga.

La lesse ancora.

Non avorio.

Chiaro.

Una parola comune.

Milioni di ombrelli erano chiari.

Appoggiò la lettera sul tavolo e guardò verso l’ingresso.

La sera precedente, davanti al portone, una donna gli aveva spiegato come aprirlo.

Un ombrello color avorio.

Tommaso si passò entrambe le mani sul viso.

— No.

Lo disse con calma.

Quasi educatamente.

Riprese il foglio.

Avevi un ombrello chiaro e tenevi qualcosa sotto il braccio. Pensavo fosse un libro. Oggi ho scoperto che era una macchina fotografica dentro la sua custodia.

Ti ho chiesto l’ora.

Mi hai risposto che non portavi l’orologio.

Poi hai detto: “Ci sono abbastanza campane in questa città perché qualcuno debba anche sapere che ore sono.”

Ho riso.

Tu no.

Questo è il particolare che ricordo meglio.

Tommaso sentì affiorare un sorriso.

Non sapeva perché.

Forse perché riusciva a immaginare Viola pronunciare quella frase.

Poi ricordò che la lettera non parlava di lei.

Proseguì.

Oggi ti ho rivista nella bottega di Bellini.

Quando ti ho detto che ci eravamo già incontrati mi hai guardato come si guarda qualcuno che ha appena scelto un modo particolarmente elaborato per presentarsi.

Mi hai assicurato di non essere stata vicino a San Lorenzo domenica.

Eri a Verona.

Hai persino una ricevuta ferroviaria per dimostrarlo.

Non so cosa pensare.

Ma so che eri tu.

Conoscevo il tuo cappotto.

Conoscevo la tua voce.

E soprattutto conoscevo quella piccola cicatrice vicino al pollice sinistro.

Tommaso abbassò lentamente il foglio.

La mano di Viola.

L’aveva vista sul tavolo della legatoria.

Non ricordava nessuna cicatrice.

Si odiò per averlo pensato.

Continuò.

L’ultima parte era più breve.

Non ti consegnerò questa lettera.

Forse non te ne consegnerò nessuna.

Scrivere a qualcuno ciò che non possiamo dirgli è probabilmente una forma molto elegante di codardia.

Ma se dovessi incontrarti ancora, Violetta, non ti chiederò più se ci siamo già visti.

Ti chiederò soltanto di restare.

La firma era quasi illeggibile.

Tomaso.

Tommaso posò il foglio.

La casa sembrava diventata più grande.

Non fisicamente.

Era aumentata la quantità di cose che non conosceva.

Sul tavolo c’erano ancora decine di lettere.

Avrebbe potuto continuare.

Non lo fece.

Guardò l’orologio.

23:41.

Pensò a Viola.

Poi si arrabbiò con se stesso perché aveva pensato a Viola.

Si alzò.


La mattina seguente Mantova era scomparsa.

Tommaso aprì le tende e trovò soltanto bianco.

La nebbia aveva cancellato il cortile, le case di fronte, persino il fondo della strada. I rumori arrivavano senza provenienza: una bicicletta, una serranda, il motore di un’automobile, passi.

Era come se la città avesse deciso di continuare a esistere senza farsi vedere.

Preparò il caffè.

Lo bevve in piedi.

Sul tavolo della cucina c’era la biglia verde.

Tommaso la prese.

Piccola.

Fredda.

La fece rotolare tra pollice e indice.

Ricordava perfettamente quel pomeriggio.

Ada preparava qualcosa in cucina.

Lui giocava sul pianerottolo.

Aveva infilato la biglia nella nicchia perché voleva vedere se la Madonna fosse capace di custodirla.

Quando Ada l’aveva scoperto, lo aveva obbligato a recuperarla.

— Non si lasciano le proprie cose agli altri, Tommaso.

— È una Madonna.

— Appunto. Avrà già abbastanza da fare.

Avevano riso.

Tommaso guardò la biglia.

Poi la mise in tasca.

Uscì.


La nicchia non c’era.

Controllò nuovamente.

Parete.

Intonaco.

Niente.

Scese una rampa.

Risali.

Contò i gradini.

Dodici.

Ricordava tredici.

— Basta.

Una porta si aprì al piano superiore.

Una signora uscì con un sacchetto dell’immondizia.

Tommaso la salutò.

— Buongiorno.

Lei lo osservò.

— Lei è il nipote di Ada.

— Sì.

— Mi dispiace.

— Grazie.

La donna cominciò a scendere.

Tommaso esitò.

— Mi scusi.

Lei si fermò.

— Qui c’era una nicchia?

La donna guardò la parete.

— Una nicchia?

— Con una statuetta. Una Madonna.

La signora aggrottò la fronte.

— Non che io ricordi.

— Da quanto vive qui?

— Ventisei anni.

Tommaso sentì la biglia nella tasca.

— Capisco.

La donna fece altri due gradini.

Poi si fermò.

— Però Ada ne parlava.

Tommaso sollevò gli occhi.

— Di cosa?

— Della Madonna.

— E dov’era?

La signora indicò la parete.

Esattamente il punto toccato da Tommaso la sera precedente.

— Diceva che c’era quando era ragazza.

— Poi l’hanno tolta?

— Non lo so.

— Quando?

La donna scrollò le spalle.

— Prima che venissi ad abitare qui.

Tommaso rimase immobile.

— Ventisei anni fa?

— Almeno.

Lei continuò a scendere.

Tommaso infilò una mano in tasca.

Strinse la biglia.

Trentun anni prima lui l’aveva infilata dentro una nicchia che, secondo quella donna, non esisteva già da almeno cinque.


Alle undici decise che aveva bisogno di qualcosa di normale.

Comprò del pane.

Formaggio.

Una bottiglia d’acqua.

Detersivo.

Sacchi per l’immondizia.

Non esiste niente di più efficace di un supermercato per ridimensionare il soprannaturale.

Nessuno può sentirsi dentro un mistero mentre confronta due confezioni di spugne.

Funzionò fino alla cassa.

Il telefono vibrò.

Numero sconosciuto.

Hai letto la lettera?

Tommaso fissò il messaggio.

Rispose.

Chi sei?

Tre puntini.

Poi:

Quella con una consonante in più.

Sorrise.

Viola.

Come hai avuto il mio numero?

La risposta arrivò immediatamente.

Ernesto.

Poi:

Ho minacciato un uomo di ottantasei anni. Non farmene pentire.

Tommaso pagò.

Uscì con la busta della spesa.

Una lettera.

Viola:

E?

Tommaso pensò.

Nel 1962 Tomaso incontrò Violetta due volte. Lei ricordava soltanto la seconda.

Passarono quasi due minuti.

Dove la incontrò la prima volta?

Tommaso guardò la nebbia.

Vicino a San Lorenzo.

Questa volta nessuna risposta.

Aspettò.

Un minuto.

Due.

Scrisse:

Viola?

Il telefono squillò.

— Ciao.

La sua voce era diversa.

— Che succede?

— Sei ancora in centro?

— Sì.

— Vieni alla Rotonda.

— Adesso?

— Adesso.

La chiamata terminò.

Tommaso guardò il telefono.

— Le persone normali salutano.

Una signora che passava accanto a lui lo guardò.

Tommaso sorrise.

— Non parlavo con lei.

La signora accelerò.


Viola lo aspettava davanti alla Rotonda di San Lorenzo.

La nebbia le aveva lasciato minuscole gocce sui capelli.

Indossava un cappotto scuro.

Nessun ombrello.

Tommaso la raggiunse.

— Hai una capacità straordinaria di rendere inquietanti i messaggi.

Viola non rispose.

Aveva una fotografia in mano.

— Questa l’ho scattata stamattina.

Gliela porse.

Tommaso guardò.

La Rotonda emergeva dalla foschia.

Davanti all’edificio, quasi al margine dell’inquadratura, c’era una donna.

Di spalle.

Cappotto chiaro.

Ombrello.

— Non è possibile — disse Viola.

Tommaso sollevò gli occhi.

— Perché?

— Perché non c’era.

— Di nuovo?

— Di nuovo.

Tommaso osservò meglio.

— Potresti non averla notata.

— Ho fatto cinque fotografie consecutive.

Viola gliele mostrò.

Prima.

Nessuno.

Seconda.

Nessuno.

Terza.

La donna.

Quarta.

Nessuno.

Quinta.

Nessuno.

Tommaso rimase in silenzio.

— Quanto tempo tra una foto e l’altra?

— Meno di un secondo.

— Potrebbe essere passata velocemente.

Viola lo guardò.

— Con un ombrello aperto dentro la nebbia, correndo abbastanza da entrare e uscire dall’inquadratura in meno di due secondi?

— Era molto motivata.

Viola quasi sorrise.

Quasi.

Tommaso le restituì le fotografie.

— C’è altro.

— Naturalmente.

Lei gli mostrò l’ingrandimento.

La mano della donna stringeva l’ombrello.

Vicino al pollice sinistro si vedeva una linea chiara.

Una cicatrice.

Tommaso sentì qualcosa scendere lentamente lungo la schiena.

Guardò la mano di Viola.

Lei capì.

— Non farlo.

— Cosa?

— Guardarmi la mano.

— Non la stavo guardando.

— La stavi guardando.

— Adesso sì.

Viola nascose istintivamente la sinistra nella tasca.

Troppo tardi.

Tommaso aveva visto.

Una piccola cicatrice.

Vicino al pollice.

Rimasero in silenzio.

La nebbia passava tra loro senza fretta.

— Da quanto ce l’hai?

Viola tirò fuori la mano.

Guardò il segno.

— Da bambina.

— Come te la sei fatta?

Lei esitò.

— Non ricordo.

Tommaso rise piano.

Non perché fosse divertente.

— Questa frase sta diventando un problema.

Viola lo guardò.

— Hai paura?

La domanda lo sorprese.

Pensò alla fotografia.

Alla biglia.

Alle lettere.

Alla finestra.

Poi guardò lei.

— Non ancora.

— Io sì.

Quella sincerità cambiò qualcosa.

Tommaso avrebbe potuto rassicurarla.

Dirle che esisteva certamente una spiegazione.

Non lo fece.

Le bugie pronunciate per consolare restano bugie.

— Allora facciamo una cosa.

— Cosa?

— Per oggi smettiamo.

— Di cosa?

— Di cercare.

Viola indicò le fotografie.

— E queste?

— Le metti nella borsa.

— Le lettere?

— Restano a casa.

— Ernesto?

— Sopravviverà qualche ora senza essere misterioso.

Finalmente sorrise.

Tommaso sentì la tensione allentarsi.

— E cosa facciamo?

Lui guardò intorno.

— Non lo so.

— Ottimo programma.

— Potremmo mangiare.

— Questo è già migliore.


Pranzarono tardi in una piccola trattoria.

Non parlarono di Violetta.

Quasi.

Viola raccontò di aver studiato fotografia a Bologna e di essere tornata a Mantova convinta che sarebbe rimasta soltanto sei mesi.

Erano passati nove anni.

— Quindi sei molto brava a partire.

— Straordinaria.

— E a restare?

Viola spezzò il pane.

— Quello mi riesce senza volerlo.

Tommaso non seppe perché quella frase gli rimase addosso.

Le raccontò di Milano.

Del suo lavoro.

Restaurava documenti e carte antiche per archivi privati e fondazioni.

Viola alzò un sopracciglio.

— Aspetta.

— Cosa?

— Tu restauri carta antica?

— Sì.

— E trovi una scatola di lettere del 1962.

— Sì.

— È quasi offensivo.

— Cosa?

— La precisione con cui questa storia ti ha scelto.

Tommaso rimase con il bicchiere a mezz’aria.

Viola se ne accorse.

— Ho detto qualcosa di sbagliato?

— No.

Bevve.

— È che non avevo pensato che mi avesse scelto.

— Non credo l’abbia fatto.

— Grazie.

— Cercavo di tranquillizzarti.

— Sei pessima.

— Me l’hanno già detto.

— Chi?

Viola abbassò gli occhi.

Un istante.

Piccolissimo.

Tommaso lo vide.

C’era qualcuno.

O c’era stato.

Non chiese.

Viola sollevò nuovamente lo sguardo.

Sembrò accorgersi che lui aveva deciso di non domandare.

Qualcosa nei suoi occhi si addolcì.


Uscirono quando la nebbia cominciava a sollevarsi.

Il sole non apparve.

Il mondo acquistò semplicemente qualche metro in più.

Camminarono.

Viola gli mostrò una scorciatoia.

Tommaso sostenne di conoscerla.

Sbagliò strada dopo trenta secondi.

— Diciassette anni — si difese.

— Certo.

— La città è cambiata.

— Hai appena cercato di entrare nel cortile di un dentista.

— Prima poteva essere una strada.

— Prima del Rinascimento, forse.

Arrivarono davanti a una piccola libreria.

Viola si fermò.

— Aspettami.

Entrò.

Tommaso rimase fuori.

Attraverso il vetro la vide parlare con il libraio.

Poi sparire tra gli scaffali.

La osservò senza volerlo.

Il modo in cui spostava i capelli.

Come inclinava la testa per leggere i dorsi.

Il gesto con cui accarezzò una copertina prima di prendere un libro.

Si rese conto che stava sorridendo.

Smise.

Viola uscì con un piccolo volume.

— Tieni.

Glielo porse.

— Cos’è?

— Un regalo.

— Ci conosciamo da ieri.

— Allora hai ancora tempo per restituirmelo.

Tommaso guardò la copertina.

Un vecchio libro di fotografie di Mantova.

Usato.

I bordi consumati.

— Perché?

Viola infilò le mani nelle tasche.

— Così la prossima volta riconosci le strade.

La prossima volta.

Due parole insignificanti.

Tommaso le sentì.

— Grazie.

Lei fece spallucce.

— Costa otto euro. Non emozionarti.

Ripresero a camminare.

Tommaso tenne il libro sotto il braccio.

Non le disse che erano anni che nessuno gli regalava qualcosa senza un’occasione.


Si separarono poco prima del tramonto.

Questa volta Viola gli diede un bacio sulla guancia.

Semplice.

Rapido.

— A domani.

Tommaso rimase fermo.

— Domani?

Lei fece qualche passo all’indietro.

— Devi leggere le lettere.

— Pensavo avessimo smesso.

— Per oggi.

— Ah.

Viola sorrise.

— Tre giorni, no?

Tommaso la guardò.

— Cosa?

— Avevi detto a Ernesto che saresti rimasto tre giorni.

— Sì.

— Domani è il terzo.

La frase arrivò con una leggerezza che non possedeva.

Tommaso non rispose.

Viola alzò una mano.

Poi si voltò.

Andò via.

Lui rimase lì qualche secondo.

Tre giorni.

Aveva dimenticato completamente di dover partire.


Quella sera aprì il libro che Viola gli aveva regalato.

Non le lettere.

Il libro.

Si sedette sul divano e cominciò a sfogliarlo.

Mantova negli anni Cinquanta.

Piazze.

Mercati.

Biciclette.

Bambini.

Nebbia.

Donne con borse della spesa.

Uomini davanti ai bar.

Arrivò circa a metà.

Una pagina era piegata nell’angolo.

Tommaso la raddrizzò.

Fotografia del 1961.

Piazza delle Erbe.

La osservò.

Persone.

Un tram.

Un uomo con un cappello.

Una bambina.

Poi il cuore gli fece qualcosa di strano.

Avvicinò il libro.

Sul fondo dell’immagine, davanti a un portico, c’erano due figure.

Un uomo e una donna.

Non si vedevano bene.

La donna aveva un cappotto chiaro.

L’uomo era di profilo.

Tommaso guardò più attentamente.

Assurdo.

Impossibile.

Prese il telefono.

Fotografò la pagina.

Ingrandì.

Il volto rimase granuloso.

Ma bastava.

Tommaso si alzò.

Andò allo specchio dell’ingresso.

Guardò se stesso.

Poi il telefono.

Di nuovo se stesso.

L’uomo nella fotografia non gli assomigliava.

Non esattamente.

Era qualcosa di più inquietante.

Aveva il suo stesso modo di stare fermo.

Tommaso tornò alla pagina.

Sotto la fotografia era stampata una breve didascalia.

La lesse.

Mantova, ottobre 1961. Fotografia di autore sconosciuto.

Nulla.

Stava per chiudere il libro quando vide una scritta a matita sul margine inferiore.

Non faceva parte della stampa.

Qualcuno l’aveva aggiunta a mano.

Tre parole.

Tommaso le lesse.

Non ancora, Tomaso.

Sentì il telefono vibrare.

Viola.

Un messaggio.

Lo aprì.

Non ridere. Ho una sensazione strana.

Tommaso scrisse:

Che sensazione?

La risposta arrivò.

Che oggi non fosse la seconda volta che passeggiavamo insieme.

Tommaso smise di scrivere.

Sul tavolo il libro era ancora aperto sulla fotografia del 1961.

Guardò l’uomo.

Guardò la donna.

Poi tornò al messaggio di Viola.

Per la prima volta pensò una cosa che fino a quel momento aveva accuratamente evitato.

Forse la domanda non era perché Violetta somigliasse a Viola.

Forse la domanda era un’altra.

Quanto dovevano somigliarsi due vite prima di smettere di essere una coincidenza?

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